Novembre 24, 2021
Da Il Manifesto
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L’italiano ha esportato parole in tutto il mondo e ghetto è una di queste. L’etimologia deriva da geto, il sito di un’antica fonderia veneziana ma la raccolta Il cortile del mondo – Nuove storie dal ghetto di Venezia (Giuntina, pp. 287, euro 18) propone fin dal titolo un ribaltamento di prospettiva e usa la parola «hasér – scrive il curatore Shaul Bassi – pronuncia veneziana dell’ebraico chatzèr, cortile, soprattutto luogo di incontri, di pettegolezzi, ove tutti si conoscono e dove ognuno sa tutto di tutti». Il luogo però non è esattamente ameno. Infatti, spiega ancora Bassi, il ghetto di Venezia nasceva «come zona e come istituzione, fatta di severi divieti e restrizioni: un modello di sorveglianza sociale, religiosa ed etnica così efficace da venir esportato – nome compreso – dal papa nei territori della Chiesa pochi secoli più tardi». Il libro rovescia, paradossalmente, il senso originario della parola e diviene un prisma da cui guardare il mondo, sia metafora di ghetti altri, diversi e contemporanei, che luogo specifico della riflessione che parte dal primo ghetto della storia, quello di Venezia.

UNA RACCOLTA che è, senza enfasi ma con il solo potere dei racconti e dei saggi conclusivi, una proposta vitale contro ogni forma di provincialismo culturale e contro la «versione lacrimosa della storia». In quello che i contributi di diciotto tra i più importanti scrittori e scrittrici stranieri hanno reso un autentico laboratorio letterario, lingue e culture diverse si confrontano tra loro e con memorie che non sono solo ebraiche.
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Il volume è, infatti, frutto del progetto Reimmaginare il ghetto per il XXI secolo (organizzato da Beit Venezia, Casa della cultura ebraica in collaborazione con Ca’ Foscari) legato al suo cinquecentenario che prevedeva di «invitare vari autori di fama internazionale per farli risiedere a Venezia per alcune settimane e calarli nella storia e nell’esperienza del Ghetto per, infine, ri-visitarlo letterariamente». L’idea – spiega Bassi – «era di spaziare tra autori ebrei legati alle varie esperienze diasporiche di ghettizzazione storica e autori di altre culture, religioni, retroterra etnici con un’esperienza collettiva legata a diversi ghetti reali o metaforici».

Un progetto che ha già avuto altri esiti letterari, come il romanzo L’isola dei fucili (Neri Pozza 2019) dello scrittore indiano Amitav Ghosh, primo ospite dell’iniziativa veneziana, mentre l’assenza di una rappresentanza afroamericana ha preso forma poetica nella raccolta Poesie per Sara (Damocle, 2018) di Rita Dove, Esther Schor e Meena Alexander dedicata alla poetessa ebrea veneziana del 600 Sara Copio Sullam. Un solo contributo del volume è scritto «in assenza» a Stanley Gazemba, scrittore e critico kenyano, è stato rifiutato più volte il visto di ingresso in Italia; nel suo racconto scrive del ghetto di Nairobi.

IL VOLUME RACCOGLIE esperienze variegate, multiformi e racconta sensibilità di differenti continenti a partire dai cortili di un vecchio quartiere che seppe farsi patria. «La città – scrive l’australiano Arnold Zable – è cresciuta su un’interfaccia fra isole e acqua, mare e terraferma. Fortificata da fossati naturali. Dunque un riparo. Un rifugio». Murray Baumgarten, americano, racconta: «Questo ghetto è la patria diasporica di tutti coloro che ne furono privati dall’esilio imposto agli ebrei dall’ostilità della Chiesa, che Venezia riuscì a mitigare ma non a rimuovere. Gli ebrei furono protetti dalla Serenissima anche mentre questa controllava la loro vita quotidiana; il Talmud bruciato in piazza San Marco, ma nessun ebreo fu messo al rogo ai tempi del Ghetto». «Ma inizia il suo «Un rifugiato nel ghetto di Venezia» riflettendo: «Io sono stato concepito a Vienna, trasportato in treno a Rotterdam, in nave a Curacao (…) e mia madre, Bertha Rosenberg, mi ha dato alla luce poco dopo che il battello Simon Bolivar aveva abbandonato il porto diretto a Panama».

Anita Desai, considerata la più importante scrittrice indiana, ripercorre le tracce del suo romanzo Notte e nebbia a Bombay (Einaudi, 1988) per proporre un esito diverso a uno degli incontri che compaiono nel libro precedente. Edmund de Waal, autore di Un’eredità di avorio e ambra (Bollati Boringheri, 2011), uno dei più famosi ceramisti al mondo, il cui progetto «Psalm» è stato allestito nel Museo ebraico di Venezia riflette – tra caffè e dolci – nel suo «Ai piedi del pozzo»: «Qui si creavano connessioni, si mescolavano lingue e culture: ebrei armeni, tedeschi, fiamminghi, persiani ottomani, spagnoli, portoghesi insieme agli italiani in una varietà quasi impensabile di abbigliamento, cibo, musica. Era un posto dove si traduceva costantemente, un terreno di prova per comprendere e analizzare».

INCROCI SOLO APPARENTEMENTE sorprendenti appaiono nel contributo del canadese Andrea Most che intreccia ebraismo e cambiamento climatico in un racconto che inizia nella Venezia fastosa del Lido nel 1961, dove Clive Sinclair, prolifico scrittore ebreo inglese scomparso nel 2018, parla di fasti e rubini, imbrogli e infarti con una conclusione struggente e geniale. Di bambole e di strazio racconta la scrittrice polacca Agata Tuszynska che incrocia epoche e ghetti diversi, bambine, bambole e mamme che riescono a salvare i propri cari dalla morte ma non dall’orrore. Caryl Phillips, scrittore dei Caraibi, propone «Ho visto Mario Balotelli nel Ghetto» e ragiona da Venezia su cosa significhi trovare il proprio posto nel mondo: «New York, 8.46 di mattina dell’11 settembre 2001. Il primo aereo si schianta contro il World Trade Center. Una città sicura? Il 10 settembre era un buon momento per essere musulmani a New York. Il 12 settembre non lo era più».

DORON RABINOVICI, autore israeliano che vive a Vienna parla del «cuore della diversità culturale e di una feconda reciprocità». David Albahari, serbo emigrato in Canada, scrive di stringente attualità: «I muri, caro mio, non si innalzano da nessuna parte per amore». Igiaba Scego, giornalista e scrittrice di origini somale, racconta l’amicizia impossibile tra il piccolo schiavo Suleiman e Esther, figlia della fornaia del ghetto, e della rinocerontessa Clara vista volare nei cieli di Venezia nel 1751.

Il ghetto veneziano, quello di Bolechow, il Lower East Side, e poi il «ghetto gay» a Chelsea sono al centro del contributo di Daniel Mendelsohn, studioso americano di lettere classiche e scrittore: «In bilico – scrive – su quel fulcro che è il trattino (afro-americano, ebreo-americano, italo-americano) quale parte di te ha più peso? Se ti appiattisci, ti adatti, ti assimili (sempre che tu ne sia capace) perdi qualcosa di vitale, di decisivo? Se resti fuori e ti aggrappi disperatamente a quel nucleo, sei egocentrico, provinciale, immaturo?». «Nel momento in cui scegli di viverci – aggiunge Mendelsohn -, anche Chelsea ti insegna che ovunque tu sia è il posto sbagliato per una parte di te». Molly Antopol (Luna di miele con nostalgia, Bollati Boringhieri, 2015) racconta di «una soglia dove finiva il commercio ebraico e iniziava l’immaginario ebraico».

COME IN UN CALEIDOSCOPIO racconta le contraddizioni del ghetto anche Marjorie Agosìn, cilena emigrata negli Usai, poetessa e critica letteraria: «Mi azzardo a dire che qui lo spazio del tempo e della storia convivono con il dolore, con il martirio e la persecuzione, con l’allegria e anche con quella creatività che perdura impregnata dalla luce del sacro. Qui si tesse e si ricama la vita, si illustra, si cucina, qui si prega e si percepisce il percorso della vita».
Nel libro c’è la capacità di raccontare i tanti angoli visuali da cui «il ghetto» guarda il mondo e nella la sezione «Dibattiti», Ronnie Scharfman, citando Shakespeare – ombra che aleggia in molti dei contributi – ragiona sulle contraddizioni di una relazione in cui «la nostra amicizia ha sempre incluso una reciproca preoccupazione per la questione israelo-palestinese.

In quella chiesa di Venezia, un arabo e un’ebrea possono piangere sulle note di un’aria scritta da un compositore italiano e cantata da una tedesca». A dare corpo esplicito al fantasma di Shakespeare c’è poi il racconto di un’azione scenica: a luglio del 2016, in occasione della prima messa in scena del Mercante di Venezia nel Ghetto, si svolge un processo simulato ai personaggi dell’opera presieduto dalla giudice della Corte suprema degli Stati Uniti Ruth Bader Ginsburg, scomparsa lo scorso anno. Ed è a partire da lì che riflette Howard Jacobson, tra i maggiori autori ebrei britannici: «L’antico fraintendimento di un famoso testo teatrale era stato messo in discussione non da persone ansiose di rivalersi, ma da lettori sensibili ai significati profondi dell’opera (…) E le parole di Shakespeare ancora una volta si erano incendiate. È davvero tutto qui? Beh, cosa desiderare di più?».

500 anni tra prosa saggi e poesia

Curato da Shaul Bassi, docente di letteratura inglese a Ca’ Foscari, fondatore di «Incroci di civiltà» e coordinatore del Comitato per il 500nario del Ghetto, il volume nasce da «Reimmaginare il Ghetto per il 21 secolo», un programma di residenza per scrittori. Tra i testi della raccolta, gli scritti di Daniel Mendelsohn, Amitav Ghosh, Ronit Matalon, Rita Dove, Meena Alexander, Igiaba Scego, Doron Rabinovici, David Albahari, Molly Antopol, Nicole Kraus, Sami Berdugo, Laura Forti, Moti Lerner. Proprio le «lettere veneziane» del dialogo tra Forti e Lerner raccontano di uno scambio tra identità tanto radicalmente diverse quale quella ebraica diasporica e quella israeliana quanto reciprocamente e indispensabilmente dialoganti. Nel volume anche i saggi di Sara Civai «Il Ghetto nell’immaginario italiano» e di Lucio De Capitani «Il Ghetto nell’immaginario internazionale».




Fonte: Ilmanifesto.it