Settembre 22, 2022
Da USI-CIT - Unione Sindacale Italiana
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La proposta di organizzare una marcia contro il progetto di seggiovia al Corno alle Scale è arrivata a Marzo dal Collettivo del Reno Contro Tutto l’Insostenibile, costituito da compagne e compagni residenti nelle zone dell’Appennino bolognese, e da subito è stata condivisa con entusiasmo dalle realtà vicine interessate all’ecologismo. In questi mesi ha preso vita la Marcia dei Sollevamenti della Terra, dieci giorni dal 2 al 11 Settembre da Ponticelli, nella bassa vicino alla provincia di Ferrara, fino al Corno alle Scale, la cima più alta dell’Appennino bolognese.

L’obiettivo principale di questo esperimento di lotta è stato dal principio protestare contro una serie di scellerati progetti di cementificazione e speculazione sul territorio bolognese: l’ennesimo HUB logistico (73 ettari) progettato sopra l’ultima risaia attiva della provincia e in una zona già strozzata dalle reti della logistica, il Passante di Mezzo (allargamento del complesso tangenziale-autostrada a 18 corsie) che appesterà ulteriormente l’aria di una delle città più inquinate d’Europa senza risolvere la questione traffico, e il progetto di speculazione per costruire una nuova seggiovia per gli sciatori del Corno alle Scale, laddove di seggiovie ne esistono ben due e funzionanti e dove la neve non scende più e va sistematicamente sparata.

Ma se la valutazione di come si svolgono i processi decisionali e organizzativi è fondamentale tanto quanto quella dei risultati raggiunti, soprattutto per le realtà che si praticano l’autogestione, si può dire che la Marcia è riuscita a ottenere molto più di quello che era prefigurato. O almeno è andata molto oltre l’obiettivo sulla carta.

Il modo in cui la Marcia è stata collettivamente costruita, infatti, è esempio di un efficace percorso di autogestione: quattro mesi di assemblee politiche e organizzative, con una media di 40-50 persone per riunione e più di quaranta realtà coinvolte tra collettivi, sindacati di base e associazioni, tra cui molte che non si conoscevano prima, unite sotto un nome comune che ha permesso comunque l’espressione delle particolarità. Ogni scelta è stata consensuale, dettata dalla ragione pragmatica dell’organizzazione, dal valore della lentezza e dall’importanza di non lasciare indietro nessuna. E questo è in sé un grande merito.

In questo torrido Settembre abbiamo percorso 130 km a piedi e compiuto 10 tappe complessive che collegano le risaie della bassa alla montagna bolognese, beneficiando della partecipazione di tante persone diverse, la cui composizione mutava continuamente. Ogni giorno abbiamo camminato intorno ai 10-15 km munite di bandiere, striscioni e tanta acqua – due furgoni hanno alleggerito di molto le nostre fatiche trasportando tende, zaini e tutto ciò che serviva per mangiare. Da sottolineare anche un utilissimo bagno a secco autocostruito, completamente ecologico e perfino confortevole. Nel frattempo si sono sviluppati rapporti, amicizie, somiglianze, e le distanze fra le abitudini di città, di pianura e di montagna si sono incontrate in un dialogo aperto.

La bassa ci ha accolto nella splendida cornice del Parco di Villa Smeraldi (S. Marino di Bentivoglio) con i racconti del Museo della Civiltà Contadina, dove abbiamo potuto vedere le specificità lavorative e sociali del territorio; in passato queste zone hanno visto lo sversamento nel suolo di inquinanti tossici di fianco alle case (industria di concimi chimici ex Visplant), e oggi invece le si vogliono trasformare in gabbie di cemento per nuovi schiavi, come già avviene all’Interporto di Bologna e nei circuiti della logistica.

La tappa cittadina ha visto come fulcro la lotta al Passante di Mezzo, e nella pratica l’incontro di tre manifestazioni e l’occupazione di una rotonda di uscita della tangenziale assunta come simbolo. Qui la Marcia si è unita alla Critical Mass e alla passeggiata lungo il tragitto del futuro Passante di Mezzo; gli incontri serali si sono concentrati sul Passante, sulle connessioni fra quel modello di produzione e l’ideologia della “Smart City”, e sulla lotta del collettivo GKN (con presentazione della manifestazione nazionale del 22 Ottobre a Bologna). Abbiamo attraversato il giorno dopo il bosco urbano dei Prati di Caprara, sempre a rischio a causa di progetti di speculazione edilizia.

Diversi tratti di quei dieci giorni li abbiamo percorsi camminando sull’asfalto bollente, talvolta in un numero limitato di persone, sapendo di correre dei rischi: lungo i viali cittadini le macchine sfrecciano a gran velocità, noncuranti delle altre entità con cui condividono la strada, mentre lungo la statale Porrettana ci siamo trovate a camminare di fianco a enormi tir. In questi casi l’unione di pratiche differenti, la presenza di biciclette e la condivisione dei saperi sviluppati nel movimento delle critical mass hanno avuto un grande impatto nella gestione sicura dell’interruzione del traffico.

Le tre tappe successive si sono concluse con dibattiti a tema: “acqua bene comune contro tutte le privatizzazioni”, il cemento come “arma di costruzione di massa”, “autoritarismo sui territori, autoritarismo sui corpi” (quest’ultimo a cura dell’Assemblea antifascista contro il greenpass”. Giunte in collina (alta valle del Reno), quando anche i paesaggi si fanno più vari e la strada va a tratti abbandonata per i sentieri, siamo state accompagnate dalla Raffa (Rete Appenninica Femminista) con letture, spettacoli e la sera proiezioni sull’ecofemminismo, partecipati da un pubblico folto e composito. La tappa seguente, vicina ormai alla meta, si è conclusa invece con il dibattito “quale agricoltura in montagna?”.

Il momento culmine della Marcia è stato con l’assemblea pubblica intitolata “Ecologia dal basso VS opere imposte dall’alto”, svoltasi a Vidiciatico, ovvero la località centrale per il progetto della seggiovia, la cui amministrazione locale è stata quella dimostratasi più ostile alle richieste politiche e organizzative de I Sollevamenti della Terra.

Tutta la Marcia ha visto una massiccia forza impegnata nel volantinaggio e nelle chiacchiere dirette con gli abitanti locali; dopo un corteo per l’unica via di Vidiciatico, costeggiata di alberghi vuoti, e un forte richiamo al megafono, la partecipazione all’assemblea è stata piuttosto ampia: molte realtà del territorio sia cittadine che non, persone accorse per interesse, e qualche abitante del luogo o di paesi vicini, intervenuto confermando la sordità delle amministrazioni e delle persone agli appelli contro quest’opera inutile e dannosa. Interessante il contributo di un cittadino che ha scoperto itinerari e ritrovamenti archeologici in zona, ma che l’amministrazione non ha nemmeno ascoltato preferendo la via del turismo selvaggio.

Hanno partecipato compagni marchigiani che si trovano ad affrontare un analogo progetto di seggiovia laddove non nevica, e compagni valsusini del movimento No Tav, le cui parole hanno confermato quello che tutte stavamo sperimentando: organizzare momenti conviviali è il primo passo per creare legami, movimenti e iniziative di lotta.

I due ultimi giorni sono stati i più dolorosi per le ginocchia e i più soddisfacenti per lo sguardo: attraversando faggete e abetaie, camminando per ripidi sentieri siamo giunte finalmente sulle cime più alte dell’Appennino bolognese, su fino al Lago Scaffaiolo, dove le colline brulle sono coperte dai mirtilli e spira sempre vento. Ma sono stati anche molti altri i motivi di gioia e soddisfazione.

Quello che personalmente vivo più forte è il sentimento di comunità che ha prodotto l’unione fra il condividere gli aspetti più basilari della vita e l’agire insieme secondo una visione comune del mondo e delle relazioni fra esseri umani e con il contesto circostante. E’ stato un partire dal corpo e quindi dal sé – la fame, la sete, la stanchezza fisica, il sonno, la timidezza, la sbronza – che è divenuto occasione di mediazione con gli altri, e quello che era il fine ultimo dell’esperienza – la lotta contro opere inutili, imposte dall’alto e dannose per il territorio e per le comunità – è diventato il mezzo per sperimentare il sé nel collettivo. Molto significative sono infatti la facilità con cui si sono affrontate quelle (poche) di difficoltà organizzativa, e ancor più la leggerezza con cui è stato possibile non essere d’accordo su questioni anche grandissime e “divisive”, e continuare a marciare insieme col sorriso sulle labbra e la fronte che scotta per il troppo sole.

Sembra faciloneria forse, ma è banale: in molte altre parti del mondo, specialmente quelle prese maggiormente a esempio di vita nei circuiti di movimento, la convivialità è lo strumento cardine di qualsiasi agire comune, e il “camminare domandando” serve a fare la rivoluzione. Nella pratica.

E uno dei motti di questi giorni è stato: “se voglio andare veloce marcio da solo, se voglio andare lontano marcio con gli altri”. Un inno alla lentezza che più volte è stato lanciato durante la marcia, non come marketing ma come esperienza complessiva, sensoriale e relazionale. Questa marcia non segnerà la fine del percorso de I Sollevamenti della Terra. E per una volta questa frase non mi sembra retorica.




Fonte: Usi-cit.org