Ottobre 6, 2021
Da Il Manifesto
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Se i grandi maestri si riconoscono (anche) dalla qualità degli allievi e dalla varietà degli ambiti specialistici in cui lasciano un segno duraturo, nel panorama degli studi letterari e linguistici del Novecento italiano Gianfranco Folena è secondo a pochissimi, forse a nessuno. Nato nel 1920, allievo di Giorgio Pasquali alla Scuola Normale di Pisa e di Bruno Migliorini a Firenze, ma padovano d’adozione accademica (e non solo), Folena ha scritto pagine decisive sui testi non toscani del Tre e Quattrocento, sul plurilinguismo nel Cinquecento, su Goldoni e sulla cultura veneta, sulla lingua del Settecento e sulla traduzione – il suo libro più fortunato è L’italiano in Europa, uscito da Einaudi nel 1983 e di recente ristampato da Cesati (Firenze 2020). A poco più di un secolo dalla sua nascita, l’Accademica dei Lincei gli ha dedicato ieri un convegno, «Gianfranco Folena tra filologia e letteratura», con interventi di alcuni fra i più importanti linguisti, filologi romanzi e italiani, storici della lingua e della letteratura, che a vario titolo hanno ripreso l’opera di Folena.

LA STORIA DELLA CRITICA letteraria non va di moda: è la materia di ambito umanistico che ha subito negli ultimi decenni la più forte contrazione in quasi tutte le università italiane. Quanto mai opportunamente, perciò, l’ultimo libro di Ivano Paccagnella (Specchio, memoria, maestro e scuola, Cleup, pp. 184, euro 16) ci ricorda che la storia della cultura novecentesca non può prescindere dal confronto con i protagonisti della filologia. Quello di Paccagnella non è propriamente un libro su Folena: è «un percorso personale con Folena, a partire dalla sua storia, dalla sua personalità, dai campi di ricerca storico-linguistica che ha indagato».

E dunque l’autore accentua quelle caratteristiche che nel maestro sente più congeniali: a cominciare dal «gusto asciutto e sobrio dei fatti e delle cose», dalla predilezione per la «conoscenza ‘materiale’» dei testi, dall’empirismo restio a troppo rigide teorizzazioni – e tuttavia mai chiuso in un’erudizione fine a se stessa, anzi pronto a cogliere nel minimo fatto linguistico i riflessi di trasformazioni storiche di grande portata. Folena lo diceva con la consueta eleganza: «Non ho un temperamento speculativo e ho sempre preferito il commercio al minuto, il particolare al generale, o meglio cercare il generale nel particolare, quando ci sono riuscito». Dove i grandi modelli sono Auerbach, Curtius e Spitzer, «trinum perfectum della nostra formazione culturale, almeno avant le déluge strutturalista»; e l’ironia che colpisce le ubriacature teoriche non risparmia il micro-filologismo spicciolo che la crisi della teoria ci ha lasciato in eredità.

I SAGGI DI PACCAGNELLA riprendono alcuni nuclei centrali nel pensiero di Folena, che mirava sempre a fare «storia della cultura per il tramite della lingua»; approfondiscono alcune sue intuizioni fondamentali: su Ruzzante, su Goldoni, soprattutto sul plurilinguismo rinascimentale. Quest’ultimo è «contestuale all’affermazione del monolinguismo e del classicismo bembesco»: perciò non conviene indulgere a «interpretazioni almeno linguisticamente eversive»; mentre è necessario precisare il concetto di «plurilinguismo organico», che in area veneta trova la sua più completa realizzazione nella Veniexiana, «senza alcuna concessione alla stilizzazione o al ludismo verbale».

MA È IL SECONDO e più ampio capitolo del libro, che ricostruisce i rapporti di Folena con gli editori Neri Pozza e, soprattutto, Einaudi, a offrire il contributo più nuovo. Fin dal 1954, il giovane Folena collabora con l’editore torinese, come testimonia il carteggio inedito con Daniele Ponchiroli: da vero intellettuale, suggerisce pubblicazioni anche estranee al suo ambito specialistico, offre consulenze precise, sempre dettagliate e documentate – mai fredde però, anzi a tratti venate di composta insofferenza (per esempio nei confronti del «nume Calvino»); lancia vari progetti, non tutti andati a buon fine; ma aspetta quasi trent’anni prima di diventare in proprio un autore Einaudi, appunto con L’italiano in Europa.

Basterebbe questo dettaglio a illuminare quei tratti di generosa curiosità («dinamismo progettuale, capacità di individuare le questioni di fondo dei problemi, grande altruismo nel proporre idee, nomi di collaboratori, spesso trascurando la propria produzione»), che dal libro di Paccagnella emergono come i più caratteristici della personalità di Folena: non per caso i suoi allievi, oltre che eccellenti, sono diversissimi fra loro (Pier Vincenzo Mengaldo, Alberto Limentani, Lorenzo Renzi, Mario Mancini, lo stesso Paccagnella, per citarne solo alcuni); e il Circolo filologico-linguistico padovano, di cui è stato promotore e animatore fin dal 1963, con i seminari a Padova e, dal 1973, il convegno annuale a Bressanone, resta uno dei luoghi di discussione collettiva di più alto livello in Italia.




Fonte: Ilmanifesto.it