Novembre 16, 2022
Da Radio Blackout
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C’è un rapporto stretto e profittevole delle due maggiori aziende italiane del settore fossile, Eni e Snam, della principale banca italiana, Intesa Sanpaolo, e dell’assicuratore pubblico SACE, con il regime di Abdel Fattah al-Sisi in Egitto. Una dittatura che si fonda su circa 60mila dissidenti e attivist* politic* in detenzione arbitraria e su innumerevoli condannne a morte a tramite processi farsa. Non a caso, la COP27 sul Clima che in questi giorni si svolge proprio in Egitto, è stata giustamente definita la Conferenza della Repressione.

Andiamo ad analizzare, grazie ad un prezioso report pubblicato da ReCommon, i rapporti economici tra le azienze italiane e l’Egitto. Sorgono spontanee alcune domande, che rimangono irrisolte indicando, se mai ci fosse stato bisogno di una conferma, come il business prevalga sui diritti umani e sui processi democratici: perché Eni ha continuato ad aumentare i propri investimenti in Egitto dopo l’assassinio del ricercatore italiano Giulio Regeni? Dove finiscono gli ingenti finanziamenti che Intesa Sanpaolo ha concesso al ministero della Difesa e al ministero delle Finanze egiziani? Perché l’assicuratore pubblico Sace non ha avuto alcuna remora nel garantire la raffineria di Assiut? E perché Snam non pubblica ancora l’elenco completo dei suoi azionisti, coinvolti nella proprietà del gasdotto Arish-Ashkelon che collega Israele ed Egitto, anche noto come “Gasdotto della pace”?

Qui la diretta con Alessandro di ReCommon:


La campagna d’Egitto




Fonte: Radioblackout.org