Dicembre 4, 2021
Da Il Manifesto
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Una collezione è l’espressione di diverse necessità che premono sull’animo del collezionista cadenzandone le scelte e, nei casi estremi, persino l’esistenza. Ovviamente esistono numerosi esempi di collezioni come di collezionisti. Tra storia e letteratura non si fa fatica a trovarne di affascinanti, dall’imperatore Adriano a Rodolfo II, poi papi, cardinali, principi, scienziati, personaggi da romanzo. Nell’Ottocento – il secolo che ci interessa oggi – dalla passione collezionistica nascono grandi musei, come il Musée de Cluny, aperto a Parigi nel 1843 dopo l’acquisto da parte dello Stato francese delle migliaia di oggetti medievali e rinascimentali raccolti da Alexandre Du Sommerard, o lo strepitoso allestimento della dimora londinese di Sir John Soane, creata per promuovere lo studio dell’architettura e delle arti ad essa connesse. Sono casi eclatanti, che trovano un riverbero immediato nel gusto e nelle usanze di una certa classe sociale, spingendo all’emulazione.
Perché collezionare non sia solamente un compiacimento senza fini, uno sfoggio di potere o la concretizzazione materiale del proprio ego o delle proprie debolezze, nei progetti di molti di questi collezionisti c’è una destinazione finale pubblica. Conservare una raccolta non significa solo ricevere in cambio approvazione, ammirazione, gratitudine, ma anche mantenere l’impronta che il collezionista ha lasciato sugli oggetti, i sentimenti, l’attrazione, lo spirito dei tempi, e tutto ciò che ha determinato le acquisizioni. Anche qui, non mancano i modelli: il principe di Belmonte, che nel 1814 donava la sua pinacoteca all’Università di Palermo; Teodoro Correr, che lasciava la sua ricchissima raccolta alla città di Venezia; il marchese Luigi Malaspina a Pavia, Ala Ponzone a Cremona, Paolo Tosio a Brescia, e si potrebbe continuare a lungo fino ai giorni nostri.
Il senatore Gabriele Chiaramonte Bordonaro (1834-1913) conosceva certamente questi esempi, ma la sorte della sua collezione è stata diversa. La sua casa museo, progettata da Filippo Basile nel 1892 alle Croci di Palermo, non è stata mai aperta al pubblico. La memoria di questo collezionista si è persa così tra i tanti ricordi di una saga famigliare saldata alla storia della Sicilia degli ultimi due secoli. Lungo il Novecento parte della collezione si è dispersa, mentre intorno alla villa sono cresciute lottizzazioni e speculazioni e Palermo ha cambiato pelle più volte.
Intanto, altri che come lui erano appassionati raccoglitori d’oggetti antichi, diventavano glorie cittadine. Come il pressappoco coetaneo Antonio Borgogna: l’avvocato piemontese aveva concluso un’operazione simile a quella di Bordonaro legando però casa e opere alla comunità di Vercelli, che le custodisce tutt’ora. Per i quadri e gli oggetti Bordonaro la storia è andata invece diversamente, e riemerge in tutto il suo spessore solamente oggi, grazie alle ricerche di Claudio Gulli (La collezione Chiaramonte Bordonaro nella Palermo di fine Ottocento, Officina Libraria, pp. 448, euro 35,00).
La collezione Chiaramonte Bordonaro è stata assemblata perlopiù tra anni ottanta e novanta dell’Ottocento. L’idea, almeno quella iniziale, era creare una galleria che potesse competere con quelle delle grandi famiglie aristocratiche, squadernando sulle pareti la cultura figurativa delle più importanti capitale europee. Naturalmente, agli occhi dei contemporanei la rarità dei pezzi d’arte antica sosteneva il prestigio culturale di un cognome emerso rapidamente tra la nuova classe dirigente siciliana. E non c’era solo pittura. L’interesse verso le arti decorative, porcellane e maioliche soprattutto, era continuamente sollecitato dalle esposizioni d’arte industriale e da acquisti mirati.
L’occhio del senatore si affinava anno dopo anno grazie ai molti viaggi, alle visite agli antiquari, ai pareri raccolti da esperti e restauratori, allo studio nei musei, sulle foto e sui libri. Una volta assimilato il metodo dei conoscitori e avendo applicato al progetto di Basile la propria idea di moderna museografia, le porte della villa si erano aperte alle visite di amatori e studiosi importanti con cui ragionare di attribuzioni, scambiare riproduzioni e opinioni che Bordonaro registrava nei suoi appunti. Erano esperti d’arte medievale come Adolph Goldschmidt, di pittura olandese come Hofstede de Groot, o grandi conoscitori come Bernard Berenson. Il rapporto con Gioacchino di Marzo, dopo tanti dipinti toscani, fiamminghi e olandesi, lo spingeva infine a interessarsi ai pittori della propria isola: Bordonaro sentiva l’urgenza, e il dovere morale, di salvare le opere trovate sul mercato locale, ponendosi così in continuità con la tradizione aristocratica del collezionismo siciliano.
Il libro di Gulli è argomentatissimo – l’indice dei nomi aiuta a muoversi soprattutto nella selva di antiquari ed esperti con i quali Bordonaro ha a che fare per tutta l’esistenza –, e percorso da una forza narrativa che lascia, una volta chiuso, il sapore del romanzo. La parabola umana del senatore è calata sapientemente nei suoi tempi: sono le delusioni politiche uno dei probabili motivi per cui il collezionista siciliano non ha pensato a una destinazione pubblica della raccolta.
Mentre il senatore sentiva la sua epoca sfumare sempre più nel passato, il quartiere intorno alla villa cresceva: uno dopo l’altro, dal verde spuntavano altri edifici, case di rampolli aristocratici o dell’alta borghesia, ma anche dei nuovi ricchi venuti dalla provincia. Nuovi nomi, nuovi protagonisti. La quadreria sarà stata a quel punto un rifugio, e chissà che emozione poter riguardare ogni opera attraverso gli occhi di Berenson, nella primavera 1908 – «Civerchio? Magari giovanile…», «Botticelli, o bottega?», «Voss dice Holbein, voi che ne pensate?» –, o verificare le attribuzioni dei propri dipinti sulla Storia dell’arte italiana di Venturi, e con Venturi stesso, tra lettere e scambi di fotografie…
La fine del libro ha a che fare con la storia recente, e riporta in un balzo alle prime righe, al momento della riscoperta. Anche qui, in questa chiusura, si capisce che una collezione è tanto il portato dei desideri del collezionista quanto il frutto di intrecci tutt’altro che casuali. Non è solo storia del collezionismo o storia dell’arte in senso stretto. Le vicende della raccolta Bordonaro sono sempre ambientate da Gulli in uno scenario ampio dove tutto si tiene: è un carotaggio per capire la città, il suo passato più o meno prossimo; diventa un osservatorio per comprendere il presente, capire come guardare ciò che è rimasto e costruire un futuro seguendo le tracce della memoria conservate tra archivi, tavole antiche, ante cigolanti, armadi chiusi a chiave e qualche fantasma.




Fonte: Ilmanifesto.it