Novembre 29, 2021
Da Il Manifesto
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I Lanciata da Disney+ , l’epocale serie ideata da Matt Groening è arrivata a Hong Kong a metà novembre con centinaia di episodi ma agli occhi degli spettatori più attenti non è sfuggita la mancanza di uno, quello cioè che fa riferimento alla violenta repressione del governo cinese nel 1989 contro le proteste in Piazza Tienanmen. Nella puntata in questione – la 12 della sedicesima stagione dal titolo Goo Goo Gai Pan – la celebre famigliola americana va in Cina, visita il mausoleo di Mao – che Holmer Simpson definisce: «un piccolo angelo che ha ucciso 50 milioni di persone» – e poi la piazza nel cuore di Pechino. Ecco che allora appare un cartello in cui si legge: «Qui nel 1989 non è successo nulla», una chiara allusione al silenzio ancora imposto dalle autorità cinesi sul massacro contro i manifestanti che a Tienanmen, divenuto in quei giorni un luogo simbolico in tutto il mondo, chiedevano una maggiore democrazia per il loro Paese.
Vista l’impossibilità di vederlo – legalmente almeno, mentre l’11 e il 13 sono disponibili – appare evidente che la piattaforma dello streaming americana lo ha eliminato, e questo fa temere da più parti che la censura funzioni ormai a Hong Kong come nel resto della Cina. Non è chiaro invece se Disney abbia deciso di censurarlo di sua iniziativa o su richiesta delle autorità governative – anche perché al momento non ha rilasciato alcun commento – ma nel regolamento commerciale della piattaforma si legge che la censura viene applicata sui film ma non sullo streaming.
Negli ultimi mesi però il controllo su ogni forma d’espressione nella metropoli cinese, in passato spazio di libertà per gli artisti, è divenuto sempre più forte. In risposta alle grandissime manifestazioni di protesta dei cittadini di Hong Kong contro le restrizioni anti-democratiche imposte progressivamente dalla Cina, col governo di Pechino che ha varato una legge di sicurezza nazionale con cui nei fatti risulta illegale qualsiasi forma di dissidenza, mostre, canzoni, programmi radio e tv sono finiti nel mirino. Molti giornali negli ultimi mesi indipendenti sono stati costretti a chiudere, e lo scorso giugno il governo locale ha istituito un comitato di censura con il potere di proibire i film nazionali o stranieri che possono attentare alla sicurezza nazionale.

«L’IMPRESSIONE è che Disney si sia autocensurata» ha dichiarato al «New York Times» Grace Leung, docente di media all’università cinese di Hong Kong. E ha aggiunto: «In questo modo hanno voluto dire al pubblico locale che rimuoveranno qualsiasi contenuto problematico per fare piacere ai poteri politici e rispondere alle proprie logiche di mercato. Ma in questo modo la credibilità della piattaforma risulta compromessa».
L’episodio è solo l’ultimo di molti, qualche giorno fa all’apertura del nuovo museo di arte contemporanea è stata rimossa una fotografia dell’artista Ai Wei – che ora vive in esilio – con il dito medio alzato contro Tienanmen, mentre Revolution of Time il film sulle proteste a Hong Kong nel 2019, che ha appena vinto il festival di Taiwan, non è mai stato proiettato. E attivisti e artisti continuano intanto a fuggire.




Fonte: Ilmanifesto.it