Dicembre 4, 2022
Da Umanita Nova
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Gli aiuti USA all’Ucraina, dall’inizio dell’aggressione della Federazione Russa, hanno raggiunto la cifra di 52 miliardi di euro, secondo i dati aggiornati al 3 ottobre, dell’Ukraine Support Tracker, un gruppo di lavoro dell’Istituto per l’economia mondiale di Kiel, Germania. A questi sono da aggiungere un ulteriore pacchetto di 400 milioni di dollari, approvato dal Pentagono il 10 novembre, due giorni dopo le elezioni di metà mandato.

Come scrivevo in un articolo pubblicato il 5 febbraio di quest’anno, il 2022 sarebbe stato un anno decisivo per l’amministrazione Biden, con le elezioni di metà mandato che avrebbero visto il rinnovo della Camera dei Rappresentanti, di un terzo del Senato, di molti governatori, oltre a cariche elettive molto importanti. Con il passare delle settimane l’aspettativa dell’onda rossa (il colore del partito repubblicano) che avrebbe travolto i democratici cresceva.

La guerra è giunta a fagiolo per giustificare le scelte compiute dal presidente. In accordo con i suoi potenti protettori, lo Stato Maggiore Congiunto, Biden ha esteso la rete delle basi USA nel mondo e in particolare in Europa orientale, ha costretto uno dei suoi potenti concorrenti, la Federazione Russa, a dissanguarsi in un conflitto interminabile, intaccando le sue non illimitate riserve. Al tempo stesso la fornitura di armi obsolete all’Ucraina ha permesso di ammodernare l’arsenale USA. Ad esempio, il 14 novembre il ministero della difesa USA ha firmato con Lockheed Martin accordi per sostituire i razzi inviati in Ucraina e impiegati dai sistemi HIMARS per 520,8 milioni di dollari.

Nonostante la spesa per la difesa crei meno posti di lavoro rispetto ad altri settori, l’aumento di queste spese ha un immediato riflesso elettorale, perché le grandi compagnie del complesso militare-industriale, come Lockheed Martin, hanno impianti in ogni stato, ed in gare elettorali dove la vittoria si è giocata attorno a pochi voti anche il contributo dato dalla maggiore occupazione nell’industria bellica può essere utile.

D’altra parte, come vedremo più avanti, la dispendiosa tattica adottata dai dirigenti democratici della campagna elettorale non può essere affrontata senza ingenti finanziamenti, e il complesso militare-industriale è sempre pronto a contribuire. Ci sono milioni di dollari che ogni anno gli appaltatori militari donano ai centri studi di Washington. Molti esperti che appaiono regolarmente sui media sono in “sussidio dell’industria della difesa”. I legislatori che ricevono donazioni elettorali dai gruppi affaristici legati alla difesa hanno maggiori probabilità di votare per aumentare la spesa militare.

Oltre al complesso militare-industriale, anche le grandi compagnie petrolifere hanno tratto vantaggio dall’amministrazione Biden, nonostante le promesse, fatte in campagna elettorale, di limitare le nuove concessioni all’industria estrattiva.

Gli Stati Uniti sono diventati il primo produttore mondiale di petrolio nel 2018, quando hanno superato l’Arabia Saudita; ora hanno anche superato i livelli di produzione raggiunti prima dell’epidemia COVID; il presidente ha concesso alle grandi compagnie petrolifere miliardi di dollari in agevolazioni fiscali, per compensare la crisi della domanda legata al ristagno dell’economia e alle conseguenze della lotta all’epidemia. In questo modo, nel 2022, gli stessi big del petrolio hanno cominciato a macinare profitti su profitti, con l’aumento delle materie prime e con le sanzioni alla Russia, aumentando il prezzo del carburante alla pompa.  Sono divenuti un esportatore netto di prodotti petroliferi nel 2020, cinque anni dopo che il Congresso ha revocato un divieto decennale sulle esportazioni di petrolio. Il Canada è una delle principali destinazioni per il petrolio statunitense, insieme a Cina, India, Messico, Paesi Bassi e Corea del Sud.

Il governo federale incentiva la produzione fornendo ogni anno miliardi di dollari di sussidi all’industria, principalmente attraverso agevolazioni fiscali. Inoltre, il governo può influenzare la fornitura di petrolio attraverso la Strategic Petroleum Reserve (SPR), una riserva che può contenere più di settecento milioni di barili.

Le fonti di energia fossili regnano sulla politica statunitense, e il presidente Biden lo sa bene. A metà ottobre, ha annunciato il rilascio di 15 milioni di barili dalle scorte di petrolio di emergenza degli Stati Uniti nel tentativo di abbassare i prezzi. Il prezzo al gallone è calato a 3 dollari e 78 centesimi, ma è ancora molto più alto di quello che i cittadini vogliono pagare. Per dimostrare che intende fare sul serio, Biden ha invitato il Congresso a prendere in considerazione una tassa sui sovraprofitti delle compagnie petrolifere, che stanno raccogliendo guadagni record dall’aumento dei prezzi del petrolio e dall’invasione russa dell’Ucraina. “È ora che queste aziende smettano di speculare sulla guerra”, ha detto Biden.

Come abbiamo visto, gli Stati Uniti godono di una posizione privilegiata poiché per soddisfare le loro necessità hanno bisogno solo in minima parte di fare ricorso al mercato mondiale, ma le big del petrolio, di fronte ad un aumento dei prezzi, dirigono le loro vendite là dove si realizzano profitti maggiori, e anche i prezzi negli USA si devono adeguare.

Nei suoi cinquant’anni di carriera politica, Sleepy Joe ha potuto verificare di persona gli effetti che l’aumento del prezzo del carburante alla pompa aveva sulle intenzioni di voto. Biden è stato eletto per la prima volta al Senato a trent’anni, nel 1973, quando la crisi energetica  stava cambiando la vita della gente comune. La crisi petrolifera pesò come un macigno sulle fortune elettorali di presidenti come Richard Nixon, Jimmy Carter, Bill Clinton. Nel 2008, i repubblicani al Congresso hanno tentato di addossare la colpa dell’aumento record dei prezzi alla presidente della Camera Nancy Pelosi, definendolo il “Pelosi Premium”. La strategia fallì, ma rifletteva la dura realtà dei prezzi alla pompa. Quando i presidenti vedono salire i prezzi del carburante, inevitabilmente provano una sensazione di malessere allo stomaco. Oggi i prezzi sono calati abbastanza da aiutare il partito democratico ad arginare la crescita dei repubblicani, ma sarà ancora così nel 2024?

Un’azione politica che liberi il paese dalla schiavitù delle fonti di energia fossili si scontra con il predominio delle grandi compagnie petrolifere, legato al peso che la produzione di petrolio ha nel prodotto interno lordo degli USA. Le compagnie petrolifere daranno il loro sostegno a politici che si impegnino a mantenere lo status quo; d’altra parte i politici che vogliono mantenersi al potere devono preoccuparsi dei sentimenti di chi va a votare ed ogni giorno riempie il serbatoio della propria auto.

Il principale aiuto che le compagnie hanno avuto dalla guerra in Ucraina è che le sanzioni alla Russia hanno costretto gli stati europei a rivolgersi agli Stati Uniti per compensare con il gas naturale liquefatto (LNG) le mancate forniture di Gazprom. Gran parte di queste forniture arriva dal Golfo del Messico, dal Texas e dalla Louisiana, dove si trovano i principali terminal statunitensi, in fase di espansione e teatro di gravi incidenti. Il gas USA è prodotto soprattutto con la tecnica del fracking, la fratturazione idraulica delle rocce di scisto; tecnologia messa al bando, ad esempio, nel Regno Unito. L’Italia ha importanti rapporti con le grandi multinazionali USA impegnate nella speculazione sul LNG. Ad esempio SNAM, che gestisce i rigassificatori di La Spezia e Livorno, ha l’obiettivo di penetrare nei Balcani cavalcando la materia prima USA. Exxon da parte sua ha la maggioranza nel capitale di Adriatic Lng, che gestisce l’impianto di Porto Viro (Rovigo).

Nelle varie tornate elettorali che si sono svolte l’8 novembre, i democratici sembrano aver ottenuto buoni risultati anche grazie alla strategia di sostenere i candidati di estrema destra alle primarie del partito repubblicano. Ogni partito sceglie i propri candidati a qualsiasi tipo di elezione, dalla più piccola contea al presidente federale, attraverso elezioni dette primarie e riservate agli elettori di quel partito; poiché ovviamente non si può sapere chi sono gli elettori del partito, le primarie sono di fatto aperte a tutti. È così che le organizzazioni elettorali del partito avverso cercano di far emergere candidati più deboli.

Questa strategia, tradizionalmente riservata alle elezioni presidenziali, secondo il Washington Post è stata applicata sistematicamente dai gruppi nazionali e dai comitati di azione politica democratici per far emergere candidati repubblicani estremisti alle elezioni di metà mandato, spendendo decine di milioni di dollari in sette stati in bilico. Anche questa strategia sembra aver contribuito al risultato democratico, che ha conquistato la maggioranza al Senato e arginato il successo repubblicano alla Camera dei Rappresentanti, conquistando anche il posto di governatore in tre stati precedentemente repubblicani. Ma, se guardiamo più da vicino, possiamo vedere delle contraddizioni.

Secondo le stime del Post, la leadership del partito e le organizzazioni esterne hanno speso quasi 19 milioni di dollari in 12 gare: cinque gare governative, due gare al Senato e cinque gare al Congresso. Separatamente, il governatore dell’Illinois J.B. Pritzker, un miliardario, ha speso nove  milioni e mezzo di dollari del proprio denaro, insieme a circa 25 milioni di dollari dalla Democratic Governors Association, per spingere Darren Bailey, un senatore statale di estrema destra, sostenuto da Trump, durante la stagione delle primarie. Pritzker ha vinto la gara con un vantaggio di 11 punti su Bailey per assicurarsi il suo secondo mandato, e Bailey ha riconosciuto la sconfitta. In più della metà delle primarie repubblicane in cui hanno investito finanziariamente, i gruppi democratici hanno speso più dei candidati di estrema destra che speravano di sconfiggere alla fine. L’enorme scommessa dei democratici in realtà non ha ottenuto i risultati desiderati: in sette delle tredici elezioni in cui hanno speso per far eleggere un candidato repubblicano di estrema destra alle primarie, i democratici hanno fallito gettando al vento circa 12 milioni di dollari. Di queste sette elezioni, i democratici ne hanno vinte tre e sono in vantaggio in una quarta, nonostante affrontino avversari più moderati. Alla fine, i soldi spesi per sostenere repubblicani estremisti sono mancati là dove erano necessari a sostenere i candidati democratici, come in Nevada, dove i democratici hanno perso il governatorato, in Florida, un ex stato in bilico, e New York, dove i democratici hanno perso quattro seggi al congresso, compreso quello del presidente della campagna elettorale, sconfitto dopo cinque mandati.

Al di là del successo immediato o meno, questa strategia dà visibilità e credibilità alle componenti più estremiste del partito repubblicano; allo stesso tempo, per realizzarsi ha bisogno di ingenti finanziamenti che possono venire solo dalle grandi compagnie, dall’industria bellica e da quella petrolifera, e dall’alta finanza, che, dopo le elezioni, presenterà il conto.

Le elezioni di medio termine ci consegnano quindi un quadro della politica USA dominato dalle contraddizioni. I governanti, repubblicani o democratici, non possono compiere scelte radicali a favore della pace o della transizione economica, perché non possono perdere l’appoggio della grande industria, impegnata nelle produzioni belliche o nell’industria petrolifera. Le forze armate si sono rivelate uno strumento decisivo nel processo di formazione dei gruppi dirigenti, mettendo in pericolo i rituali democratici. L’asservimento dei politici al mondo degli affari ha allontanato i ceti popolari dalla politica.

Senza un aumento sostenuto della redditività del capitale il mito americano perde la sua attrattiva; questo si ottiene attraverso la distruzione del valore-capitale, vale a dire un grave crollo che elimina le sezioni più deboli del settore aziendale e ricrea un “esercito industriale di riserva”, con la disoccupazione che arriva a due cifre percentuali. La politica della Fed di aumentare il costo dei prestiti potrebbe raddoppiare l’attuale tasso di disoccupazione nei prossimi due anni, ma anche questo potrebbe non essere sufficiente per creare nuove condizioni per investimenti redditizi. La prospettiva per la sopravvivenza di un’economia capitalistica negli Stati Uniti è un processo intenso e improvviso di centralizzazione del capitale. Questo porterà ad un ulteriore aumento della disuguaglianza, che è già aumentata ma non abbastanza per gli standard capitalistici; quindi la disuguaglianza può aumentare ancora, spingendo sempre più in basso i ceti popolari, a meno di una crisi risolutiva, di una rivoluzione. In mancanza di questa l’economia statunitense continuerà a barcollare verso le elezioni presidenziali del 2024 con la prospettiva di una conferma di Sleepy Joe.

Dopo le elezioni di metà mandato, Biden e il partito democratico conservano la maggioranza al Senato, mentre la Camera dei Rappresentanti è a maggioranza repubblicana. Il partito repubblicano è comunque sempre più diviso tra sostenitori e oppositori di Trump. Il presidente quindi non è del tutto “zoppo”. Il suo margine di manovra più ampio comunque è sull’unico argomento storicamente bipartisan negli USA: la politica estera (le guerre). L’andamento della guerra in Ucraina ci darà il segno se i duecentomila morti fra ucraini e russi sono serviti solo a garantire una manciata di voti di maggioranza al Senato. La dichiarazione del protettore di Biden, il capo dello Stato Maggiore Congiunto Mark Milley, che ritiene molto difficile una vittoria ucraina, potrebbe essere un segnale in questo senso.

Tiziano Antonelli




Fonte: Umanitanova.org