Ottobre 31, 2021
Da Il Manifesto
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C’è poco da fare: gli anniversari contano, nella storia della popular music e anche in certe declinazioni del jazz che in diversi momenti della propria storia spesso è stato anche eccellente pop music. Sarà perché, da almeno cent’anni, le note che stanno con un piede nelle lusinghe di mercato, e con l’altro nella creatività pura si prestano per la loro natura ambivalente alle celebrazioni incrociate, sarà perché, come scriveva anni fa in un bel saggio Simon Reynolds, la cosiddetta retromania del mondo popular è un dato di fatto, e allora andare ad artigliare qualche ventennale, cinquantenario o quarto di secolo è un ottimo pretesto per parlare dell’oggi parlando di ieri o dell’altro ieri, e viceversa. Cinquant’anni fa era il 1971. Adesso ce lo sta ricordando il regista Asif Kapadia, inglese di origine indiana, nato giusto un anno dopo quanto va indagando con un bel documentario articolato in otto episodi dal titolo 1971: The Year that Music Changed Everything, in programmazione su Apple TV+. Un montaggio serrato (in cui ci sono anche le intelligenze creative di due aiuto registi, Danielle Peck e James Rogan) che impone tempi quasi anfetaminici, ma che cala lo spettatore in una sorta di macchina del tempo perfetta, tra notiziari, giornali d’epoca, filmati recuperati in modo a dir poco avventuroso e prontamente incastonati nel flusso narrativo.

MACCHINA DEL TEMPO
Perché il 1971 della musica (dal dorato esilio dei Rolling Stones in Francia per sfuggire, poco onorevolmente, ai «taxmen» britannici, all’«anno che uccise i ’60», per dirla con le parole di David Bowie) va capito anche inglobando rivoluzione sessuale e compiuta riscoperta delle religioni orientali, sostanze psicotrope, migrazioni dai Caraibi verso Londra, nuova coscienza musicale femminile, nuova coscienza «black», quella dura e pura delle Black Panthers, il prototerrorismo dei Weathermen sbugiardato da Bob Dylan. In musica, nel documentario, si passa dal «making of» di Imagine di Lennon al Concerto per il Bangladesh di George Harrison con Ravi Shankar, da Joni Mitchell a Crosby, Stills Nash & Young, da Marvin Gaye che si chiedeva «che diamine sta succedendo» nella sua canzone più celebre all’onda vischiosa e affascinante del glam rock. E ancora Aretha Franklin e gli Who, Alice Cooper ed Elton John. Montaggio, s’è detto, forse anche troppo incalzante, per «l’anno in cui la musica cambiò tutto», con un «segreto di Pulcinella» dietro: il fatto di essere stato ispirato da Never a Dull Moment: Rock’s Golden Year, il libro sul 1971 del giornalista inglese David Hepworth che ruba il titolo a un disco di Rod Stewart, e che in Italia è stato reso come L’anno d’oro del rock.
Se molte delle scelte di Hepworth sono ovviamente indiscutibili, nel cavar fuori dall’anno dei miracoli rock una bella serie di ovvie epifanie e di Lazzari che ancora oggi si alzano e camminano, più o meno acciaccati, è altresì vero che testi così alla fin fine non sono molto diversi da buone antologie mainstream che catalogano quanto è già stato detto e scritto mille volte in mille modi. Dunque, nobili ovvietà: i Jethro Tull di Aqualung, gli Who di Who’s Next, la Joni Mitchell di Blue, il trionfale Fillmore East degli Allman Brothers con la chitarra slide più argentina di sempre, quella di Duane Allman e così via. Tutto corretto, ma, appunto, tutto ovvio. Andremo a caccia perciò, nelle righe che seguono, di quanto ha reso davvero il 1971 un anno speciale, mezzo secolo fa, e «senza un solo momento di noia», per parafrasare Hepworth. I dischi poco ricordati, le nicchie da riscoprire, la miriade di band e di solisti che nel ’71 forniscono malta, mattoni e cemento al già colossale «muro del rock», ancora, in quel momento, in costruzione e piena crisi di crescita, prima appunto dell’avvento della «retromania». Con qualche indicazione, anche, per piste laterali, scorciatoie avventurose e ripide, percorsi alternativi per evitare i blocchi stradali nel gran flusso di note. Elettriche e acustiche. Spazio d’onore all’Inghilterra, e poi qualche esempio italiano, per iniziare.

FUORI I DISCHI
Cressida Asylum (Vertigo)
I Cressida (nome di ascendenza scespiriana) erano nati nel 1969, e sono uno dei molti anelli mancanti da riscoprire per cercare la quadra tra tardo beat inglese e forme seminali di impegnativo progressive rock, quella palude incerta ma assolutamente affascinante in cui i passi si muovono ora vischiosi, ora decisi. Dopo un primi disco «live in studio», come certe avventure quasi coeve dei nostri New Trolls, nel ’71 arriva il secondo, maestoso capitolo (si ascolti Munich), con qualche intervento orchestrale. Fortuna commerciale zero, ma propaggini importanti: John Culley, vocalist morbido e dalla perfetta intonazione sarà poi coi Black Widow, Iain Clark, batterista, con gli Uriah Heep.

Raw Material Time Is (Rca)
In pratica i fratellini minori dei già minori Van Der Graaf Generator (commercialmente parlando, si intende, non certo per qualità!). Atmosfere oscure e splendidamente irrisolte, riff pesanti e incespicanti in odore di rock blues, ma che rock blues non sono, occasionali aperture di flauto su un folk acido e malignetto che potrebbe rammentare i Jethro Tull, sentori di jazz in Miracle Worker. Qui finisce la storia dei Raw Material.

Stackridge Stackridge (Mca)
Voci, violino, tromba, violoncello, harmonium accanto agli strumenti classici da rock band. E l’ispirazione presa da gente ai lati opposti del pentagramma come Beatles, Incredible String Band, Frank Zappa. Nel 1971 questo primo disco: cabaret folk progressive rock? Qualcosa del genere. Una meraviglia, comunque. A cui ne seguirono altre. Altrettanto sconosciute. E bellissime.

Audience The House on the Hill (Charisma)
La «casa sulla collina» è il capolavoro degli Audience, autori di un quartetto di album interessanti, con un vertice di eccellenza qui. Solido art rock costruito attorno alla sontuosa voce di Howard Werth, ma senza uno degli elementi base usati dai gruppi coevi: le tastiere. Qui ci sono intrecci di fiati da parte di Keith Gemmel (clarinetto, sax tenore, flauto) che in qualche modo potrebbero, di nuovo, rimandare ai Van Der Graaf, mini suite riuscite e varie, come quella che intitola, e Jackdaw, gioiellino melodico.

Uriah Heep Look at Yourself (Bronze)
Il gruppo di hard prog più odiato dalla critica inglese ma, col senno di poi, solido e professionale esattamente come gli altri grandi hard rocker che hanno spianato la strada al suono duro d’oggi: Zeppelin, Sabbath, Purple. Nel ’71 David Byron è una delle migliori ugole rock, Mick Box un chitarrista non virtuoso ma di rara affidabilità, Ken Hensley un tastierista che rivaleggia con i grandi. Look at Yourself è un disco duro ed elegante, molto vicino ai Deep Purple (July Morning), fantasioso e per nulla monolitico nella scrittura. C’è una chicca poco notata: nel brano che intitola sono ospiti gli Osibisa, gruppo africano anticipatore della world music che in quel periodo si faceva conoscere in Inghilterra.

Family Fearless (Reprise)
Veterani della scena inglese che ha assorbito, a partire dalla fine dei Sessanta, spunti blues, jazz di ricerca, folk rock, nel ’71 i Family con la voce imperiosa di Roger Chapman sono un ensemble di strumentisti di valore eccelso e fanno uscire il loro disco capolavoro, Fearless, quinto della serie. C’è un giovane John Wetton al basso, che poi diventerà cardine dei King Crimson di Robert Fripp, e una panoplia di strumenti che può rammentare, mutatis mutandis, il sound articolato dei Gentle Giant, ma con meno riferimenti classici e un impeto travolgente, a partire dall’iniziale Between Blue and Me.

Argent Ring of Hands (Cbs)
Rod Argent, mirabile tastierista e vocalist già con gli Zombies, bella archeologia beat inglese, nel ’70 fa uscire un primo disco marcato Argent, ancora legato alle vecchie sonorità, e un po’ sbilanciato verso trame molto pop. Poi nel ’71 arriva il complesso e affascinante Ring of Hands: ricordi beatlesiani e impennate hard rock (Chained) fluente progressive e diramazioni jazzate in Sleep Won’t Help Me, gran spolvero di riferimenti classici in Lothlorien.

Budgie Budgie (Mca)
Avrà ancora meno fortuna critica degli Uriah Heep il trio inglese Budgie, ed è un peccato, perché invece, col senno di poi, i migliori gruppi metal contemporanei riconosceranno a loro, implacabili e solidissimi hard rocker una primogenitura tutta sostanza: ad esempio i Metallica, che spesso omaggeranno i loro antichi inni hard rock. Nati come power trio sull’esempio dei Cream, già dal primo disco, nel ’71 di cui trattiamo, i Budgie induriscono il suono, e possono contare sull’ugola d’acciaio e capace di incredibile estensione di Burke Shelley, anche bassista.

Ben Ben (Vertigo)
Per l’etichetta che pubblica anche i dischi dei Gentle Giant uno dei dischi meno conosciuti e più belli del ’71 inglese, in quella terra di nessuno mobile e articolata che gettava un ponte di idee tra jazz di ricerca inglese e rock e aveva i nomi più celebrati in Soft Machine e Nucleus. Un disco quasi tutto strumentale con un incalzante e spesso imprevedibile gioco di sponda e rimandi tra fiati jazz (Peter Davey, che suonava tutta la famiglia dei sax, più flauto e clarinetto) e tastiere rock, con qualche bel riferimento, anche, a certe suite zappiane.

Nektar Journey to the Centre of the Eye (Bacillus)
Uno dei casi (non infrequenti, all’epoca) di gruppi inglesi di stanza in Germania Ovest. I Nektar erano una sorta di «figli minori» dei Pink Floyd di grande grazia e perizia strumentale, con bella attenzione alle tessiture di tastiere, diversi punti di contatto con i King Crimson più avventurosi, e anche ovvi riferimenti al kraut rock (Ash Ra Temple, Tangerine Dream) che in quel momento dilatava i confini dell’art rock in direzioni anche imprevedibili.

Comus First Utterance (Bgo)
Nel caotico, stratificato mondo del folk rock inglese sperimentale, un gioiello del ’71 di acid folk tanto poco notato, all’epoca, quanto oggi oggetto di riscoperta, da parte di un settetto con oboe e violino. Le strutture affondano nel British folk, le evoluzioni strumentali sono preziose e oscure, fascinosamente inquietanti, erratiche tanto quanto i testi. Si incrociano le voci di Roger Wootton e quella di Robbie Watson. Come è stato detto, uno dei «gioielli dimenticati» del folk prog inglese. Ci riproveranno con un secondo disco, con ospiti da Gong e Henry Cow, ma non c’è nulla da fare. Il mercato va altrove.

Spring Spring (Neon)
Vale per questa gloriosa e sfortunata formazione inglese quanto detto per i Cressida, e quanto si potrebbe dire anche per i Tonton Macoute, e una valanga di altre vitali piante del vero sottobosco creativo del ’71: erano gran musicisti, fecero un disco eccellente e memorabile, non ce la fecero a bucare la cappa del silenzio. Loro hanno molto in comune proprio con i Cressida, ma anche con Moody Blues, Beggars Opera, Barclay James Harvest: grandi melodie, tappeti di mellotron a inquadrare il tutto, una bella voce. Il batterista, Pick Whiters era destinato però ad altre fortune: diventò uno dei Dire Straits.

Samurai Samurai (Greenwich Gramophone)
Il più sconosciuto dei più sconosciuti ed essenziali grandi gruppi del ’71 dimenticato. Nati dalle ceneri dei Web, gente con tre dischi all’attivo che già aveva cercato la sintesi tra jazz inglese e rock progressivo, trovarono una bella testa pensante nel tastierista Dave Lawson, che in studio convocò anche due notevoli fiatisti. Un unico disco, ma che disco: sprizza forza e vitalità ad ogni traccia. Lawson poi sarà guida dei Greenslade. Puro reame progressive rock con tutt’altre fortune, ma sempre da star di seconda linea.

Bill Fay Bill Fay (Decca)
Negli ultimi anni ha fatto un rientro sulle scene da vecchia e acclamata star, ma per decenni è stato solo oggetto di culto e venerazione per molte ere succedutesi di folk rocker, fino all’alt folk contemporaneo. Tredici canzoni inventive, dolci e intelligenti, che, come scrisse Uncut Magazine, potrebbero ben rappresentare «l’anello mancante tra i brani di Nick Drake, quelli di Ray Davies dei Kinks e Bob Dylan».

STILE ITALIANO
L’Italia del 1971 in musica è come una pentola a pressione che sta per mandare il segnale acustico alla valvola: spegnere e svaporare, sennò salta tutto. Il beat ha maturato e travolto ogni possibile sogno colorato, capelli lunghi e minigonne hanno fatto la comparsa dagli schermi in bianco e nero, rock non è ancora una parola d’uso comune, impera il generico «pop». Ma è anche il primo anno in cui vengono fuori i dischi decisivi per dare lo slancio al grande rock italiano, progressivo, in odore di jazz, di note classiche, di sperimentazione. Senza il 1971 non c’è il terreno solido su cui muoveranno passi sicuri Pfm, Banco del Mutuo Soccorso, Area e Franco Battiato. Almeno fino al ’77. Poi arriverà un’altra epoca. Ecco i grandi dischi italiani del ’71.

New Trolls Concerto Grosso N. 1 (Cetra)
Anche i New Trolls arrivano dal beat e dal pop, ma dopo il primo concept album italiano con De André, Senza Orario senza barriera, arriva il capolavoro di rock mediterraneo a braccetto con la grande spinta ritmico-melodica della musica barocca. È il primo Concerto Grosso, scritto con Luis Bacalov. Una facciata di contaminazioni mai tentate prima in Italia per gruppo e orchestra, sulla via di Vivaldi, con testi ispirati a Shakespeare, una in cui si rende tributo a Jimi Hendrix e si arrischia la «improvvisazione nella sala vuota» dominata dalla fumigante chitarra di Nico Di Palo.

Le Orme Collage (Philips)
Anche per il gruppo veneto il 1971 è il momento della crisi di crescita, dopo le avventure iniziali tra psichedelia e canzoni melodiche un po’ ingenue. Collage è il vero primo campo di prova per la voce enfaticamente efficace di Aldo Tagliapetra, appoggiata sulle tastiere di Toni Pagliuca e la batteria di Miki Dei Rossi. Brani semplici e avvolgenti, efficacissimi, come Uno sguardo verso il cielo, Era inverno, che insegneranno a Banco e Pfm la via di una semplicità non banale, grande rock romantico sulla scia di Quatermass e Moody Blues.

Claudio Rocchi Volo magico N. 1 (Ariston)
Il George Harrison italiano, dai trascorsi con i «politici» Stormy Six alle ballate psichedeliche e sperimentali nel segno della nuova spiritualità e del Peace & Love. Una suite che naviga flessuosa e sperimentale per diciotto minuti sul primo lato, esperienza che poi ripeterà, tre canzoni magnifiche sull’altro.
Osanna L’uomo (Fonit)
New Trolls, Pfm e Delirium sono la travatura del nuovo rock settentrionale, gli Osanna di Elio D’anna e Lino Vairetti sono «Il» rock progressivo del nuovo meridione. Caratura ritmica, schegge jazz, ricordi di Jethro Tull. Con L’uomo la formazione partenopea con fiati e chitarre accanto alla voce e alla ritmica firma un grande disco cantato in inglese e in italiano. In Mirror Train un accenno a Bandiera rossa. E i volti mascherati sul palco insegneranno a Peter Gabriel l’arte del travestimento teatrale.

Nuova Idea In the Beginning (Ariston)
L’esordio del quintetto genovese: con una suite ispirata a Shakespeare che occupa una facciata sotto le dita virtuose di Marco Zoccheddu, che poi sarà negli anni a venire con Faber in dischi importanti, e una che rammenta molto i New Trolls coevi.

The Trip Caronte (Rca)
Gruppo di culto molto rimpianto dagli appassionati: al secondo disco, affiorano la ricerca prog, i riferimenti letterari, l’avvolgente ragnatela di tastiere perfette del compianto Joe Vescovi a sostenere la chitarra di Billy Gray.

Rovescio Della Medaglia La Bibbia (Rca)
Il 1971 dell’hard prog rock compatto ed elegante in chiave italiana. Dal vivo in studio, in presa diretta, il gruppo romano con testi ispirati alla Bibbia, la voce furente del pesarese Pino Ballarini, la chitarra notevole di Enzo Vita che nulla ha da invidiare ai guitar heroes britannici.




Fonte: Ilmanifesto.it