Giugno 22, 2022
Da Disordine
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Volantone distribuito a Lecce il 22 giugno in occasione della proiezione del documentario Â«La grande opera», sul gasdotto Tap e relativa opposizione.

E(ste)tica

Secondo Leopardi, la “seconda vista” era caratteristica dell’uomo sensibile e immaginoso, e c’è stato un tempo in cui questa “seconda vista” è stata messa a frutto dal mondo dell’arte, anche in termini di contestazione dell’esistente e dei suoi dogmi. Accadeva in epoca di grandi sogni e grandi speranze… Oggi ai sogni è subentrata la realtà, e la “seconda vista” è stata soppiantata da una forte miopia, che tuttalpiù spinge gli artisti a vedere fino al più vicino scranno del potere, presso cui chiedere udienza per accedere alle briciole di qualche finanziamento pubblico; impossibile pensare in termini di surrealismo, quando ci si accontenta del più becero realismo.

Potrebbero bastare queste poche parole per esprimere il nostro pensiero sul documentario «La grande opera», che pretende raccontare la realizzazione del gasdotto Tap e la relativa contestazione che lo ha accompagnato. Un film che vuole avere una visione «equidistante» tra le forze in gioco, secondo lo sguardo dell’«osservatore sociologico» che non prende posizione tra le parti in causa; evidentemente schierarsi non è da tutti, e men che meno può esserlo per un regista che attinge a finanziamenti istituzionali e lavora per l’Università della Repubblica.

Si tratta in pratica di un’opera di recupero delle istanze di protesta e di pacificazione sociale, nella cui «equidistanza» si manifesta l’idea che nell’imposizione e realizzazione di una grande opera, così come in qualunque altro aspetto della vita sociale, esistano visioni che possono apparire giuste o sbagliate, ma non esiste invece uno scontro di classe perpetuo e secolare tra ricchi e poveri, tra potenti e sottomessi, tra sfruttatori e sfruttati, tra classe dominante e classe subalterna, tra padroni e schiavi, tra inquinatori e vittime dei loro veleni…

Ma un’opera di recupero non è tale solo in virtù di chi la pensa e la realizza ma anche – e forse soprattutto – grazie a coloro che si prestano a parteciparvi, tanto più in una circostanza come quella in questione in cui gli “interpreti” non sono figure assunte ad hoc, ma personaggi – è proprio il caso di dire! – che all’opposizione a Tap hanno preso parte direttamente e preferiamo, per il momento, non entrare nel merito del ruolo che hanno avuto nel fallimento di quella lotta… Basterà per ora sapere che il documentario è stato prodotto anche grazie al sostegno di Apulia Film Commission, emanazione culturale della Regione Puglia il cui governatore, Michele Emiliano, è stato accanito sostenitore della realizzazione del gasdotto, auspicandone solo un diverso approdo. Ma forse gli “interpreti” del documentario tutti questi problemi li hanno messi sotto il tappetto fieri che un giornalista si sia «occupato di una prima fase di osservazione del movimento No Tap, selezionando le persone cinematograficamente più interessanti».

Come dargli torto? Il regista lo ha affermato chiaramente: per lui guadagnare la fiducia dei No Tap «era possibile solo attraverso il racconto di un’etica di uno sguardo che diventa estetica del film».

Dall’etica all’estetica il passo è davvero breve: solo tre lettere in più.

Questa sera a teatro!

Benvenuti ad una splendida serata a teatro! Tra maschere e personaggi (che sono poi la stessa cosa) questa sera si proietterà un documentario sul gasdotto trans adriatico dal titolo: “La Grande Opera”. Forse il titolo è anche autoreferenziale visto che lo stesso regista, Corrado Punzi, è tanto attento all’estetica da trasformare “il racconto di un’etica”.

In un’intervista rilasciata al Manifesto, pubblicata sul numero di sabato 18 giugno 2022, per promuovere l’ultima fatica, ma anche per preparare eventuali spettatori alla miglior fruizione dell’opera, l’autore ci confida quale fosse lo scopo di girare il documentario e la modalità narrativa preferita. Naturalmente l’equidistanza è una forma mentis per il nostro, dato che si tratta di un accademico, ricercatore in sociologia, dunque aduso a vedere l’altro da sé come un oggetto da analizzare. E (come sa bene ogni giornalista e cioè che un po’ di denaro e di fama valgono anche gli anni di galera che gli altri potrebbero subire per le loro riprese) non perde occasione per infilare una carrellata di scontri con le forze dell’ordine tra un racconto della buonanotte ed una gita coi bambini; gentile concessione del Comitato No Tap, non si sa mai, alcuni fotogrammi potrebbero essere sfuggiti agli agenti.

Nell’intervista su citata, Punzi confessa che da spettatore non vorrebbe una conferma delle sue idee, ma su questo punto bisogna deludere l’artista, perché è proprio quello che è successo. La visione della grande, prolissa, opera cinematografica non ha fatto altro. Innanzitutto ha confermato l’idea che tutto è spettacolo, ma lo sapevamo da tempo. Che chi è abituato a mangiare nella ciotola, non morde la mano del padrone; infatti il film può essere facilmente inteso come un encomio del progetto, voluto anche dallo Stato. Ha confermato l’atteggiamento vittimistico di entrambe le parti. Ha confermato il ruolo delle istituzioni: “Sono tutte dalla nostra” dice senza peli sulla lingua durante un meeting di Tap il suo amministratore delegato. Confermata la miopia di chi crede di aver la vista lunga, come quei contestatori che credono di poter cambiare il mondo a forza di piccole riforme, ma temono conseguenze per la scuola e il lavoro, veri pilastri di quel mondo che non vorrebbero. Ha confermato, inoltre, la mania di protagonismo di alcuni personaggi visti in quel periodo a San Foca.

L’intervista è condita con un altro spunto interessante che, però, resta sospeso: “Quello che è interessante, ed è importante partire senza pregiudizi, è raccontare le contraddizioni all’interno di un movimento e cercare di far pensare allo spettatore che se ci sono delle difficoltà non possono essere attribuite solo alla repressione giudiziaria (infatti nel film si omette che le condanne inflitte sono tre volte superiori alle richieste dell’accusa) e mediatica, ma evidentemente ci sono delle responsabilità interne. Ecco finalmente qualcosa di serio, che però il documentario non illustra affatto. Chi ha vissuto quell’esperienza ne potrebbe raccontare di responsabilità interne come: finti cortei ad uso e consumo di giornalisti e film makers (credendo di lottare?), un Comitato che si eleva a Movimento per non lasciare alcuno spazio al di fuori di esso, aderenti al Comitato che si lasciano andare a nauseabonde delazioni, auto-proclamati portavoce che fanno accordi con la prefettura a nome di tutti quegli altri che invece erano lì a lottare, persone che si dichiarano anarchiche, ma continuano a relazionarsi con la gentaglia succitata (del comitato fa parte anche il sindaco), autoritarismo dei pacifisti e via dicendo.

Nonostante tutto ciò, l’Apulia film commission regala (ok c’è un biglietto da 7 euro) l’ennesima grande opera d’arte, vi consigliamo di non mancarla, potreste ritrovarvi seduti a fianco agli attori e magari nuove star del cinema o, con meno fortuna, la digos. Non dimenticate di comprare popcorn e bibite, magari alla caffeina.

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Verrà proiettato stasera “La grande opera”, documentario sull’ultima stagione di opposizione contro il gasdotto Tap e l’ultima fase di realizzazione dello stesso.

Il regista Corrado Punzi ha affermato di aver dato voce ad entrambe le parti, fatto già aberrante, in modo che lo spettatore possa avere da sé la propria opinione a riguardo; riteniamo invece che il documentario, pur nella sua indolenza e noiosità, prenda distintamente una posizione ed esprima un messaggio per noi inaccettabile: quello della pacificazione, della controversia democratica tra chi ha costruito un’opera fortemente impattante e chi l’ha contrastata.

Documentario finanziato da Apulia film commission e Regione Puglia, che, è bene sottolineare, nel corso del tempo ha fortemente caldeggiato e favorito la costruzione del gasdotto.

Non ci stupisce in fondo che questi piccoli regista, sceneggiatore e montatore che lo hanno realizzato, abbiano messo in scena un’ora e mezzo di recupero di una lotta, con la disponibilità di chi si è prestato a partecipare a questa operazione abietta. Era già accaduto con “Et in terra pacis”, corto sulla vicenda del CPT Regina Pacis. Ora ci riprovano, con un altro regista, con “La grande opera” che suggerisce la grandiosità appunto di un’opera industriale e la sconfitta di un movimento di opposizione. D’altra parte non poteva essere altrimenti dal momento che le riprese sono iniziate a cose fatte. Poiché i piccoli regista, sceneggiatore e montatore, sembrano arrivare sempre in ritardo, probabilmente impegnati alla ricerca di qualche finanziamento pubblico, vogliamo ricordare, dal nostro punto di vista, cosa è accaduto, affinché il revisionismo e il recupero non cancellino alcuni anni di lotta.

Tap ha iniziato i lavori nel marzo 2017 ma l’opposizione è iniziata alcuni anni prima, fin da quando il Consorzio si è presentato sul territorio. Oltre alla protesta riformista, fatta di raccolta firme e denunce giudiziarie, si sono verificati sabotaggi e contestazioni molto accese. Fino ad arrivare agli espianti degli ulivi, bloccati un primo giorno da soli otto manifestanti e poi, nei giorni successivi da centinaia e centinaia di persone. In quei mesi vi è stata l’espressione di una ostilità autentica, spontanea, autorganizzata, senza capi, piena di fantasia, entusiasmo e gioia, in cui la possibilità che il gasdotto non venisse costruito era concreta. Poi vi è stato un lento declino, la costituzione di un movimento omologante e non più variegato, il protagonismo smodato di alcuni personaggi, l’inizio della repressione attraverso decine di multe di migliaia di euro per i numerosi blocchi verificatisi e, infine, l’istituzione della zona rossa. La realizzazione del gasdotto Tap, considerata opera strategica dall’Unione Europea, aveva ed ha alle spalle interessi enormi: istituzioni, colossi petroliferi, come British Petroleum e Lukoil, e la spasmodica richiesta di energia di questa società piena di merci, la cui economia guerrafondaia ha previsto e realizzato il progetto folle di un gasdotto che percorre più di 4000 km, coinvolgendo sei Stati e le popolazioni annesse, che in molti casi si sono opposte al suo passaggio.

Tap è un mostro già nella sua idea, che è quella che tutto si può sfruttare e colonizzare, tutto è mercificabile, esattamente come vuole fare questo documentario con una lotta.

Lotta il cui epilogo si è avuto già tanto tempo fa e i processi pesanti che ha subito sono purtroppo il risultato della sua debolezza e del ruolo stesso che ha la magistratura: mostrare i denti con chi lotta ed essere molto accondiscendente con chi è potente.

Presto anche questo ennesimo documentario revisionista e recuperatore verrà dimenticato insieme alla sua estetica del reale; vivo rimarrà il ricordo dei momenti vissuti di notte e di giorno e delle pratiche adottate a difesa di un’idea, di un metodo, di una terra, della natura, contro i suoi devastatori e sfruttatori.

Il grande recupero pdf                                                                  Anarchici e Nemici di Tap

giugno 2022




Fonte: Disordine.noblogs.org