Ottobre 7, 2021
Da Il Manifesto
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Il tessuto narrativo di Abdulrazak Gurnah porta al lettore un mondo che viene colto nel contesto di una lunga storia coloniale e postcoloniale, facendo agire personaggi che sono inesorabilmente figli degli imperi europei. Con questo Nobel per la letteratura, Gurnah fa premiare l’Africa orientale, e più precisamente la Zanzibar multietnica e plurilinguistica, l’isola che parla kiswahili e fonde in sé tradizioni e culture africane, arabe e indopersiane.

A partire dalla scelta del nigeriano Wole Soyinka come primo scrittore africano premiato nel 1986, il Nobel ha percorso le varie regioni dell’Africa identificandone gli esponenti letterari più significativi, non necessariamente i più popolari. Dopo l’Africa occidentale è toccato all’Egitto con il grande narratore Naguib Mahfuz, quindi al Sudafrica ambiguo e complesso di Nadine Gordimer e John M. Coetzee. Sono poi stati scelti due scrittori che, pur non essendo africani, avevano legami con il continente: Le Clézio con Mauritius e Doris Lessing con lo Zimbabwe.
La Zanzibar di Abdulrazak Gurnah si distingue dalla Tanzania di cui pure fa parte, proiettandosi come l’isola delle spezie e delle leggende, cuore della presenza araba nella regione, ma anche centro della tratta orientale degli schiavi in un passato ancora molto recente.

NEI SUOI DIECI ROMANZI, tre dei quali pubblicati in italiano da Garzanti, Sulla riva del mare (traduzione di Alberto Cristofori) nel 2002, Il disertore nel 2006 e Paradiso nel 2007 (entrambi tradotti da Laura Noulian) – Gurnah ha portato in scena figure marchiate a fuoco dal colonialismo e da quanto a esso è seguito, nelle province imperiali come pure alla testa dell’ex impero britannico. I suoi personaggi sono sempre figurati e vissuti nel contesto delle loro relazioni e all’interno di una grande storia globale, e tuttavia portano con sé e incarnano le emozioni e i pensieri, le scelte e i problemi di singole soggettività. Ogni individuo è, insomma, una sorta di intarsio di realtà culturali diverse e spesso conflittuali, e le vicende difficili e tortuose che ne conseguono sono figlie di questo grande contesto.

L’ambientazione storica e culturale è sempre di primaria importanza nei romanzi di Gurnah, dove si rappresentano modi e mentalità, situazioni ed enigmi di cui la storia tace, e che hanno determinato destini singolari, sopprimendo e punendo passioni e legami fortissimi. La grande storia sul cui sfondo e dentro le cui pieghe si dipanano gli eventi non funziona tanto come fonte di materiale per la scrittura, quanto come affresco incompleto, che a uno sguardo ravvicinato presenta vasti buchi, immense lacune che sollecitano – come i vuoti nella mappa dell’Africa di cui parla Marlow in Cuore di tenebra — l’intervento di un narratore vivo che ipotizzi degli svolgimenti e delle scelte, degli attimi di esistenza attraversata che riempiano di carne e sangue lo scheletro della storia. L’immaginazione si domanda non solo cosa sia accaduto, ma che cosa sarebbe potuto accadere – e come.

C’è la storia, dunque, al centro della narrativa di Gurnah, che dentro e intorno vi intesse il meraviglioso tappeto multicolore del suo racconto.
Erede della tradizione affabulatrice araba, Gurnah se ne distacca nettamente nei toni e nelle modalità e, naturalmente, negli obiettivi. In uno stile raffinatamente seduttivo, dal ritmo incantatorio, Gurnah narra di incontri e seduzioni, cui seguono gli abbandoni e i tradimenti. Racconta anche storie di formazione all’interno delle situazioni coloniali, e approdi fortunosi in terre lontane dove il protagonista porta con sé, come unico bagaglio, una scatola intarsiata che contiene dell’incenso. Percorre i sentieri di quella memoria che sola può colmare i vuoti della narrazione imperiale: una memoria umbratile e dolente, spesso ferita e devastata.
Fra le molte e varie realtà che popolano i suoi romanzi, significative sono le struggenti vicende che si intrecciano ne Il disertore (Desertion, 1994), tra le cui pagine si narra dell’incontro di Martin e Rehana, un viaggiatore inglese di fine Ottocento e una ragazza indiana meticcia che si innamorano e vanno a vivere insieme, sinché lui non l’abbandona per ritornare in patria. Al contempo, si svolge l’appassionata storia d’amore fra il giovane indiano Amin e l’affascinante Jamila, anch’essa finita con la diserzione di Amin che cede alle pressioni familiari e abbandona l’innamorata.

LA PRIMA VICENDA inizia nel 1899 sulla costa dell’Africa Orientale presso Mombasa, in pieno periodo coloniale; e nel suo evolversi incarna la mentalità tardo-vittoriana e le costrizioni sociali dettate dal razzismo britannico. La seconda si colloca in epoca quasi contemporanea, fra l’indipendenza e il presente di Zanzibar, e rivela il ripetersi di un dilemma di impossibilità che scava abissi di perdita e di dolore nell’animo umano. Il sottile filo del destino lega le due storie, poiché Jamila discende dall’unione fra Martin e Rehana, e vede rinnovarsi nel tempo quella diserzione e quel tradimento che sono frutto della cultura coloniale e delle relazioni di classe e di razza, così come si configurano ancora in epoca postcoloniale.
Lo spunto da cui ha preso avvvio Il disertore è l’osservazine della vita di due fratelli, Rashid e Amin, il primo che se ne va, il secondo che rimane. Il perché Amin rimanga, e il perché sia infelice suggerisce l’indagine sulla vicenda e il chiarimento dell’enigma che porterà alla lontana storia di Martin e Rehana, una vicenda di amore interrazziale su cui mancano notizie. E’ tipico che non si sappia nulla di queste storie, soprattutto relativamente all’ultima fase del periodo imperiale; nell’era vittoriana non si scriveva di simili vicende, e sebbene fossero ovviamente accadute, non se ne parlava. Così, riflettendo sull’uno e sull’altro versante, l’immaginazione dello scrittore ha fuso le due storie, il passato lontano e il quasi presente: le due coppie avvolte dal silenzio hanno evidentemente chiesto di venire narrate.




Fonte: Ilmanifesto.it