Novembre 21, 2020
Da Bu
43 visualizzazioni


Il biennio rosso fu una grande occasione sprecata, e quanto ci costò sprecarla, e chissà mai quando e se si ripresenterà. Ogni volta che rileggo o torno con la mente a questo passaggio da Mazurka blu di Vincenzo Mantovani, che a sua volta cita La grande paura. Settembre 1920: L’occupazione delle fabbriche di Gianni Bosio, mi sale il più grande dei mannaggia e tendo, guardando quanto siamo distanti al presente da situazioni simili, a deprimermi piuttosto e anzichenò. Però forse mi sbaglio (io è da mò che son quasi totalmente fuori dai movimenti reali) e non siamo poi così distanti.

Da Mazurka blu. La strage del Diana,
Vincenzo Mantovani, Rusconi, 1979

Se è vero che gli anarchici, proclamando l’occupazione delle fabbriche «momento rivoluzionario», hanno assunto, come scrive Gianni Bosio, una posizione non soltanto «non […] abborracciata e improvvisata» ma «di altissima responsabilità», una posizione che permette loro di trattare «un avvenimento e un congegno tanto delicato e pericoloso come l’avvio per la rivoluzione» con esemplare «coerenza propagandistica e politica», con «misura», «consapevolezza» e «diremmo quasi […] gradualità», viene spontaneo chiedersi se in definitiva non fu proprio questo senso di responsabilità, stimolato dalla manovra confederale di Sampierdarena, a comprometterne irrimediabilmente l’azione.

Il movimento anarchico e l’Usi, i quali teoricamente erano spinti in avanti da un’analisi continua, rinnovantesi e corretta fino a ipotizzare che questa rivoluzione, trovando le masse naturalmente disposte a occupare tutti i luoghi di lavoro, sarebbe stata la meno sanguinosa, e che senza la spinta in avanti non vi sarebbe stata che una reazione sanguinosa, e che avevano architettato, solo architettato, di far prigionieri alcuni dirigenti confederali, cioè di toglierli dalla circolazione, al primo responsabile, decisivo impatto con il reale per un’azione che sarebbe stata determinante, esitano, rimandano e poi si ritirano.




Fonte: Bu.noblogs.org