Novembre 6, 2021
Da Il Manifesto
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Ci sono titoli di libri che si immagina siano da intendere in senso metaforico e che poi, alla prima pagina, si scopre che sono da intendersi alla lettera (col dato metaforico pronto a seguire, ma come secondario). Gli occhi di Fellini, il titolo scelto da Rosita Copioli per il suo ampio e profondo viaggio-immersione nell’opera e nella figura del Maestro (Vallecchi-Firenze, pp. 414, € 28,00) si poteva crederlo dedicato allo sguardo del regista, ma è prima di tutto sulla fisicità degli occhi, dalla quale fisicità deriva il resto: «Nessuno può sapere cosa sono stati gli occhi di Fellini. Nemmeno lontanamente, le foto più intense, i filmati possono restituire la mobilità e profondità di quei grandi occhi, che le sopracciglia lunghe e alte, mobili, arcuabili a volontà aiutavano perentoriamente». Mobili gli occhi, mobili le sopracciglia: si direbbe che il primo dato sia questo, che comporta la velocità nel cogliere e l’irrequietezza del conoscere, ma anche una sorta di rapacità verso gli oggetti di ogni tipo, animati o inanimati, che sotto quegli occhi capitano. Sono gli occhi di un disegnatore prima e poi di un regista, un deformatore vorace dei dati di realtà: come dice la conclusione del volume, occhi che «orientavano e dirigevano» l’intero lavoro di Fellini, posandosi con insistenza particolare sui libri.
«I libri di Fellini» era il titolo inziale, visto che la doppia occasione di nascita erano state due mostre riminesi, una dedicata alla biblioteca presente nello studio di Fellini in corso Italia a Roma, l’altra alle presenze letterarie nei suoi film e al mondo di relazioni che risaltava da talune dediche. Da questo nucleo iniziale è nato un libro che si potrebbe definire in vari modi, ma che soprattutto può essere percepito come un dictionnaire amoureux, perché Rosita Copioli, pur mantenendo all’apparenza la struttura tipica delle monografie (a un capitolo iniziale complessivo che traccia la direzione, segue un secondo che sembrerebbe un «Fellini film per film», e un terzo dedicato agli ultimi anni), compie in realtà un inseguimento su tutte le tracce e in tutti i risvolti possibili e, attraverso un montaggio accurato e partecipato – di materiali interviste suggestioni documenti testimonianze ricordi – ci presenta un Fellini dalle molte facce scrutate da molteplici punti di vista. Se si dovesse dirlo con una formula, si direbbe che Gli occhi di Fellini somiglia a un’indagine compiuta per amore, a un interrogatorio che del proprio oggetto nulla vorrebbe lasciarsi scappare.
La sostanza di questo libro letterario intorno al cinema sta nel cogliere le nuances di Fellini come tratti fondamentali della sua arte, e queste sfumature-impalcatura si compongono e incastrano alla maniera dei vetrini colorati di un caleidoscopio, con inattesi riflessi, improvvise simmetrie, variazioni continue dall’esito imprevedibile. Sulla scia di dichiarazioni di Fellini o di coloro che si possono definire i suoi lettori (e che il più delle volte furono le sue letture), si procede a un turbinio di grandi autori evocati come in azione sotto il testo, per esempio, della Dolce vita o di 8 ½. Per 8 ½, riassuntivamente, «furono citati Proust, il surrealismo, l’Ulisse di Joyce» e Pirandello, Svevo (che Fellini non aveva letto) e, da Arbasino, quasi l’intero romanzo occidentale, che si srotolava in quest’«opera aperta», o anche in questa «compiuta perfezione del “non finito”» riecheggiante, in aggiunta, dunque, L’uomo senza qualità.
In tali selve di richiami, particolarmente ampie nelle tre estese ricognizioni intorno ad Amarcord, Roma e Il Casanova (quando, da Flaiano, Fellini è passato a Tonino Guerra e a Zanzotto) , Rosita Copioli discerne, taglia rami, procede a cogliere gli elementi che funzionano dal punto di vista di lettori d’eccezione, ma che dei film rendono conto attraverso una ricezione alta e, si vorrebbe dire, particolarmente sontuosa, in mezzo al mare assordante di polemiche e di discussioni che accompagnò ogni nuova uscita.
Scrive Pietro Citati nella nota conclusiva che siamo di fronte, oltre che a un «meravigloso ritratto di Fellini» anche a una «toccante rievocazione di Rimini» e a un attraversamento della storia del cinema da un punto di vista molto originale perché – come si è detto e come dichiarato dalla stessa autrice – tiene ben salde le basi nel rapporto e nel dialogo di Fellini con la letteratura. Sottolineate le affinità tra Fellini e la Copioli, notevole poetessa, ed evidenziate le differenze (per esempio il diverso rapporto con Jung), Citati lascia cadere l’aggettivo che qui si vuole mettere in evidenza: «alla fine si sentirono complici». Ecco, Gli occhi di Fellini è un libro complice, che erige la complicità a «metodo». Ma è un libro la cui autrice, nonostante la complicità (o forse proprio per la complicità), si mantiene vigile, attenta, insieme partecipe e critica, posando elegantemente i propri occhi sugli occhi del Maestro, con la passione che occorre e con delicata ironia, come ugualmente occorre: un’altra lezione felliniana.




Fonte: Ilmanifesto.it