Dicembre 30, 2021
Da Il Manifesto
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In un episodio di South Park del 2015 Cartman e i suoi amici scoprono Yelp, app con cui possono valutare tutti i ristoranti della città. Grazie alla minaccia di assegnare solo una stellina su cinque, gli Yelper si trovano nella condizione di terrorizzare i ristoratori e sfruttano il loro potere per ordinare portate gratis ed elargire consigli sull’illuminazione dei locali.

L’episodio, il cui finale prevede cuochi che contaminano il cibo con liquidi corporei, fornisce un resoconto del modo in cui funzionano i social network: ci si sente titolati a parlare di tutto perché si può. Le opinioni non richieste, etichettate come libertà di parola, ricalcano l’effetto delle recensioni Yelp, infastidendo senza che il confronto sia fruttuoso. Di tanti argomenti trattati a sproposito, l’aspetto fisico delle donne è un classico, come dimostra l’infinita discussione social sull’appetibilità di Armine Harutyonan, la modella di Gucci dal viso conturbante e asimmetrico della campagna 2019 o la polemica sulla body-positivity, che vede schierarsi i difensori del criterio di bellezza «oggettiva» contro i promotori dell’accettazione incondizionata del corpo – a prescindere anche dalla volontà del singolo a riguardo.

IL CORPO DELLE DONNE e delle persone queer, sottoposto a un esame estetico che ne determina l’accettabilità sociale, deve passare un doppio gatekeeping che interseca la questione dell’identità con quella dell’estetica.
Come scrive Elisa Manici nel suo Grass* (Eris Edizioni, pp. 64, euro 6) «essere donne, soggettività razzializzate, lgbt+, con disabilità, povere, moltiplica l’effetto delle discriminazioni». Manici, «una lesbicx grassa», ha sperimentato gli effetti dell’intersezione di quelle differenze ancora percepite come devianze: dai problemi di salute ricondotti al peso all’essere definita «coraggiosa» quando si indossano abiti scollati. Mostrare il proprio corpo, per una donna sovrappeso, significa compiere un’infrazione sottoponendo il male gaze a un oggetto illecito perché non rispetta lo standard implicito della magrezza. La risposta di Manici alla marginalizzazione è una scelta di campo, da occupare diventando una fat queer activist.

All’indignazione di chi scherma la grassofobia con la preoccupazione sulla salute delle persone sovrappeso, l’autrice risponde con Susan Bordo e la sua codifica dei significati di «grasso» e di «magro» nella cultura occidentale. Lo stato del corpo assume accezioni morali: la magrezza simboleggia la padronanza virile dei desideri fisici percepiti come minaccia alla supremazia del sé. In un’epoca determinata da confini sempre più labili fra pubblico e privato, con la comunicazione social come modello latente dell’espressione culturale, anche le battaglie sull’immagine si combattono in prima persona: testimoniare significa essere partigiani di un’azione politica.

SE SI PENSA al legame fra l’attivismo femminista e il rifiuto del paradigma della femminilità esile è immediata l’associazione con Andrea Dworkin, pensatrice nota per aver fatto dell’aspetto fisico una dimostrazione della lotta al patriarcato. La cultura agisce sulla normativizzazione del corpo ma l’oggetto dello sguardo è tutt’altro che passivo: possiede in sé la capacità di esercitare un contropotere, ricordando allo spettatore che dove c’è egemonia (anche estetica) c’è resistenza.

In Grass*, Manici critica il doppio standard sul peso degli uomini e dei soggetti altri, individuando il culto della magrezza come un corollario del dualismo corpo/mente e del binarismo maschile/femminile, che impone alle donne il controllo degli istinti. Se il corpo è concepito come una massa inerte al servizio della ragione, utile solo per disciplina e sacrificio, plasmarlo significa investirlo di capitale sociale e di cultura. In un’ottica in cui tutto è performance sottoposta al giudizio collettivo, le decisioni sul sé non riguardano più l’individuo ma la comunità; le differenze non sono più sfumature dei singoli modi di essere, ma errori sistemici, di cui il grasso è indicatore e come tale va sanzionato.

SAREBBE FRUTTUOSO chiedersi se il problema non sia, piuttosto, l’interpretazione moralistica di questioni estetiche. Il peso e la forma dei corpi sono questioni che interessano l’occhio, ma la visualità tende velocemente a convergere in visibilità, con conseguenze politiche che non appartengono all’estetica. Se si sceglie di affrontare la questione della grassofobia riducendola a una faccenda personale, la vera domanda riguarda la legittimità degli sguardi che non appartengono al maschio bianco etero-cis.
L’identità di tutti coloro che storicamente si situano fuori dal discorso estetico lecito – necessariamente collettiva – è vittima della deformazione che cataloga le differenze come oscene, costringendone i portatori a pensarsi devianza.




Fonte: Ilmanifesto.it