Ottobre 16, 2021
Da Il Manifesto
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È tutto vero in quel niente di vero che si trova nei racconti di George Saunders, forse la superfetazione dell’immaginario più sfrenata e ironica della narrativa americana contemporanea: non a caso, individuò nei Parchi a Tema una delle palestre preferite dalle quali trarre spunti narrativi. Il primo Parco lo visitò già alla fine degli anni Sessanta, si trovava vicino a Dallas e si chiamava «Sei Bandiere sul Texas»: più che una attrazione, quello spazio adibito all’allestimento di una second life a uso turistico esercitò evidentemente su Saunders uno shock visivo, emotivo, etico. I suoi effetti si riverberano infatti nella gran parte dei racconti che avrebbe raccolto in volume a partire dalla metà degli anni Novanta e che, riletti alla radio a distanza di più o meno quarant’anni, gli sembrarono ancora abbastanza divertenti da tentarne una variazione: ne venne fuori un testo, che Saunders portò a termine durante la pandemia, e ora Zona 42 pubblica con il titolo, non meno folle del contenuto, Ghoul accovacciato numero 8 (traduzione virtuosistica, al solito, di Cristiana Mennella, pp. 64, € 8,90).

Protagonista, un povero diavolo al soldo dell’intrattenimento consumistico più demenziale, il cui costume prevede «camicia bruciacchiata dalle fiamme dell’inferno, pantaloni anneriti dal fuoco, cravatta incandescente». Così Brian il Ghoul viene ritratto in un disegno del giovane Edgar Spengler (anche lui impiegato in quella sorta di ritrovo vacanziero) il quale travestito da «gangster a Chicago» e non prima di essersi scusato per non avere ancora deposto il mitra di ordinanza – «vengo adesso dal lavoro» – porge a Ghoul una lettera in cui il padre, già di ruolo come «Lancioniere Volante Tre», rivela la sua scoperta. Una scoperta che ne provocherà la morte, in quanto colpevole di diffondere idee screditate: «Passiamo le giornate mettendo in scena rituali folli che negano una realtà di cui io, per esempio, sono stufo!».

Quel luogo in cui tutti credono di recitare a uso e consumo dei turisti di passaggio si rivelerà essere un cunicolo sotterraneo, che approda a una sorta di fossa comune, la cui uscita esterna è cementata, ciò che rende impossibile la discesa dei visitatori per intrattenere i quali tutti i personaggi sono stati assoldati: «Perché ci hanno messo qui?» – scrive l’ex Lancioniere volante. «Non è che Sopra, tanto tempo fa, succedevano cose gravi? Malattie, guerre, carestie? Qualcuno Sopra avrà pensato: meglio mettere qualcosina da parte? Tipo semi? Che saremmo noi? Finché non passa il momentaccio? O era controllo demografico? O i nostri avi erano corrotti, e questa era la loro prigione? Ma perché farla così arzigogolata? Perché i costumi, i ruoli, il ruscello, il Tram, il Bowling? Non lo so».

Nemmeno l’autore ne ha idea, per la verità: i personaggi di Saunders, le situazioni che sorprendono lui per primo non appena ha finito di inventarle, non stanno sulla pagina a significare altro da quel che significano: lo scrittore americano lo ha ribadito più volte. Le metafore non fanno per lui, semplicemente: le immagini che prendono corpo via via nella sua scrittura esorbitano la forma da cui erano partite.

Alla fin fine, solo la loro vividezza importa, solo la loro finale concretezza, ovvero la credibilità che hanno acquisito prima di tutto agli occhi dell’autore. L’intelligenza di Saunders è così speciale da rendere non solo perdonabile ma persino sorprendentemente divertente il suo mixage di surrealtà e esplicita partigianeria politica. «Secondo me – disse in una intervista a «The Believer» – dalla fruizione di un’opera d’arte si esce non istruiti ma perplessi». Se ci accontentiamo di questo pallido eufemismo, i suoi racconti – per non dire del suo unico, soi disant romanzo, Lincoln nel Bardo, – sono esemplari. I personaggi, travet di una industria del divertimento che ne sfrutta la sottomissione e la paura di perdere il posto, hanno pensieri elementari e godono di sentimenti ingenui, mentre si imbattono in situazioni a dir poco assurde.

Il signor Tom Frame, per esempio, che di lavoro fa il finto monaco seicentesco, capita sotto gli occhi di Brian, voce narrante, mentre si accoppia con Gwen Thorsen, arruolata nella squadra degli incappucciati che a turno recitano la Morte: «E io neanche sapevo che il signor Frame la conosceva! – Salve, Tom, ciao Gwen! – esclamo, non volendo essere maleducato. Alzano per un attimo lo sguardo su di me con il viso pieno d’amore. Ecco un’altra bella cosa della Settimana di Vacanza: vedi sempre la gente in nuovi contesti!».
In un racconto di molti anni prima, titolato Bengodi, Saunders aveva immaginato personaggi partecipanti alla cosiddetta «OrgiaSicura», mentre si accoppiavano su un letto a forma di cuore, incellophanati in un enorme profilattico.

Non a caso, nel ricordare la sua alienazione di tecnico della Radian Corporation di Rochester, quando passava le giornate stilando resoconti sulla contaminazione delle acque sotterranee, Saunders tirò fuori una frase di Terry Eagleton, «Il capitalismo spoglia il corpo della sua sensualità»: a distanza di decenni, i personaggi di questo suo ultimo racconto ne sono l’ennesima prova.




Fonte: Ilmanifesto.it