Gennaio 4, 2022
Da Il Manifesto
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Tahani da alcuni giorni digiunava e beveva solo acqua. Studentessa di arte e design, si era unita alla campagna locale e internazionale #FreeHishamAbuHawwash assieme a 17 uomini e donne di Danimarca, Turchia, Francia, Giordania, Algeria, Cipro ed Egitto. «Stanno aderendo persone di tutto il mondo – raccontava ieri la giovane palestinese – in nome della liberazione immediata di Hisham Abu Hawash. È detenuto in Israele da oltre un anno, senza accuse, senza essere mai stato processato. Fa lo sciopero della fame da 141 giorni e rischia di morire da un momento all’altro. Continueremo la nostra azione fino a quando Hisham sarà libero e con la sua famiglia». #FreeHishamAbuHawwash per giorni ha percorso Twitter e altri social, ha raggiunto ogni parte del mondo mentre raduni e manifestazioni a Ramallah e in altre città hanno tenuto alta l’attenzione. Anche l’Anp di Abu Mazen è scesa in campo per chiedere pressioni internazionali su Israele. Alla fine, le autorità israeliane hanno ceduto. La detenzione «amministrativa», senza processo, di Hisham Abu Hawash non sarà rinnovata. Verrà scarcerato il 26 febbraio e la notizia è stata accolta con grida e applausi in tutta la Cisgiordania. Davanti la casa di Abu Hawash a Dura (Hebron), ieri sera si è festeggiato per ore. Il detenuto palestinese ora dovrà lottare per salvare la vita perché le sue condizioni sono molto gravi, rischia ancora la morte pur avendo interrotto il digiuno.

Dalla prigione di Ramle, Abu Hawash alla fine dell’anno era stato trasferito allo Shamir Medical Center (Tel Aviv). Ma aveva continuato a rifiutare il cibo e gran parte delle cure. «La sua situazione è molto seria» diceva molto allarmato ai giornalisti due giorni fa Saed Abu Hawash, il fratello maggiore «Hisham potrebbe morire in qualsiasi momento. Continua a peggiorare ogni ora, ogni minuto. Non parla più, i suoi muscoli stanno iniziando ad atrofizzarsi. Il battito cardiaco è molto debole e i medici temono che reni e fegato possano cedere».

Quarant’anni, padre di cinque figli, Abu Hawash era pronto a morire pur di vedere annullata la sua detenzione «amministrativa», come in Israele chiamano il carcere senza un regolare processo, una sorta di «custodia cautelare» teoricamente a tempo indeterminato – la detenzione di tre o sei mesi può essere rinnovata all’infinito dalle corti militari -, che hanno affrontano tanti palestinesi. Circa 500 dei 4550 prigionieri politici palestinesi attualmente in carcere in Israele non sono mai stati processati. Abu Hawash non è mai andato al banco degli imputati. Lo Shin Bet, il servizio di sicurezza israeliano, il 28 ottobre 2020 ha chiesto e ottenuto da una corte militare il suo arresto ritenendolo un militante del Jihad Islami. Ma in 14 mesi gli agenti segreti israeliani non ha prodotto alcuna prova a conferma della partecipazione del detenuto ad attività del Jihad islami. Eppure, a nulla è servito il ricorso degli avvocati alla Corte suprema israeliana.

Per settimane non si è intravisto lo spiraglio che in passato ha portato alla revoca della detenzione per altri prigionieri palestinesi in sciopero della fame. Secondo l’ong per la difesa dei diritti umani Al Haq, Israele nel caso di Abu Hawash avrebbe usato il pugno di ferro per mandare un segnale di intransigenza ad altri detenuti palestinesi intenzionati a protestare con lo sciopero della fame contro la detenzione amministrativa. Quindi si è mossa l’Unione europea e anche il suo intervento potrebbe aver convinto Israele ad andare all’accordo con l’avvocato di Abu Hawash. Due giorni fa la delegazione dell’Ue nei Territori occupati ha scritto su Twitter di essere «Seriamente preoccupata per le condizioni di salute critiche del palestinese Hisham Abu Hawash, che ha iniziato uno sciopero della fame prolungato per 140 giorni per protestare contro la sua detenzione amministrativa in una prigione israeliana dall’ottobre 2020». Il ricorso alla detenzione senza accuse formali, ha sottolineato l’Ue, «è una preoccupazione di vecchia data. I prigionieri hanno il diritto di essere informati sulle accuse alla base di qualsiasi detenzione, devono ricevere un processo equo entro un termine ragionevole o essere rilasciati. Una soluzione deve essere trovata immediatamente».

Ieri sera, appresa la notizia, il deputato israeliano di estrema destra Itamar Ben Gvir e altri rappresentanti del partito Sionismo Religioso, si sono precipitati allo Shamir Medical Center per protestare contro il mancato rinnovo della detenzione senza processo per Abu Hawash. Si sono vissuti minuti di forte tensione. Ben Gvir ha sfiorato la rissa con parenti e sostenitori del prigioniero palestinese.




Fonte: Ilmanifesto.it