Dicembre 4, 2021
Da Il Manifesto
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Ogni autore lega la propria fama a un titolo particolare, e poco conta che abbia scritto opere che, ognuna da sola, avrebbero consegnato alla fama un altro autore. Di più, ogni autore è legato a un genere, per quanto si voglia considerare trascurabile la questione dei generi. Si dice: un saggista, un poeta, uno scrittore (che sta genericamente per: un romanziere) e tutto il resto sembra diventare accessorio.
Giorgio Bassani è caso esemplare. Con ogni evidenza, risulta essere – e non senza ragioni – il romanziere del Giardino dei Finzi-Contini. Tale evidenza lascia in secondo piano – immotivatamente, se non con l’unico motivo della minore popolarità, non qualità, del titolo – Gli occhiali d’oro, le Cinque storie ferraresi o L’airone e qualche altra cosa ancora. Si tratta di capolavori della prosa novecentesca che, presi in blocco, obnubilano almeno due altre zone di Bassani: quella del saggista dal tono squisitamente in soggettiva e il poeta, troppo poco considerato rispetto ai meriti, per ciò che si è detto e perché la sua voce risuona con una sua diversità nel secolo andato, tanto da risultare regolarmente esclusa nelle maggiori antologie oltre che poco frequentata da quel pubblico della poesia che spesso sembra capace di accendersi solo per ciò che sta nel solco del già detto.
Delle Poesie complete di Bassani c’è ora a disposizione un’edizione che andrà inevitabilmente considerata come di riferimento. L’ha pubblicata Feltrinelli («Comete», pp. 667, € 35,00) con una premessa di Paola Bassani e con le cure amorevoli e impeccabili di Anna Dolfi, veterana della navigazione nei mari dello scrittore ferrarese, che fa precedere il testo da un’introduzione e lo fa seguire (per la metà esatta del volume), oltre che dalla nota al testo, da un ricco apparato genetico e da un commento, ovvero due strumenti formidabili per l’accesso al laboratorio e all’interpretazione. Se la parte filologica sarà soprattutto a vantaggio dei lettori specializzati, il commento si rivolge alla cerchia di tutti coloro che si avvicineranno all’opera in versi di Bassani.
Il processo di sistemazione delle raccolte poetiche dura in Bassani per tutta la vita. In particolare «per quanto riguarda la sua produzione poetica fino agli anni Cinquanta, non si è mai limitato a raccogliere il preesistente, ma ha proceduto costantemente a variare, scartare, mantenendo del pregresso soltanto quanto contribuiva a dare l’immagine desiderata da e dell’io poeta all’altezza della selezione». Proprio per questi filtraggi si tratta dunque di un’opera che ha accompagnato, costantemente attuale, l’intera vicenda di Bassani, fino a In rima e senza, il libro riassuntivo del 1982, sistemazione ultima dovuta a ripensamenti, mutamenti, ristrutturazioni. Ma, in aggiunta, nelle Poesie complete a ciò che fu organizzato per volontà dell’autore segue una sezione, costruita dalla curatrice, di «poesie disperse e inedite» e un taccuino di prove di traduzione e di traduzioni. Queste ultime, come in altri casi, non inerti nel lasciar delineare il mondo dei riferimenti dell’autore, indicando qualcuno dei sottotesti delle sue opere: a Toulet, Char, Stevenson, già presenti in Te lucis ante, si possono aggiungere adesso Orazio, Emily Dickinson, Valéry, Eliot, Stoddard King, K. G. Chapin, Eberhart, D. Thompson, William Jay Smith e, tra le traduzioni solo in prova, i grandi francesi, da Racine ad Apollinaire.
Non è una curiosità un’altra sezione ritrovata e costruita dalla Dolfi, destinata probabilmente a incrementarsi con futuri ritrovamenti: una sezione a metà strada tra l’imitazione e la parodia intitolata «Per gioco»: «alla preistoria dell’autore sembrano appartenere alcuni divertissements ed esercizi», poi variamente proseguiti sui taccuini giovanili, per Corazzini, D’Annunzio, Verlaine, in rapporto ammirato e disincantato insieme, da accostare, per contrasto, a qualche famoso esercizio di ammirazione della poesia «ufficiale»: «O tu cui lenta abbraccia la collina accaldata, / casa persa nel verde, esile volto e bianco, / solo tu durerai, muto, eroico pianto, / non resterai che tu, e la luce assonnata» (Per un quadro di Morandi, pittore – come noto – sempre tra i riferimenti di Bassani, con e senza la mediazione di Francesco Arcangeli).
La più antica poesia di Bassani, osserva la Dolfi, contiene echi di varia natura, dal tardo Ottocento a Rilke, con ben più che tracce di ermetismo: cantabili ariette «quasi metastasiane»; mentre «saranno i fantasmi del passato, perduti insieme all’io protagonista in una solitudine funeraria, a guidare in Epitaffio i congedi, gli addii, le tracce di un’immagine di sé sdoppiata e perduta nella città morta dell’adolescenza». E se la matrice letteraria, all’occhio allenato, si riconosce bene nella prima poesia, «la lirica degli anni Settanta pare non avere punti di riferimento esterno, e difficile è il tentativo di rilevarli», con, in più, un sentimento della solitudine estremo e disperato: «Solo nella solitudine eletta e accettata le cose potranno apparire diverse: la suggente pianura, un tempo sfumata nella nebbia, diventare una landa bergmaniana, mentre l’autore-protagonista (…) balbetta in gran segreto, con scansione sommessa, messaggi che nascono e che destina a luoghi semiclandestini, a un underground che sempre più si configura come terra di nessuno».
La particolare impaginazione delle poesie di Bassani – spesso a epigrafe – andrebbe rispettata ogni volta, come nel caso della forma a clessidra di Quartiere Salario, che qui segue. Faccia il lettore lo sforzo di immaginazione che deve, perché il tempo è il tema e perché i luoghi, per quanto siano familiari, diventano all’improvviso landa desolata, terra di nessuno, polvere, ombra, niente: «Via di Novella – dice – via di / Santa Priscilla / a me che guardo attonito la splendida / pianta gialla / rigogliosa nel primaverile / giardino tutto nuovo / via Ostriana – insiste con / la sua voce di vecchia / bambina – / e intanto io so che presto sarà / sera anche qui e dopo un lento /attimo notte».




Fonte: Ilmanifesto.it