Ottobre 19, 2021
Da Il Manifesto
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La festa della folla davanti all’ingresso del Teatro dell’Opera, tutti in fila per il controllo del certificato verde e del biglietto. Una festa ancora più gioiosa quando, prima che cominci lo spettacolo, il direttore Daniele Gatti ringrazia il pubblico di essere venuto, di ritrovarlo, di stare di nuovo insieme. Un immenso applauso. Chi non ama il teatro non può capirlo. Vedere in streaming uno spettacolo è stata una bella cosa, ma non la sostituzione dello spettacolo. «Gli spettatori, che stanno guardando lo spettacolo, sono una parte imprescindibile di quello che succede» scrive Ivan Vyrypaev, un drammaturgo russo di oggi. Il pubblico è parte dello spettacolo: gli attori, nella commedia antica, nel teatro spagnolo, elisabettiano, nella commedia dell’arte, alla fine lo salutavano e lo pregavano di applaudire.

SOLO COSÌ, per Calderón, per Shakespeare, il teatro può essere metafora del mondo, il mondo rispecchiarsi nel teatro: perché scena e orchestra e gradinate nel teatro antico, palcoscenico e platea, palchi, gallerie nel teatro moderno, sono un tutt’uno. Anche per Verdi. Il consumo del teatro musicale, del melodramma, oggi, soprattutto con la diffusione delle registrazioni su disco, ha innaturalmente separato musica e teatro.
Comporre un quartetto e scrivere un melodramma non è la stessa cosa. «Lasciamo perdere il grande compositore, io sono un teatrante», scrive Verdi a Ricordi. Questo significa che per Verdi la musica è la realizzazione sonora di una drammaturgia. Musica e teatro sono la stessa cosa: è la musica a costruire il teatro, come nella tragedia classica il verso. Verdi può anche scrivere brutta musica, musica banale, ma mai musica drammaturgicamente sbagliata. E questo accade anche nella Giovanna D’Arco, opera che succede a capolavori come Ernani e I due Foscari e precede il Macbeth (ne è in alcune scene, quelle dei démoni e degli angeli, lo studio preparatorio). E questo hanno tenuto presente sia il concertatore dell’opera Daniele Gatti sia il regista e coreografo Davide Livermore: la rappresentazione di una scissione che, prima di essere una contrapposizione tra Giovanna e il mondo è un conflitto nell’animo stesso di Giovanna. Una semisfera sospesa sull’ellisse scenica visualizza il conflitto, farfalla attratta dal fuoco, rosone di cattedrale, Cristo Pantocrator, lacrime di una natura primordiale.

IL LIMITE, lo scarto, più che nella musica di Verdi, sta nell’orrido, impronunciabile libretto di Temistocle Solera. Schiller non vi sta dietro nemmeno come suggerimento. Il dramma di Schiller, La pulzella di Orléans, per quanto storicamente infondato (ma Giovanna non era stata ancora santificata), è comunque poesia, il libretto di Solera non è nemmeno uno scartafaccio. Verdi tuttavia costruisce lo stesso momenti teatrali musicalmente memorabili. Soprattutto nel terzo e quarto atto. Gatti mette in rilievo proprio questo, quanto la scrittura verdiana sia precisa e limpida nel suggerire il senso di un’azione. Gli interpreti si lasciano guidare.
Francesco Meli dà giusti connotati all’irresoluto Carlo VII, Roberto Frontali rende bene la miseria piccolo borghese del padre di Giovanna, e Nino Machaidze affronta con decisione la difficilissima e virtuosistica parte che Verdi ha scritto per Giovanna. Elegantissimo il corpo di ballo nel doppiare il significato intimo dell’azione. Ottimi l’orchestra, il Corpo di ballo e il Coro del teatro. Ripetuti richiami sul proscenio per tutti è la giusta ovazione che premia l’ottimo lavoro.




Fonte: Ilmanifesto.it