Dicembre 23, 2021
Da Il Manifesto
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Whiplash of the Dead, titolo originale Kimi ga shinda ato de, dopo che sei morto, è uno dei film più interessanti usciti durante questo 2021 nell’arcipelago nipponico. Il documentario diretto da Haruhiko Daishima, nelle quasi tre ore e mezza della sua durata, esamina le prime proteste avvenute a Haneda nell’ottobre 1967, e gli scontri con la polizia che portarono alla morte di un giovane studente, Hiroaki Yamazaki. Alcune componenti della nuova sinistra si recarono all’aeroporto di Haneda nel tentativo di impedire al primo ministro, Eisaku Sato, di partire per la sua visita di stato in Vietnam. Tutto questo accadeva durante la guerra nel sud-est asiatico quando il Giappone ospitava molte delle basi militari degli Stati Uniti usate e coinvolte direttamente nel conflitto.
Daishima in anni recenti aveva già toccato tematiche simili con due documentari, The Wages of Resistance: Narita Stories nel 2014 e The Fall of Icarus: Narita Stories nel 2017, nei quali esplorava le proteste dei contadini contro la costruzione del nuovo aeroporto di Narita, quasi una guerra civile, che avevano animato la fine degli anni sessanta e il decennio successivo.

Con questo nuovo documentario però, il regista giapponese riesce a costruire qualcosa di più ampio respiro, che si spinge in profondità e soprattutto che partendo da un determinato accadimento, l’uccisione del ragazzo, progressivamente allarga gli orizzonti temporali e il respiro del discorso. Il film si compone di due parti, la prima dove si ricostruisce attraverso testimonianze dei famigliari, specialmente quelle del fratello, e compagni di scuola, ma anche documenti, fotografie e filmati ciò che portò all’8 ottobre 1967, il tragico giorno in cui Yamazaki fu colpito da un poliziotto e ucciso. Mentre nella seconda parte il regista indaga, dando voce ad alcuni dei protagonisti delle proteste dell’epoca, le ragioni dell’implosione dei movimenti della nuova sinistra avvenuta a metà degli anni settanta.

Proprio quest’ultima parte è forse quella più riuscita e affascinante, anche perchè con tutti i distingui del caso il quadro che ne esce ha molti punti in comune con quanto avvenuto, e continua a succedere, anche in molti altri movimenti e lotte di resistenza in tutte le latitudini. Molti dei protagonisti di quell’epoca, ora ultrasettantenni, chi professore, chi scrittore, chi danzatore ora residente in India, offrono una disamina lucida su alcune delle ragioni che hanno portato al fallimento questo impegno sociale. Quella che ritorna più spesso nelle parole degli intervistati è una di rigidità dogmatica e severa verso i membri del proprio gruppo, una sorta di cannibalismo autoritario che perpetua all’interno dei movimenti le falle criticate al potere.
Whiplash of the Dead è dunque un affascinante affresco di un’epoca che si estende però anche oltre – e in questo senso la storia della famiglia Mito è esemplare e toccante. Non affiliati in particolar modo a nessun gruppo di sinistra, i coniugi Mito aiutarono molti dei giovani che venivano arrestati e messi in prigione a superare il difficile periodo detenzione, sia psicologicamente che con donazioni.

In seguito, una volta terminato il cosiddetto periodo delle proteste, dalla seconda metà degli anni settanta in poi i due continuarono il loro impegno civile promuovendo l’attivismo anti-nucleare fino al 1986, anno in cui il padre e i suoi due figli morirono in un incidente sulle montagne giapponesi. L’anziana vedova continua ancora oggi le sue battaglie, anche come segno di rispetto e di memoria dei suoi tre uomini scomparsi così tragicamente decenni fa.

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Fonte: Ilmanifesto.it