Ottobre 27, 2021
Da Il Manifesto
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«E’ assurdo che l’Italia si riduca a un simile ciarpame politico, giochini politici fatti sulle pelle delle persone trans da tutte le destre con i voti decisivi di Italia viva. Certo, anche nel Pd non è tutto oro quello che luccica, però almeno il ddl contro l’omotransfobia è frutto di quel partito, di Alessandro Zan». E’ un giudizio senza appello quello emesso da Porpora Marcasciano dopo il voto al Senato che ha affossato il ddl Zan. Eletta in consiglio comunale a Bologna con la lista Coalizione civica, scrittrice e storica attivista trans, è presidente del Mit, il Movimento identità trans nato nel 1981 a Torino, Milano, Roma e Firenze ma presente oggi solo nel capoluogo emiliano. Una realtà importante per le persone transessuali alle quali offre consultori, accoglienza per le vittime di violenza, tratta e per le persone allontanate da casa per il loro orientamento sessuale, insieme a un progetto di riduzione del danno rivolto a chi è costretta a prostituirsi.

La questione dell’identità di genere è stata tra le più divisive, perché spaventa tanto?
L’argomento ha spaventato e la paura è stata cavalcata da un certo punto in poi. Fino a due anni fa se si fosse parlato di identità di genere le persone al massimo si sarebbero chieste di cosa si trattava. Poi invece è successo qualcosa. E questo qualcosa va rintracciato anche in una parte minoritaria del femminismo che su questo è stata sempre molto rigida, quel femminismo che per identità intende solo quella maschile e quella femminile. C’è stata una crescita di questo essenzialismo femminista nel mondo, non solo in Italia, che sta cavalcando tutta una serie di temi eticamente sensibili. L’ultimo è l’identità di genere, ma prima ci sono stati e continuano a esserci la pornografia, la prostituzione, la stepchild adoption imponendo così la sua visione. Quello che passa nella vulgata è che il femminismo nella sua interezza la pensa così, ma così non è. Quindi questo passaggio sull’identità di genere per loro è diventato un cavallo di battaglia. Che però è stato ripreso dalle destre, dalla Lega e dalle destre più o meno estreme. In questo modo hanno spostato l’attenzione dal ddl Zan nel suo insieme, quindi dalla violenza e dai crimini di odio nei confronti di una categoria di persone, alla questione dell’identità di genere. E’ chiaro che la questione è stata strumentalizzata. A questo si aggiunge il fatto che noi abbiamo chiesto di essere audite in parlamento ma non ci ha ascoltato nessuno. Le cosiddette Terf, le femministe essenzialiste, sono state ricevute ben tre volte. Nonostante noi continuiamo a essere le vittime, la nostra voce non è esistita. L’unica che ha letto un mio appello in parlamento è stata la senatrice Monica Cirinnà.

Non crede che ci sia stato anche un altro aspetto della questione? E’ sembrato come se riconoscere l’identità di genere mettesse in discussione alcuni diritti acquisiti.
Sì ma più che i diritti delle donne è stato come se si fosse voluta mettere in discussione l’identità forte femminile. A questa sensazione io rispondo dicendo che se l’identità di genere riguarda solo uomini e donne, noi come trans, come persone non binarie, come persone fluide in quale parte dell’identità ci collochiamo? Da qualche parte dovremmo collocarci.

Cosa significa essere una persona transgender?
Le stime dell’Istituto superiore di sanità parlano di 400 mila persone transgender in Italia e la stima è ferma al 2019. Non parliamo quindi di numeri piccoli. Essere trans significa essere persone non riconosciute, proprio come ci è stato detto a chiare lettere affossando il ddl Zan. Le persone trans hanno problemi di accesso al lavoro, di violenza, perché sono visibili e quindi sono i principali obiettivi della violenza transfobica. E non sono riconosciute dalle famiglie. Ci sono una serie di problematiche che si stavano man mano risolvendo dagli anni ’70 in poi, da quando sono cominciati i movimenti di liberazione, e che invece hanno avuto una battuta di arresto e una recrudescenza negli ultimi 10-15 anni. Il ddl Zan voleva essere uno scudo a questa violenza che ha raggiunto dei livelli molti alti in Italia.

Dopo l’affossamento del ddl Zan si sente più insicura?
Ho 64 anni e ho le antenne sensibili, sono in grado di percepire quando esiste un rischio. Sento che questi rischi sono aumentati perché i luoghi sono diventati meno sicuri per noi. Ma penso alle nuove generazioni che queste antenne le devono ancora sviluppare e se mi immedesimo in loro mi sento molto più insicura. Quelli che hanno votato contro il ddl Zan dovrebbero tener presente che la parola più usata contro le vittime di bullismo è «frocio».




Fonte: Ilmanifesto.it