Aprile 23, 2022
Da Umanita Nova
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L’idea della differenza/separazione tra le “due culture” – quella umanistica e quella scientifica – che agivano su terreni diversi ed inconciliabili, creando due mondi intellettuali differenti ed incapaci di comprendersi, è nata nel 1959, quando Charles Percy Snow poneva la questione di come recuperare quella scissione.[1] Questa rubrica intende affrontare la questione dal punto di vista, per così dire, “militante”: poiché i “saperi” politici che un militante sviluppa sono in gran parte ascrivibili alla cultura umanistica ed alle cosiddette “scienze sociali”, quanto si perde nel non saper maneggiare un minimo determinate conoscenze provenienti dalla cultura scientifica in senso stretto che possono servire, invece, a comprendere lo stato attuale delle cose, sostanziarne la critica ed individuare le strade per il suo superamento?

Teoria dei Giochi – 2

Nell’articolo precedente abbiamo mostrato come la Teoria dei Giochi, nonostante il suo uso corrente per analizzare e dirigere al meglio i “giochi” economici del capitalismo, in realtà è anche uno strumento assai utile a comprendere e criticare lo stato attuale delle cose ed individuare le strade per il suo superamento: per capire ancora meglio la cosa, avevamo preannunciato l’analisi del “Teorema della Rovina del Giocatore” e del cosiddetto “Dilemma del Prigioniero”. Per questo articolo ci limiteremo alla trattazione del primo il quale afferma che “in un gioco equo contro un banco illimitato ogni giocatore è destinato a perdere” e diamone una dimostrazione semi-formalizzata.

Innanzitutto definiamo il concetto di “gioco equo”: questo termine sta ad indicare un gioco dove il vincitore riceve una utilità [Q] pari all’importo giocato [S] diviso per la probabilità di vittoria [p] tale che: p – Q = S/p. Ad esempio, scommettendo 1 al classico “testa o croce” sulla possibilità che esca testa, evento che ha ½ di probabilità di verificarsi, se questo si verifica il gioco è equo nel caso in cui il vincitore riceve un premio di 2. Se invece avessimo a che fare con un lancio dei dadi e si scommettesse sull’uscita di un particolare numero da 1 a 6 e la vincita fosse pari a 5 volte la posta, il gioco non sarebbe equo in quanto il giocatore sarebbe penalizzato perché in questo caso la probabilità di vincita è pari a 1/6. In generale, in un gioco equo la vincita è pari al valore assoluto del denominatore della frazione indicante la probabilità dell’evento favorevole.

Torniamo ora al lancio di una moneta in un gioco equo come descritto in precedenza, dunque se esce testa vinciamo 1, se esce croce perdiamo 1; in base anche ad una semplice ed intuitiva conoscenza di alcuni elementi di Calcolo delle Probabilità,[2] all’aumentare delle prove fatte la frequenza si approssima sempre più al valore della probabilità ma, nello sviluppo del gioco, questo non significa che, in un dato momento, diventi sempre minore lo scarto tra le uscite di testa e di croce. Questo cosa significa? Che pur generalmente tendendo la dinamica tra vincite e perdite allo zero, ci saranno comunque dei momenti in cui uscirà assai frequentemente croce e questa condizione potrebbe esaurire completamente le risorse del giocatore che, quindi, andrà in “rovina” e dovrà ritirarsi dal gioco. Lo stesso, ovviamente, potrebbe istintivamente dirsi dell’altro giocatore – il “banco” – ma, poiché abbiamo ipotizzato che le sue risorse sono illimitate, questi potrà continuare a giocare, riprendersi quando il gioco tenderà alla parità tra vincite e perdite dell’uno e dell’altro, aspettando pazientemente il momento della rovina dell’altro giocatore.

Il Teorema è tale – cioè è dimostrabile con certezza – in quanto si suppongono illimitate le risorse del “banco”; apriamo però una parentesi. Nella Logica Deduttiva il fondamento di tutto è la binarietà: una cosa è vera o falsa, zero od uno, ecc. e non esistono altre possibilità: anche le Logiche cosiddette “eterodosse” la devono mantenere come “metalinguaggio”. Esemplificando, anche se io accetto come valide proposizioni contraddittorie, devo comunque poter affermare che quella determinata proposizione è o non è contraddittoria senza altre possibilità. Lo stesso vale per la Logica Induttiva (il Calcolo delle Probabilità): io posso solo dire che un determinato evento è, ad esempio, probabile al 71% ma non posso dire, pena quanto meno un regresso all’infinito, che detta probabilità è, mettiamo, probabile all’87%. Detto questo, il Calcolo delle Probabilità – su cui si basa la stessa Teoria dei Giochi – è fondamentale, poiché noi non possiamo sapere ogni cosa con assoluta certezza ed abbiamo bisogno di uno strumento valido per muoverci all’interno di tutti i territori, infiniti, in cui tale certezza manca, per capire se abbiamo a che fare con una proposizione quasi certamente vera (prossima all’“uno”), quasi certamente falsa (prossima allo “zero”) e quantificare in generale soprattutto le situazioni intermedie.

Entriamo allora nel mondo tra zero ed uno: è evidente che qualunque disparità di partenza nelle risorse condizionerà il gioco aumentando le probabilità di vittoria per rovina dell’avversario del giocatore e le sue probabilità di vittoria tenderanno alla certezza man mano che la disparità di risorse a suo favore aumenta. In effetti, senza addentrarci in questioni tecniche, è intuitivo il fatto che se lo scontro con un avversario dalle risorse illimitate porterà necessariamente alla rovina con probabilità pari ad uno, cioè con certezza assoluta, nello scontro con un avversario dotato di risorse finite ma di una scala superiore rispetto alle risorse dell’altro giocatore la probabilità della sua rovina non sarà forse la certezza assoluta ma è molto prossima ad essa.

Esemplifichiamo in concreto. Nella mia città, Napoli, dopo la fine della cosiddetta “emergenza rifiuti”, grazie ad una intelligente e spregiudicata promozione della città[3] e ad un passaparola nei meandri della Rete dedicato a turisti e viaggiatori, il turismo negli ultimi dieci anni è letteralmente esploso, superando talvolta i volumi di tante altre città tradizionalmente a vocazione turistica. Terminata la parentesi del lock-down ristretto, i turisti sono gradatamente tornati ad animare ed affollare le strade del centro storico. Non entrerò qui in un’analisi dettagliata del fenomeno della cosiddetta “gentrificazione”, limitandomi, per i nostri scopi, ad un aspetto particolare: l’esplosione di Bed and Breakfast e locali di ogni genere.

Soprattutto nei primi anni, questa esplosione ha portato una qualche ricchezza, oltre che ai soliti noti, ai ceti medi ed anche a quelli proletari: in effetti, aprire un B&B o mettere in piedi un ristorantino, un baretto, una rosticceria, una paninoteca, una pasticceria ecc. era una cosa alla portata di molti ed era risultato un investimento enormemente fruttuoso. Ricordo che un compagno – che di mestiere compra attrezzature ed anche vestiario per una grande azienda pubblica e gira parecchio – mi ha detto più volte che, “ad occhio”, Napoli era in brevissimo tempo, a giudicare dall’abbigliamento, divenuta la città italiana con il ceto medio/basso maggiormente benestante: avendomi messo sull’avviso, personalmente ho notato anche un miglioramento del vestiario dei senza fissa dimora e persino dei menù delle mense dei poveri.[4]

Qualcosa di buono è allora arrivato dal fenomeno? Solo momentaneamente. Infatti, sul mercato della ricettività turistica sin dall’inizio non erano presenti solo i singoli ma anche le catene aziendali di alto livello ed ora siamo in presenza di segni evidenti della “rovina dei giocatori”. Il fenomeno – che comunque si sarebbe verificato su tempi un po’ più lunghi – è stato favorito dalla pandemia e dal conseguente blocco delle attività turistiche: questa ha portato molti attori minori ad uscire dal gioco, in quanto le loro risorse non gli permettevano di gestire le perdite dovute all’inattività: hanno insomma chiuso od hanno dovuto cedere le loro attività proprio alle grandi catene aziendali, la cui presenza è oggi maggiormente evidente.

Il caso napoletano, come suol dirsi, è stato una esemplificazione del detto “tutti possono arricchire, tranne i poveri” e, ancora una volta, la Teoria dei Giochi permette di comprenderla e si mostra un notevole strumento di critica dello stato presente delle cose. La cosa può apparire paradossale, dal momento che di solito è utilizzata per modellizzare situazioni del mercato capitalistico – ciononostante è evidente che, applicata alla situazione presente delle cose, la Teoria descrive il gioco del capitalismo contemporaneo come un meccanismo che porterà alla rovina la stragrande maggioranza dell’umanità e, allo stesso tempo, presenta di fatto la totale socializzazione autogestionaria dei mezzi di produzione come l’unica via d’uscita dalla rovina.

La capacità di modellizzazione di “giochi” di ogni genere della Teoria, poi, permette anche di mostrare la netta superiorità del comunismo anarchico sul marxismo: il mantenimento del potere politico crea disparità di risorse tra la minoranza governante e la maggioranza governata che si ripercuote inevitabilmente sul controllo dei mezzi di produzione – una chiave di lettura che, tra l’altro, spiega perfettamente le forme dell’implosione e del ritorno al capitalismo liberale delle società del “socialismo (ir)reale”. Ed ora tocca ai “prigionieri”… [segue]

Enrico Voccia

NOTE

[1] Vedi la traduzione italiana SNOW, Charles Percy, Le due Culture, Venezia, Marsilio, 2005.

[2] Ad essere precisi nella sua definizione “frequentistica”. Per una introduzione estremamente elementare che spiega anche i differenti approcci al Calcolo delle Probabilità (come oggi è chiamata la Logica Induttiva) vedi https://www.matematicamente.it/staticfiles/appunti/todisco-probabilita.pdf .

[3] Perché intelligente ed allo stesso tempo spregiudicata? L’ex sindaco si è reso conto che ristrutturare la città per renderla pari ad una Firenze, Pisa, Venezia sarebbe stata una spesa pazzesca che nessun investitore avrebbe mai fatto, in quanto in pura perdita rispetto a qualunque volume turistico extra che ne sarebbe potuto uscire: di conseguenza, salvo una serie di operazioni a costo zero – una ZTL prima del tutto inesistente e, sì, anche il lasciar fiorire decine di centri sociali che hanno animato la scena culturale della città, divenendo anch’essi un attrattore turistico (anche di “turismo politico”) – ha promosso la città in quanto tale, così com’era, trasformando nella comunicazione le debolezze in forza.

[4] Ovviamente, il motivo è, da un lato, che i vestiti dismessi e riutilizzati sono migliorati di qualità, dall’altro che l’enorme quantità di locali ha prodotto anch’essa la possibilità di far giungere ai centri “caritatevoli” materiale alimentare donato di maggior pregio.




Fonte: Umanitanova.org