Marzo 21, 2022
Da Il Manifesto
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Ci dirigiamo in una delle piazze principali di Lublin dove campeggia una grande installazione colorata con la scritta “STOP WAR”. Siamo qui per incontrare Anna e Johanna dell’organizzazione Homo Faber e, seppur ai nostri occhi sembra un normale sabato mattina di una cittadina universitaria, tutte le associazioni con cui parliamo ci restituiscono l’eccezionale afflusso di persone giunte in città. Si stima che approssimativamente ci sia stato un aumento del 10% della popolazione totale di Lublino, in sole tre settimane.

La risposta della città è stata tuttavia immediata: il 24 febbraio stesso, poche ore dopo lo scoppio della guerra, l’associazione Homo Faber insieme alla Fundacja Kultury Duchowej Pogranicza ha creato il Comitato sociale di Lubelsk per l’aiuto all’Ucraina, che fornisce aiuto e informazioni aggiornate alle persone ucraine e coordina il lavoro delle organizzazioni di soccorso e volontariato. È stato subito attivato un numero verde dedicato, tramite cui i volontari forniscono informazioni utili su accoglienza, supporto psicologico e medico, assistenza legale per le persone in fuga, in stretto coordinamento con la municipalità di Lublin. A riprova del ruolo fondamentale che tale iniziativa ha assunto, lo stesso governo centrale ha inserito il numero sul proprio sito ufficiale, causando però un sovraccarico del servizio difficile da gestire da parte dei/delle volontari/e.

Homo Faber è attiva da anni nella promozione dei diritti delle persone migranti e da ottobre scorso era direttamente coinvolta al confine bielorusso: per questo all’interno dell’organizzazione c’è una grande consapevolezza del repentino cambio di passo di un paese in cui fino a qualche settimana prima si operava in un clima di aperta criminalizzazione della solidarietà verso migranti e rifugiati/e. 

Anna e Johanna si mostrano molto preoccupate anche per il prossimo futuro: è vero, ci dicono, che c’è stata una grande risposta spontanea da parte della popolazione polacca, che ha aperto le proprie porte accogliendo molte persone e famiglie, ma – ci dicono – dove andranno queste persone tra qualche settimana? Si pone già il problema di gestire al meglio l’emergenza dopo l’onda emotiva, che a breve diventerà una crisi protratta. Un quadro aggravato dall’aumento dei prezzi provocati dallo scoppio della guerra, allo stress delle associazioni e volontari/e che lavorano h24, al limite inevitabile della solidarietà delle persone, nonché dai tentativi della propaganda russa di alimentare vecchie e nuove tensioni sociali che potrebbero scoppiare da un momento all’altro.

Ne siamo testimoni appena qualche ora dopo alla stazione centrale di Lublin, dove l’edicolante, incuriosita dalla nostra presenza e conosciute le ragioni del nostro viaggio, si abbandona ad un’invettiva dai toni complottisti e apertamente razzisti: “gli ucraini – dice – non hanno bisogno di nulla, è tutta una montatura per venirci a rubare il lavoro e ora hanno più di diritti di noi!”. Un concentrato di stereotipi sempre attuale e senza confini.

Ora più che mai c’è bisogno di soluzioni istituzionali e l’Europa deve mettere in campo una strategia e dei fondi a sostegno non soltanto dell’Ucraina ma anche dei paesi limitrofi colpiti dal conflitto. Anche la società civile e i/le cittadini/e europei possono avere un ruolo e fare la differenza, facendo sentire la loro vicinanza. Per questo ARCI e ARCS hanno lanciato la campagna “In fuga dall’Ucraina”, che invitiamo a sostenere e diffondere

* * * Raffaella, Gaia e Clara – Arci e Arcs




Fonte: Ilmanifesto.it