Novembre 24, 2020
Da Non Fides
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C’è qualcosa di profondamente corrotto nel regno del pensiero radicale alla francese. Non utilizzo il termine «corrotto» in senso morale, ma nel senso delle merci «andate a male» dal momento della loro produzione. Ovviamente, il fenomeno non attiene all’oggi e lo spettacolo politico-culturale che offre la place de la République ne è solo la manifestazione più recente. Nel supermercato delle ideologie che in quella piazza ha montato i suoi stand, il postmodernismo occupa il posto principale. In particolare il «deleuzismo», il quale, in maniera del tutto evidente, costituisce uno dei denominatori comuni al cittadinismo mille volte riciclato e aggiornato che regna ai piedi della statua della dea tutelare dello Stato esagonale, e che punteggia i discorsi dei politici alla moda, a cominciare da Lordon. Vista la mitologia favorevole che ha permesso di nobilitare il deleuzismo, di attribuirgli il titolo di pensiero sovversivo, e visto il ruolo che gioca attualmente, vale la pena di tornare brevemente sul percorso di Deleuze e dei suoi accoliti, senza pretendere esaustività ma mostrando quali sono state le sue prese di posizione durante i periodi chiave della storia con cui si sono confrontati. Deleuze fa parte di quei personaggi che, all’indomani del maggio 68, avevano la pretesa di essere dei filosofi impegnati in attività originali e di aprire dei percorsi di riflessione e di azione che andavano oltre i confini tracciati e bloccati dal militantismo tradizionale. Benché le sue prese di posizione non esauriscano la questione dell’analisi critica della sua «cassetta degli attrezzi» concettuale, le prime dipendono dalla seconda e in molti casi ne rivelano il senso. Cosa che i riciclatori di oggi preferiscono occultare.

Il ghetto universitario di Vincennes, prototipo di quello che attualmente si trova a Saint-Denis [Università Parigi VIII], venne istituito dal potere gollista per neutralizzare i tentativi di rivolta che scuotevano il mondo civilizzato delle facoltà e per offrire dei trapuntini a degli ideologhi in qualche modo atipici, quanto meno rispetto ai canoni che regolavano allora le attività dei cenacoli universitari. A Vincennes servivano quindi coloro che sarebbero diventati i messaggeri del postmodernismo: i Foucault, i Deleuze ed i Guattari, solo per nominare i più conosciuti, ed i più riconosciuti nell’ambiente della militanza polimorfica apparsa in seguito al maggio 68. Deleuze, fino ad allora un semplice storico della filosofia, partecipa quindi, dentro la guaina di contestatore in blue jeans che rifiuta i corsi magistrali, all’operazione di recupero.

Può dispiegare senza freni la sua concezione della «filosofia impegnata», riassunta in «Che cos’è la filosofia», opuscolo scritto insieme a Guattari: «I concetti, non sono affatto qualcosa di dato. O meglio, i concetti non sono la stessa cosa che il pensiero: si può benissimo pensare senza concetto e anche tutti quelli che non fanno filosofia, io credo che pensino, che pensino pienamente, ma che non pensino per concetti – se accettate l’idea che i concetti siano il termine di attività o delle creazioni originali. Direi piuttosto che i concetti siano dei sistemi di singolarità prelevati dalla cima del flusso di pensieri. Il filosofo, è qualcuno che fabbrica dei concetti. Questo è intellettuale? Credo di no.»

Simili dichiarazioni, che appaiono diretti a prima vista contro il dottrinarismo che si pretende universale che regnava allora nell’università, non rimettono affatto in discussione il ruolo dei mandarini bensì lo rinnovano con il pretesto di accompagnare la proliferazione di «campi» particolari che, dopo il maggio 68, dovevano costituire l’oggetto delle loro ricerche. Perciò giustificazione del medesimo ruolo, ma più sottile ed apparentemente più modesto, grazie all’introduzione dei concetti di flusso e di singolarità, diventati dopo di loro i penosi luoghi comuni della filosofia postmoderna. Nell’ottica di Deleuze e Guattari, rimane il fatto che se i semplici mortali erano suscettibili di pensare, grazie a loro, non concettualizzavano nella misura in cui non filosofeggiavano! Bella sciocchezza, mentre i rivoluzionari dell’epoca sottolineavano che per pensare nel senso pieno del termine, pensare la trasformazione rivoluzionaria del mondo, bisognava abbandonare il terreno della filosofia, il terreno delle sole interpretazioni e reinterpretazioni successive del mondo, che costituivano l’essenza del lavoro svolto nelle facoltà prestigiose, come la Sorbona, e la fonte della loro notorietà. Quando i due compari in seguito affermavano, nell’introduzione a «Mille Plateaux», che «non c’è e non c’è mai stata dell’ideologia», in realtà difendevano il loro ruolo di ideologhi postmoderni. Svelavano ciò che erano e a che cosa corrispondeva la proliferazione concettuale a cui avevano essenzialmente consacrato la loro attività, nella pura tradizione dell’università francese, vera e propria gabbia per criceti che girano a ruota libera, in cui non bisognava entrare se non si voleva perdere il senso della realtà. Quel che è successo, purtroppo, a molti contestatori che eppure nel 68 avevano cominciato a disertare i corsi ufficiali. Riempendo le aule di Vincennes per ascoltare gli ultimi ciarlatani alla moda e per collaborare con loro alla fabbricazione e alla lucidatura della loro «macchina da guerra» concettuale, apparentemente opposta allo «apparato statale», accettavano di essere nuovamente rinchiusi nel recinto universitario, e abbandonavano qualsiasi attività critica, nella teoria come nella pratica.

In effetti, nei corsi tenuti da Deleuze appariva già chiaramente il nucleo dell’ideologia che era stata formattata in «Mille Plateaux» ed era stata annunciata nelle sue opere di gioventù consacrate alla storia della filosofia: la pretesa di avere superato la dialettica del negativo a beneficio di affermazioni plurali, portatrici a priori di rotture parziali, la cui messa in rete «orizzontale» e la convergenza dovevano facilitare l’emergere di qualcosa di nuovo, al di là dell’orizzonte «verticale», bloccato dalla gerarchizzazione tradizionale del pensiero e delle azioni, formalizzato per mezzo dell’azione e dell’organizzazione in partito. Un «rovesciamento di prospettiva» senza pari a sentire le proposte dei nostri due modesti inventori che «dimenticano» che, in materia di valutazione del ruolo dei partiti, Simone Weil aveva enunciato all’inizio degli anni 1940, nel «Manifesto per la soppressione dei partiti politici», delle critiche altrimenti ben più interessanti. In breve, nella loro ottica, questi «rizomi» sarebbero stati di per sé portatori di radicalità, senza che noi avessimo davvero bisogno di interrogarci sugli obiettivi perseguiti. Nel maggio 68, i rivoltosi avevano lanciato: «Siate realisti, esigete l’impossibile!» Incuranti, per mezzo della loro storia di «rizomi», Deleuze e Guattari regrediscono verso dei concetti che richiamano il «possibilismo» di una volta, difeso da riformisti come Bernstein, alla vigilia della Grande Guerra: «Il movimento è tutto, il fine ultimo è niente.» Difatti, dalla fine degli anni 1960, i due compari, senza avere il coraggio di affermarlo senza mezzi termini, sono già piuttosto ostili ai tentativi di sovversione globale. Consideravano questi tentativi come generatori di totalitarismo, come eredi della «trascendenza» propria alla teologia, ripresa dal razionalismo, e poi dallo statalismo. Di conseguenza, si richiamavano alla creazione di «piani di immanenza», in breve a spazi, reti e cerchi che, vista la loro presunta positività radicale, non avevano nemmeno più bisogno di criticare l’universo dei partiti. Bastava loro ignorarli in qualche modo. Una postura che permetteva al celebre tandem di occultare il ruolo contro-rivoluzionario giocato nel maggio 68 dal PCF e dalle organizzazioni di massa che gli erano subordinate, la CGT in testa. Il seguito lo conferma.

In Francia, mentre la grottesca avventura di Vincennes non era ancora terminata, dalle parti di Bologna, in Italia, nella primavera del 1977, la situazione stava diventando esplosiva. Il potere dello Stato, nella persona del sindaco comunista della città, faceva intervenire i blindati dei carabinieri. Nell’autunno dello stesso anno, l’ordine viene sostanzialmente ristabilito, tutti i circoli, i gruppi ed i partiti ostili alla rivoluzione, PCI compreso, organizzano l’enorme spettacolo politico-culturale che sferra il colpo finale a tutto ciò che di sovversivo rimaneva nelle ancora vivaci opposizioni. Esistono da decenni numerosi testi critici sull’argomento, ad esempio «Proletari se voi sapeste» e, in seguito, l’articolo collettivo «Breve relazione sulla decomposizione della contro-cultura in Italia», che data a metà degli anni 1980 e che mostra il ruolo di freno giocato dall’ideologia deleuziana.

A tal proposito, «La dichiarazione degli intellettuali francesi» invita a partecipare allo spettacolo d’autunno, essenzialmente redatto da Deleuze, è rivelatore: «Noi non abbiamo mai paragonato l’Italia ed il Gulag. Noi non abbiamo mai preteso di condurre un’azione sistematica contro il PCI. Noi non abbiamo niente a che vedere con i nuovi filosofi né con il loro anti-marxismo, né con qualsiasi altro anti-marxismo. Noi constatiamo solamente che il PCI è il primo partito comunista in Europa dell’Ovest a non essere più all’opposizione. Noi non opponiamo lo spontaneismo delle masse all’organizzazione di partito, ma crediamo al carattere costruttivista di certe agitazioni di sinistra che non passano necessariamente per il compromesso storico.»

Per anni, gli «untori» a Bologna ed altrove, hanno combattuto il PCI, partito d’ordine tanto più pericoloso in quanto beneficiava ancora della fiducia di numerosi proletari. Il «compromesso storico» aveva come funzione quella di facilitare la liquidazione dei focolai sovversivi endemici che scuotevano il paese, ivi compreso lo scatenare contro di essi la più implacabile coercizione di Stato. Ora, ne «La Dichiarazione», la funzione controrivoluzionaria del «compromesso storico» viene occultata. Il partito che la porta avanti, presumibilmente ignorato dagli apostoli della «rivoluzione molecolare», riappare brutalmente come forza imprescindibile con la quale viene consigliato di coesistere. Gli antagonismi reali vengono così repressi, perfino negati. A cominciare da quella esistente fra la gerarchia del partito e la spontaneità dei «seminatori di peste». A Bologna, l’ideologia costruttivista appena nata è già morta. I suoi promotori, Deleuze in testa, svolgono in realtà il ruolo di procacciatori per il PCI e per l’insieme dei gruppi che, come «Lotta Continua», tentano di evitare i ritorni di fiamma rivoluzionari. «Credo che Guattari ed io, siamo rimasti marxisti», dirà più tardi, in «Pourparler», Deleuze. Il termine «leninista» sarebbe stato più appropriato, viste le posizioni che adotteranno a Bologna ed in seguito, dopo il ritorno in Francia. È però durante il periodo bolognese che è apparso il mito per cui i meccanici delle varie «cassette degli attrezzi» postmoderni, Foucault, Deleuze, Guattari, perfino Derrida, fossero dei fari del pensiero sovversivo. Mito creato ed amplificato dai leader dell’autonomia come Negri.

Dal 1977 al 1981, Deleuze e Guattari volgeranno essenzialmente la loro critica contro il diritto al potere. Così nel 1977 accuseranno, su «Le Monde», il Ministro degli Interni, Bonnet, di preparare l’estradizione «di uomini di sinistra tedeschi», a cominciare da Croissant, l’avvocato della RAF, su richiesta di Bonn. Nel 1980, alla vigilia dell’elezione di Mitterand, dando il loro sostegno alla «scandalosa» candidatura di Coluche, faranno dietro le quinte campagna per la sinistra. Testimoniano in tal senso i «colloqui» avvenuti a Vincennes, così come gli adescamenti, durante le riunioni dell’estrema sinistra e degli ecologisti, effettuati da Guattari, assai più presente di Deleuze sul terreno della militanza. Nello stesso periodo, i rivoluzionari più lucidi, in perfetta contraddizione con l’attitudine al bricolage delle «rivoluzioni molecolari», stigmatizzavano l’arrivo programmato della sinistra al potere in quanto operazione destinata a facilitare la modernizzazione del capitale e dello Stato che la destra oramai in rotta non poteva più realizzare.

L’apice dell’opportunismo venne raggiunto con la presenza di Deleuze, entusiasta, all’incoronamento di Mitterand al Pantheon. Poi con la partecipazione di Guattari, con l’intermediazione del demagogo Lang, a spettacoli e mediazioni politico-culturali quali «La festa della musica», destinata ad intrattenere i supporter della sinistra e ad offrir loro, in mancanza delle brioche, dei giochi. Giusto per far loro ingurgitare la zuppa agra che si stava preparando. Nel 1981, Deleuze fa ancora sensazione rifiutando di firmare la petizione lanciata da alcuni «intellettuali impegnati» alla Bourdieu che denuncia la posizione «neutralista» di Mitterand rispetto al colpo di Stato fatto in Polonia dal generale Jaruzelski. L’instaurazione dello stato di emergenza doveva servire a schiacciare i dissidenti che cominciavano a trattare Walesa, il leader di Solidarnosc, da crumiro. L’Eliseo lo definì come un «affare interno polacco». Deleuze, attraverso «Liberation», conferma le sue intenzioni di non voler «mettere in imbarazzo il governo socialista che si era appena installato». Gli individui perseguitati in Polonia e che credevano al mito della Francia «Terra d’asilo» dovevano solo andarsene da un’altra parte! Lo si sa bene fin da Enrico IV: Parigi val bene qualche messa! E l’Eliseo val bene qualche ristrettezza mentale gesuitica e qualche adattamento dell’ideologia delle «rivoluzioni molecolari» alle ingiunzioni della ragion di Stato! Come ricompensa, Deleuze ottiene solo qualche smorfia di simpatia da parte di Mitterand. Guattari, di contro, più implicato nelle attività dei circoli vicini alla presidenza, riceve nel 1983 dalle mani di Lang la medagli di Commendatore delle Arti e delle Lettere. Accetta, «non a titolo di ricompensa per i servizi resi allo Stato», ma «perché è stato uno dei suoi amici più stretti a conferirgliela». La «soggettività» senza pari dei nostri nemici giurati de «l’oggettivismo della Ragione» ha raggiunto il suo stadio terminale: la pura ipocrisia che caratterizza i lacchè dello Stato.

All’entusiasmo subentra la delusione. Ma i bruciori di stomaco che si accompagnavano perfino ad accessi di indignazione morale, come ad esempio riguardo all’estradizione dei Baschi, erano dovuti al fatto che ai nostri incomparabili filosofi, che avevano favorito l’ascesa al potere del Partito Socialista, sostenuta dal PCF, non veniva riconosciuto il loro giusto valore, come consiglieri del principe. Nella loro filosofia, c’era sicuramente una vasta «gamma», di «variazioni» e di «ritornelli», tanto per riprendere le metafore musicologiche che essi utilizzavano per giustificare le giravolte opportuniste che negoziavano in funzione delle circostanze. Ma, per quel che concerne i loro apprezzamenti rispetto ai firmatari del «Programma comune», questi hanno suonato essenzialmente dello stesso suono ripetitivo di campana, nonostante le infamie che quelli avevano perpetrato all’opposizione, e poi al potere, in quattro anni.

Nel 1985, in un’intervista concessa a «L’Autre Journal», integrata in «Pourparler», Deleuze afferma ancora: « Da un regime socialista, molte persone si aspettano dei nuovi tipi di discorso. Dei discorsi assai vicini ai movimenti reali, e in grado di conciliarsi con tali movimenti, costituendo delle strutture compatibili con essi. La Nouvelle Calédonie, ad esempio. Quando Pisani ha detto: ’in ogni caso, sarà l’indipendenza’, questo è già un nuovo tipo di discorso. Significava: invece di fingere di ignorare i movimenti reali per farne l’oggetto di negoziati, si va immediatamente a riconoscere il punto finale, i negoziati avvengono sotto l’angolatura di tale punto finale, accordato in anticipo. […] Il ruolo della sinistra, che sia o no al potere, è quello di scoprire il tipo di problemi che la destra nasconde. Ora, purtroppo sembra che si possa parlare a tal riguardo di una vero e proprio fallimento nell’informare. Vi sono certamente delle cose che scusano molto la sinistra: il fatto è che il corpo dei funzionari, il corpo dei responsabili, è sempre stato di destra in Francia […] I socialisti non hanno gli uomini per poter trasmettere ed elaborare le loro informazioni, i loro modi di porre i problemi. Avrebbero dovuto fare dei circuiti paralleli, dei circuiti adiacenti. Avrebbero avuto bisogno, come intercessori, di intellettuali. Ma tutto ciò che è stato fatto in questa direzione, è stato stabilire dei contatti amicali, ma molto vaghi. […] La sinistra ha bisogno di intercessori liberi, a condizione che essi lo rendano possibile. Questo è stato svalorizzato, a causa del partito comunista, sotto il nome ridicolo di «compagni di strada» ».

Nel 1985 quindi Deleuze era ancora alla ricerca di «scuse» a sinistra, alla vigilia della prima «coabitazione» con la destra, sotto la presidenza di Mitterand, e a deplorare il fatto che il potere di Stato non faceva sufficientemente appello a lui ed ai suoi accoliti, ad esempio sulla questione coloniale in Nuova Caledonia. Non trovava niente di meglio da fare che sostenere il piano Pisani volto a negoziare l’autonomia con i capi opportunisti del FLNKS e ad isolare, e perfino a liquidare, i radicali che se ne allontanavano. Inoltre, passava sotto silenzio il gatto che Guattari continuava a giocare il ruolo di intercessore politico-culturale presso l’Eliseo. Cosa che nel 1877, quindi in piena «coabitazione», portava lo stesso Guattari a redigere – sulla falsariga di un «multiculturalismo» che si pretendeva fosse la «specificità» dello Stato nazionale alla francese – il discorso di Mitterand alla Sorbona sulla relazione fra cultura e potere, su «la cultura come fonte di potere» secondo il capo di Stato! Solo a qualche giorno dal caso Ouvéa, nel quale i commandos inviati dall’Eliseo erano stati accusati di aver messo in atto senza mezzi termini il terrore, per ricordare alle teste calde dell’arcipelago in che cosa consisteva la ragion di Stato repubblicana.

Durante gli ultimi anni della sua vita, Foucault aveva predetto che «un giorno, il secolo avrebbe potuto essere deleuziano», sperando che sarebbe stato foucaltiano. Purtroppo, ha avuto in gran parte ragione e nei decenni seguenti i sogni dei postmodernisti, che sono i nostri incubi, hanno preso corpo. L’utilizzo delle loro «cassette degli attrezzi» concettuali è andato ben oltre la cerchia delle università francesi. Sono stati riconosciuti e riciclati più volte non solo da un buon numero di pretesi contestatori in tutto il mondo, soprattutto negli ambienti universitari, con il marchio di fabbrica della «French Theory», ma anche dai gestori del capitale e dello Stato, ivi compresi alcuni generali membri della cerchia di riflessione militare. Tutto questo è logico in quanto il deleuzismo se l’è sempre presa solo con i modi di dominio più fossilizzati e più tradizionali ormai compromessi e, in parte, già obsoleti. In questo senso, ha annunciato piuttosto ciò che oggi costituisce uno dei modi di organizzazione del capitale e dello Stato più sofisticati, grazie alla creazione e alla moltiplicazione delle tecnologie miniaturizzate che permettono di collegare dei cittadini atomizzati e perfino delle istituzioni che li controllano secondo il modello della rete. Rete, la cui proliferazione alla base della piramide sociale e statale non scuote per niente né le fondamenta né la sommità della sede del potere. Al contrario.

Gli autori di «Mille Plateaux» ne avevano allora quasi coscienza, come dimostra la seguente nota: «Il carattere principale del sistema acentrico consiste nel fatto che le iniziative locali sono coordinate indipendentemente dall’istanza centrale. […] Avviene perfino che dei generali, nel loro sogno di appropriarsi delle tecnologie di guerriglia, facciano appello a delle molteplicità di moduli sincroni, che richiedono solo un minimo di potere centrale e di scambi gerarchici.» Ciò che hanno nascosto, è che Lenin, nel quadro della conquista insurrezionale del potere da parte del partito, aveva già preconizzato questo modo di organizzazione durante la rivoluzione del 1905, la cui importanza era già stata segnalata da Clausewitz nelle note a proposito della resistenza spagnola ai tempi dell’invasione napoleonica. Modo di organizzazione che fu generalizzato all’epoca della moltiplicazione delle guerriglie nazionaliste in tutto il mondo, a cominciare dalla guerriglia maoista in Cina alla fine degli anni 1920, «macchina da guerra nomade» per eccellenza come ci mostra «la lunga marcia».

In altri termini, contrariamente a quel che pretendevano i nostri due «bricoleur» di concetti, le «macchine da guerra» non costituiscono affatto delle «strutturazioni» precedenti alla costituzione degli «apparati di Stato» o a cui sarebbero estranei e che, in seguito, sarebbero loro preferibili. Cosa cui credeva Bataille, il principale creatore di miti sul guerriero selvaggio senza fede né legge, ostile alla civiltà e alla mirale di origine cristiana. Oggi, anche le teste pensanti del Tsahal [N.d.T.: Forze di Difesa Israeliane] sono furiosamente deleuziane, come il generale Yair Naveh: «Molti concetti elaborati in»Mille Plateaux«sono per noi divenuti essenziali. […] Ci hanno permesso di comprendere delle situazioni contemporanee che diversamente non avremmo mai potuto spiegare. […] La più importante è la distinzione che Deleuze e Guattari hanno stabilito fra i concetti di spazio striato e spazio liscio […] che ci rimanda ai concetti organizzativi della macchina da guerra e dell’apparato di Stato. L’esercito israeliano adesso utilizza spesso l’espressione»lisciare lo spazio«per parlare del modo di affrontare delle operazioni in degli spazi come se non ci fosse alcuna frontiera.» I palestinesi apprezzeranno.

In realtà, il deleuzismo non ha mai avuto il minimo carattere sovversivo. Contrariamente a ciò che afferma la mitologia favorevole odierna, e che viene riciclata e diffusa costantemente, come una poltiglia predigerita, destinata ad essere ingurgitata da parte di individui in rivolta, sicuramente sinceri ma in generale giovani ed ingenui, alla ricerca di idee e di esperienze al di fuori dei sentieri battuti. Questo lavaggio del cervello, volto a disinnescare in maniera preventiva ogni tentativo di effettiva rottura con il mondo del dominio e, al contrario, a facilitare il suo mantenimento sotto abiti più presentabili. Lordon, il filosofo da bazar ed i politici che lo circondano e contribuiscono, con piena cognizione di causa, a place de la République, nelle facoltà e nelle assemblee, insieme ai leader sindacali alla Borsa del Lavoro. Secondo gradi diversi, giocano il ruolo di procacciatori per la sinistra ufficiale, per dei politici come Mélenchon che, beninteso, restano dietro le quinte del teatro delle marionette. Il loro appello. «Perché sosteniamo la gioventù» apparso su «Lundi matin», criticato in «Hazan e la polizia, dal bolscevismo al postmodernismo», ne è la manifestazione più evidente.

Del resto «Lundi matin» è attualmente il sito che ripassa all’infinito i temi deleuziani al fine di giustificare l’ingiustificabile. La sua cattiva reputazione è del tutto usurpata, come quella della defunta rivista «Tiqqun» di cui ricicla in maniera evidente un sacco di tesi. Un esempio fra mille, tratto dall’articolo «Qualche assioma per le Nuits debout»: «La moltitudine di Nuit debout non rivolge la sua azione ai media, alle istituzioni o al pubblico delle democrazie legali, al contrario essa tende a costituirsi in forza strategica immanente, alle varie pratiche, la cui organizzazione e le cui strutture affiorano poco a poco.» Affermazione menzognera, nello spirito del maître à penser, il quale camuffa la sinistra realtà de a place de la République. Vale a dire che dominano, a titolo di «moltitudini» che «emergono», delle molteplici ideologie, una più indifendibile dell’altra, ivi compreso il razzismo del Parti des Indigènes de la République (PIR) e l’antisemitismo che ad esso si accompagna. Tutti coabitano e proliferano, proprio sotto il pretesto di non voler imporre niente di unico a nessuno, mentre anche i loro portavoce accettano e persino riportano spesso il discorso più condiviso, quello del sovranismo e dello statalismo, presentando lo Stato nazione esagonale come il baluardo contro le devastazioni attribuite al «neoliberismo», alla «finanza mondiale», ecc..

«Lundi matin» è la perfetta espressione, sotto copertura deleuziana, della ricetta di un piatto andato a male che intossica non poche teste, ivi compreso quel che concerne l’apprezzamento per le religioni, islam in testa. Bataille, l’amoralista adepto del misticismo «senza Dio» oscuro e crudele, rivisto per mezzo di Deleuze e Foucault, viene mobilitato anche ne «La vera Guerra», datata novembre 2015. Secondo l’autore, «noi qui non saremo i primi a difendere l’antica tesa secondo cui la libertà comincia con il non temere la morte, e che in questa materia sembra che gli attentatori di venerdì scorso siano un po’ più liberi di ’noi’». «»Viva la muerte!«, ad immagine dei falangisti, in qualche modo. Per presentare i terroristi di Daesh, bardati di tecnologia, come gli eredi dei guerrieri di un tempo, estranei al culto della merce ala quale»noi” saremmo invece sottomessi in quanto ascoltiamo il rock o beviamo una birra sulla terrazza – si suppone che questi guerrieri siano esistiti solamente nell’immaginazione morbosa di Bataille – bisogna essere arditi!

Siccome la maggior parte degli articoli sembra che siano stati scritti da degli amanuensi che spulciano e ricopiano laboriosamente i manoscritti di Deleuze, i gestori di «Lundi matin» hanno fatto appello a qualche personalità specializzata nell’arte di menare il can per l’aia e conciliare i contrari, nel tentativo di innalzare il livello, quanto meno quello dello stile. Da qui, la presenza notevole di Colson, l’universitario lionese che tenta di rifondare l’anarchismo sulla filosofia, dove il deleuzismo occupa il posto d’onore, allo stesso modo in cui Marx fonda il marxismo sulla scienza newtoniana. Un ruolo di intercessore cui egli si presta con compiacenza, così come la rivista «Refraction», cui egli partecipa, faceva con «Tiqqun», ricoprendo dei suoi concetti a geometria variabile, usciti dal «piano di immanenza» concettuale, ivi compreso l’Islam, le enormità e perfino le infamie razziste che affliggono il sito.

Per concludere, so bene che la differenza fra l’epoca attuale e quella in cui esercitava Deleuze è notevole. In primo luogo, oggi, al potere c’è la sinistra del caviale che ha preso il posto della destra all’indomani del maggio 68 e, in secondo luogo, non ci sono spinte sovversive da liquidare, ma, tutt’al più delle manifestazioni di effervescenza da calmare e una piccola quantità di giovani riluttanti cui lo Stato ha deciso di inculcare il senso civico del dovere, con la forza se necessario, come abbiamo visto in queste ultime settimane. Tuttavia, senza fare delle facili analogie, è necessario ricordare ciò che il deleuzismo, il quale riappare in place de la République e altrove, rappresenta. Certo, «l’esperienza è la lanterna che illumina il cammino già percorso», secondo il proverbio cinese. Essa non può in nessun caso servire da sostituto all’immaginazione creatrice nel senso migliore del termine, all’immaginazione sovversiva, che oggi difetta. Ma, può almeno servire a non ricascare nelle buche già note, troppo note. È in questo spirito che ho scritto questi paragrafi. Sperando di poterli condividere con altri individui che non sopportano il mondo del dominio e che desiderano annientarlo.

Julius ([email protected]).




Fonte: Non-fides.fr