Ottobre 16, 2021
Da Il Manifesto
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Stefano Arienti

Pochi artisti hanno tanta consuetudine con le chiese quanto lui, che pur si dichiara non credente. Nel portfolio di Stefano Arienti gli interventi negli spazi sacri costituiscono ormai una lunga lista. Il più recente è il lavoro realizzato per il Duomo di Vigevano, caparbiamente voluto dal vescovo Maurizio Gervasoni e presentato a inizio ottobre: nella prima cappella dell’edificio di impianto cinquecentesco è stato chiamato a immaginare un’opera che dialogasse con un grande Crocefisso ligneo. Com’è nel suo stile, lui ha fatto un passo indietro, e si è concepito come fondale a quell’opera meravigliosa di inizio Quattrocento, probabilmente opera di un artista di cultura nordica operante nel cantiere del Duomo milanese.
La leggerezza dell’intervento cela però la forza e coerenza concettuale che l’hanno generato. Arienti infatti ha portato dentro la cappella, dipingendola fedelmente su pannelli, una sezione della facciata dello stesso Duomo vigevanese. Non è una facciata qualsiasi, perché venne progettata da un vescovo architetto, Juan Caramuel y Lobkowitz, a fine Seicento con l’intento dichiarato di ristabilire le gerarchie all’interno di quella magnifica piazza porticata. Contemporaneamente il progettista aveva chiuso la rampa che portava al castello visconteo e rinnovato spavaldamente il fronte della chiesa, con un’architettura concava, quasi «calamitante», facendone il nuovo baricentro di quello spazio urbano.
Non aveva immaginato, il vescovo architetto, che l’energia strabordante della sua facciata un giorno invadesse con effetto sorprendente anche l’interno della chiesa. È un esterno che si prolunga all’interno, con una continuità tonale garantita dalla stesura pittorica. Ma è anche un dinamismo contrario. «È come se avessi portato quel Crocefisso sul sagrato, cioè dentro la città», spiega Arienti. E in questo modo introduce uno dei fattori chiave che spiegano questa sua molteplice e prolungata implicazione con chiese e spazi sacri: per lui l’arte ha un respiro pubblico che travalica anche il «recinto» della finalità di culto. Arienti per esprimere il concetto usa una parola che aderisce come una pelle alle sue opere: «Vivibilità». Spiega: «È la lezione italiana di grande vivibilità dell’arte, che riguarda la grazia propria del nostro Rinascimento e che sfocia ai giorni nostri nel design. È l’atteggiamento di “sprezzatura” di cui parla Baldassarre Castiglione, quella capacità di nascondere l’artificioso sotto un’apparenza di naturalezza. Cerco un’arte che “funzioni” bene, liberata dall’ansia dell’autorialità».
Il percorso di avvicinamento di Arienti ai territori del sacro era iniziato per suggerimento di un collezionista che gli aveva chiesto un’immagine di Padre Pio: in occasione della mostra alla galleria torinese In Arco nel 2003 (una bipersonale con Massimo Kaufmann) l’artista aveva trasformato quello spunto in un piccolo progetto, triplicando i ritratti, tutti realizzati su lastre di marmo traforate: a Padre Pio aveva aggiunto Madre Teresa e Woytyla. I primi due acquisiti dal collezionista sono stati poi da lui donati alla chiesa di San Carlo a Busto Arsizio.
È stato il primo passo, a cui ne sono seguiti presto altri, più strutturati. Infatti quello che attrae Arienti rispetto alle commissioni per le chiese, e per le commissioni pubbliche più in generale, è il doversi mettere in relazione con tutte le altre professionalità coinvolte. «Nel lavoro subentra l’importanza dell’ascolto, del confronto. Quello che si può pensare come un limite posto alla libertà artistica, per me è in realtà un fattore di grande stimolo. Il doversi coordinare con gli altri migliora il lavoro e poi fa sentire l’artista meno solo…».
Tra i soggetti con cui ci si deve relazionare c’è in particolare quello «antico» del committente. A Sedrina, in val Brembana, dove Arienti nel 2010 era stato chiamato insieme a Mario Airò per partecipare alla sistemazione dell’area presbiteriale della chiesa di San Giorgio Maggiore, la regia era quella dell’architetto, collezionista e anche committente Tullio Leggeri. «È una chiesa storica che contiene due opere molto belle e importanti di Lorenzo Lotto e di Giampietro Silvio. Mi erano subito piaciute le tante stratificazioni di interventi ottocenteschi e anche novecenteschi, all’interno delle quali potevo ora inserirmi anch’io, come ulteriore stratificazione, con l’opera che mi era stata chiesta: un’immagine per il fronte dell’altare».
Arienti, con quegli sguardi laterali che sempre caratterizzano il suo lavoro, si era ispirato a un disegno ricavato da una tovaglia fatta a mano in Cina: un motivo cosmico tratto dalla semplice quotidianità e riportato con foglia d’oro sulla pietra bianca dell’altare. Sono linee esatte e insieme dolci che entrano in dialogo con la facciata di Matteo Codussi, il grande architetto artefice di tante chiese veneziane, che era originario di queste terre…
Nel 2014 è stata la volta della chiesa del nuovo Ospedale di Bergamo, dedicata al «papa buono» Giovanni XXIII. Qui la regia era dell’architetto Pippo Traversi. «Ha fatto un lavoro di mediazione prezioso. Alla fine mi sono convinto a realizzare un graffito sui pannelli di rivestimento delle pareti, per portare dentro la chiesa la dimensione di un giardino, quasi dell’Eden, riprendendo la suggestione della luce che scende dall’alto. Il lavoro di cucitura dell’architetto ha fatto la differenza in questo intervento: ad esempio l’elemento del paesaggio è transitato nella grande installazione di Andrea Mastrovito per il fondale della stessa chiesa».
Dopo Bergamo gli interventi di Arienti in chiese o su soggetti religiosi si sono moltiplicati: sono del 2017 il lavoro sulla grande lunetta con la Resurrezione di Giovanni della Robbia commissionata da Antinori e quello sulle ante d’organo di Girolamo Romanino nella chiesa di Asola (nel mantovano, terra natia di Arienti). Nel 2019 ha esposto all’interno della Basilica di Sant’Eustorgio e del Museo Diocesano a Milano, dialogando, su invito della direttrice Nadia Righi, con il Compianto su Cristo morto di Altobello Melone. Nel cimitero paleocristiano della Basilica Arienti è intervenuto rivestendo le pareti senza soluzione di continuità con una serie di fiori dipinti a tempera su carta.
Sono i fiori che ritroviamo in un altro intervento recente, forse il più intimo e commovente: quello nella cappella di San Giorgio a Martinengo, nel Bresciano. Qui il parroco don Paolo Rossi ha affidato all’artista tutto l’ambiente, destinato a essere usato come stanza del commiato. La richiesta era di quelle ardue: un Giudizio Universale per la parete di fondo. Arienti l’ha risolta operando sul tessuto della quotidianità. Una foto di un angolo del paese, con un portone e uno stretto vicolo, luoghi che evocano un transito, è stata dipinta a grandi dimensioni su tele montate poi sulla parete. Nel cielo d’argento, le nuvole sono lavorate con foglia d’oro e poi rimarcate con l’antica tecnica della meccatura. Sull’altra parete, come fondale al crocifisso allungato e sottile di Claudio Nanni, Arienti ha lasciato un alone bianco di luce circondato da fiori. Immagine delicatissima: evoca un desiderio di resurrezione. «L’arte va sempre oltre le nostre intenzioni. Le opere hanno più vitalità rispetto a me, parlano in modo differente e più ampio. Sono loro a dover parlare con Dio…».




Fonte: Ilmanifesto.it