Novembre 17, 2021
Da Il Manifesto
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I primi minuti sono spiazzanti. Inquadrature fisse, da una videocamera di sorveglianza che fornisce data e ora, di una strada pedonale tra file di edifici, del marciapiede davanti, di strisce pedonali. Non c’è quasi nessun passante. Il silenzio è assoluto, ancor più perché l’audio è stato tolto dalla regista. Quelle immagini risalgono ai mesi di febbraio, marzo e aprile del 2020. La città è Wuhan, resa universalmente e tristemente nota come il luogo da cui si è scatenata la pandemia di Covid-19. Ma il nuovo film della cinese Zhu Shengze A River Runs, Turns, Erases, Replaces (in programma questa sera al festival Filmmaker di Milano, inserito nel concorso internazionale) non è (solo) un lavoro che rielabora quel periodo tragico, ma più ampiamente lo straordinario ritratto di una metropoli, del suo fiume, lo Yangtze, dei suoi abitanti, dei tanti cambiamenti urbani in atto. Dopo qualche minuto il sonoro arriva, potente, soprattutto con il suono di una sirena, le poche persone in strada si fermano, poi riprendono a muoversi. Si respira il vuoto, l’assenza, la sospensione. Poche inquadrature per sintetizzare, meglio di qualsiasi reportage o inchiesta o interviste, il clima surreale vissuto in quel pezzo di Cina e in una moltitudine di altre città nel mondo.

La regista Shengze Zhu

DA LÌ, il film «torna indietro», mantenendosi però sempre legato al trauma del presente. E mantenendo, tras-portando nelle scene filmate dalla cineasta nata a Wuhan nel 1987 (e che ora risiede a Chicago), la stessa frontalità delle immagini iniziali, la stessa fissità (mai un movimento della macchina da presa) nel riprendere i tanti volti della città e le tante figure anonime che transitano in quegli spazi. Zhu costruisce una serie di quadri all’interno dei quali accadono fatti di vita quotidiana, si vedono persone in varie attività, si odono voci (un vociare che non ha bisogno di traduzione, in un film che non ricorre ai dialoghi tradizionali), suoni, rumori.
Zhu si pone in un costante ascolto delegato a uno sguardo «installativo» che «fissa» quella pluralità di traiettorie interne alle immagini. Geometrie visive e una malinconia impressa nelle inquadrature, evocata dallo sguardo silenzioso che si posa ovunque. Con A River Runs, Turns, Erases, Replaces la regista compone un gesto d’amore per la sua città d’origine e, come ben si evidenzia dal titolo, per il fiume che l’attraversa. Non a caso, la prima scena (un totale, come tutte le altre) che segue il prologo è dedicata all’enorme corso d’acqua, alla vita che scorre su di esso, alle barche e ai battelli che lo percorrono, mentre sullo sfondo si stagliano i grattacieli con le luci cangianti in occasione di una festività e la folla osserva e partecipa vociante affollando il lungofiume. In quella scena ci sono già tutti gli elementi che Zhu riproporrà, ogni volta captandone un’angolazione differente, nel corso di quest’opera stupefacente (che costituisce il capitolo più recente di un lavoro documentario e d’artista iniziato nel 2014, di una filmografia che accoglie anche Present. Perfect., che indaga il fenomeno degli incontri sentimentali e sessuali online in Cina, presentato nel 2019 a Filmmaker) comprendente inoltre un metodo originale per mettere in relazione le «istantanee» urbane del «prima» con la memoria recente della pandemia.

PER QUATTRO VOLTE, ognuna distanziata dalle altre, compaiono sullo schermo, in forma di didascalia (anche qui le voci sono assenti), lettere che si immaginano scritte da persone nell’agosto e nel settembre del 2020 indirizzate a un marito, un padre, una nonna, un fratello perduti a causa del Covid-19. Tutte pregne di dolori, rimpianti per cose non fatte, o rimandate, con quei cari, per non averli compresi o non essere stati maggiormente con loro, e ormai non recuperabili, scritte per «tenere un dialogo» con persone che non (ci) sono più. Eppure anche questo è uno stratagemma. La regista si è basata su quattro storie di altrettante persone, ma le lettere le ha scritte lei. Documentario e finzione perdono significato. Zhu dà vita a un’opera d’arte che sfugge alle catalogazioni, con i suoi piani fissi e i suoi totali (che invitano così lo spettatore a spostare l’occhio in più punti di un’immagine per cogliere dettagli e gesti), e che potrebbe collocarsi tanto sullo schermo di una sala cinematografica quanto negli spazi di una galleria o di un museo.

«IL FIUME non dimentica», si legge nell’ultima lettera. Il fiume c’è sempre: in primo piano, a tutto schermo, nascosto, testimone del flusso delle cose. Operai in un cantiere stradale, uomini che nuotano, canti, auto e moto che scendono da un battello mentre ne salgono altre, edifici moderni e case a pezzi, anziani che ballano, una scalinata, dei murales, coppie abbracciate, la nebbia e lo smog, e la scena memorabile con un bufalo d’acqua che entra con placida e somma lentezza in un’ansa del fiume, tra la vegetazione, annusa, si volta, perlustra con immensa maestosità. A River Runs, Turns, Erases, Replaces vibra di queste piccole grandi cose, ci fa innamorare di donne e uomini di cui non sappiamo nulla, di un animale solitario, delle luci al neon che illuminano il ponte nell’inquadratura finale, mentre si alzano le note e le voci di Drunk With City, brano (in un film dove la colonna sonora è distillata in rari momenti) degli SMZB, la prima band punk di Wuhan dal 1996 (si precisa sui titoli di coda). E subito dopo, in un contro campo che crea un ulteriore spiazzamento, ecco apparire cartoline dal passato, di decenni precedenti, alcune con macchie d’ingiallimento, dei luoghi appena visti com’erano un tempo e di altre persone anonime. Allora come oggi il fiume si fa custode che tutto, da qualche parte, trattiene.




Fonte: Ilmanifesto.it