Ottobre 20, 2021
Da Il Manifesto
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France è una giornalista televisiva all’americana, di quelle che presentano in studio un programma popolare di attualità; ma che di tanto in tanto vanno anche sul terreno a sporcarsi le mani e i piedi; con il casco in testa e il gilet PRESS, France parte alla ricerca di immagini di guerra… Oppure le rimette in scena. I suoi reportage sembrano sempre oscillare tra la finzione e la vita vissuta. Le immagini (le sue non meno di quelle di Dumont) sono fatte in modo da provocare nello spettatore una sorta di malessere, come se da un momento all’altro il limite tra le guerre di France e il set di Dumont dovesse cadere.

IL PROBLEMA generale del film è quello dell’accesso alla vita, alle cose, alla realtà. Un problema più che classico, nato nel momento in cui il cinema è diventato cosciente di sé. Ma che in maniera bizzarra Dumont sembra al tempo stesso porre e negare. Con una mano (o piuttosto con un volto, quello di France) sembra dirci: non c’è che la rappresentazione o una serie di rappresentazioni una dentro l’altra come bambole russe. E dall’altra (con lo sguardo malizioso di Lea Seydoux) sembra suggerire che al contrario c’è anche qualcosa di più, una via di uscita dalla rappresentazione. France, in poche parole, è una sfinge.

ORA, IL SEGRETO di Bruno Dumont è quello di tutta la pittura surrealista: «non c’è nessun segreto!». Il famoso «Ceci n’est pas une pipe», questa non è una pipa, non è infatti un segreto. «Potete forse fumarla?» chiedeva provocatoriamente Magritte ai suoi denigratori. No, perché non è una pipa, è un quadro, una rappresentazione. Ma questo, appunto, non è un segreto è anzi evidente. Ecco perché l’arte, e il cinema tra le arti, quando si mette a giocare con la distinzione tra realtà e rappresentazione crea sempre delle opere che sembrano celare un senso nascosto, mentre tutta la riflessione è in bellavista. La difficoltà semmai, da parte dello spettatore, è proprio quella di abbandonarsi a questa immediatezza innaturale, rinunciando all’abitudine di interpretare o scoprire la verità come si tira un velo.
Ma, se è così, se l’immagine è immediata, allora perché inscriverla nel mondo dei media? Il mantra di ogni media popolare è quello di fornire un accesso immediato ai fatti – siano questi una guerra o un epidemia o una catastrofe naturale. Portare le cose nelle case, tali e quali sono. Al tempo stesso, il media media, fa da mediazione, manipola, taglia, monta, ricrea, o crea ex novo. Il film di Dumont è quindi preso da una sorta di schizofrenia. Da un lato – da quello del racconto e del contesto del film – sembra mettere in scena una serie di manipolazioni, di turpitudini e di tradimenti. Dall’altro, in quanto forma fa esattamente l’opposto: non fa altro che mostrarci l’immagine pura e compatta di France.

LA SCELTA di Lea Seydoux in questo senso è perfetta e al tempo stesso un po’ cinica. Nessun attrice meglio di lei sembra poter incarnare il mistero della sfinge: ovvero una statua che ha una sola espressione, vagamente ironica, e che suggerisce l’esistenza di chissà quali pensieri nascosti proprio in virtù di un totale vuoto interiore.
Non è una novità, per Dumont l’attore e il personaggio fanno sempre tutt’uno. Un contadino per interpretare un contadino, un artista per interpretare un artista. Lea Seydoux è se stessa o la propria categoria. Non la semplice borghesia. Per quella c’è Benjamin Bioley, l’oscuro marito che riprende il testimone del padrone decadente che nel precedente Ma Loute aveva consì bene incarnato Fabrice Luchini. La sua è un’immagine positiva, non nel senso morale, ma nel senso della semplice fattualità: France è sempre davanti a noi, pienamente, completamente, senza veli. È lì, senza perché. I momenti più belli del film sono quelli in cui Dumont riesce a farci vedere France in quanto France. Ovvero a mostrarcene la sua totale accessibilità. Anche se il processo è a volte piuttosto laborioso, e Dumont inventa degli intrighi che in ultima analisi servono solo a dire: guardate, questa è France.
Questa è La Francia? Questa possibilità interpretativa è costantemente suggerita da Dumont, ma ovviamente si tratta di una trappola: questa non è la France. Ma solo una sua rappresentazione.




Fonte: Ilmanifesto.it