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Flash mob sulla scalinata del Pincio. Momento comunicativo anche in piazza Verdi. Mujeres libres diffondono adesivi anti-violenza e srotolano striscione dalla montagnola: “Vere emergenze sono i femminicidi”. Altri striscioni affissi dai Si Cobas tra cavalcavia, prefettura, luoghi di lavoro. Tazebao in vicolo Bolognetti, Làbas: “Le strade sicure le fanno le donne che le attraversano”.

08 Marzo 2021 – 21:21

Sono proseguite per tutta la giornata le iniziative di protesta nella giornata di sciopero femminista e transfemminista. Le attiviste di Non una di meno si sono ritrovate alle 18.30 sulla scalinata del Pincio, dove in tante e tanti si sono ritrovate per rappresentare il “grido muto”: “Un urlo preceduto dal silenzio che osserva tutto quello che abbiamo davanti, che coltiva la rabbia per le amiche e compagne perdute – 13 donne ammazzate nei primi due mesi di questo secondo anno pandemico ‒, che nutre la memoria del prezzo troppo alto che stiamo pagando per poter continuare a vivere, che alimenta il nostro desiderio di essere libere e la nostra lotta. Un grido che risuona altissimo e feroce e ci rende parte del tessuto dello sciopero femminista e transfemminista globale. Un grido che dichiara che la misura è colma, che non siamo disposte a sopportare oltre. Un grido che per noi è una promessa: torneremo in piazza alla prima occasione, perché a questa lotta non possiamo rinunciare. Come non possiamo rinunciare ai nostri desideri ed ai nostri bisogni. Contro la ricostruzione pandemica, contro i programmi di ricostruzione della società post-pandemica che rafforzano lo sfruttamento patriarcale e razzista, contro il ritorno alla normalità, che era ed è il probllema: il nostro sciopero è essenziale!”. Inoltre, “oggi pomeriggio abbiamo organizzato delle file di fronte a diversi supermercati della città. Abbiamo adottato una pratica diffusa dalle donne polacche in lotta per la libertà di aborto durante la prima fase della pandemia, per tessere una connessione con un movimento transnazionale che in questi mesi non si è mai fermato”.

Continua Non Una di meno: “Abbiamo scelto di agire dentro i limiti delle prescrizioni previste dai DPCM, di fare ciò che è consentito – uscire di casa per lavorare o per gli acquisti strettamente necessari a riprodurre la nostra vita – per rovesciarne il senso: noi non accettiamo che l’unica libertà che ci rimane sia quella di essere sfruttate, di dover garantire la continuità dei consumi, di dover sopravvivere per tornare a lavorare domani e per curarci di malati, bambine e bambine, anziani che solo grazie a noi sembrano potersi proteggere dalla malattia. Abbiamo scelto di non assembrarci e di restare in strada, cercando però di far sentire le nostre voci anche all’interno dei supermercati, dove commesse e cassiere – per la maggior parte donne – da mesi lavorano nella paura e, nonostante il loro lavoro sia assolutamente essenziale e non si sia mai fermato, non sono neppure state incluse tra le categorie alle quali dare priorità per la vaccinazione”.

Sempre nel pomeriggio, prima della performance del Pincio, in piazza Verdi alcune decine di studentesse e studenti si sono dati appuntamento con megafoni, striscioni e fumogeni per dire che “le strade sicure le fanno le compagne che le attraversano. L’8 marzo sciopero”, e da lì hanno raggiunto piazza XX settembre per unirsi al coro del grido muto.

> Il video della performance al Pincio: (l’articolo prosegue sotto)

Altri striscioni sono stati affissi in diversi luoghi, tra cui cavalcavia, interporto, Yoox, prefettura, Inps, dai Si Cobas, con slogan come “Essenziale è la nostra salute”, “”Confindustria difende le diseguaglianza”, “congedi per tutte/i”. Scrive il sindacato: “Bologna è in zona rossa, i contagi salgono a ritmi vertiginosi, la sanità è al collasso. Nidi, materne, scuole di ogni ordine e grado chiusi da giorni, nessun congedo approvato sino ad oggi, nè altre forme di aiuto. I magazzini della logistica, le fabbriche tutti aperti. Le operaie/i devono produrre senza sosta, rischiando la propria salute, aumentando i ritmi, adeguandosi mute/i ad ogni stravolgimento del loro orario di lavoro, perchè per Confindustria son delle privilegiate/i. La pandemia funge da moltiplicatore di diseguaglianze preesistenti e strutturali al mercato del lavoro, alla società. Donne, migranti, precari, lavoratori fragili stanno pagando un prezzo altissimo. Solo con la lotta, solo rimanendo tutt* unit*, fianco a fianco , senza arretrare un passo, potremmo riuscire a combattere la cultura patriarcale di un capitalismo predatorio che da un lato approfitta di ogni aspetto della vita per creare profitto e dall’altra pretende di governare le nostre vite, dentro e fuori i luoghi di lavoro. Per questo dobbiamo costruire lotte sempre più incisive, contro la povertà, lo sfruttamento e la violenza, ogni giorno di ogni mese, ogni mese di ogni anno”.

“Le vere emergenze sono i femminicidi. 155 – chiama se hai bisogno di aiuto. Lotto tutti i giorni”, è invece quanto si legge su uno striscione esposto dalla montagnola, ripreso in un video diffuso dal collettivo Mujeres Libres. Le immagini mostrano anche gli adesivi attaccati in diversi luoghi pubblici ma anche sui prodotti in vendita in un supermercato, con scritto “puoi uscire dalle violenze” e link e qr-code del sito. Scrivono le Mujeres libres a corredo del video: “Come collettivo femminista e transfemminista oggi e mai come quest’anno diamo vita e partecipiamo allo sciopero essenziale e necessario lanciato dal movimento transnazionale Non Una di Meno. La pandemia ha intensificato la violenza sistemica già radicata contro le donne e le soggettività lgbtqia+. Lo evidenziano dati e le testimonianze raccolte in questo duro anno: una donna uccisa ogni 5 giorni, un preoccupante aumento dei femminicidi e delle chiamate ai centri antiviolenza. Moltx sono state costrette a permanere in spazi privati in situazioni di violenza, e a farsi carico del quotidiano lavoro di cura, che la cultura ancora patriarcale della nostra società affibia alle donne. L’emergenza ha reso ancora più difficile l’accesso all’aborto: nelle regioni in cui la percentuale di obiettori era già elevatissima, abortire è diventata ancora più un’impresa se non, in alcuni casi, impossibile. La pandemia ha inoltre avuto un impatto devastante nelle scuole: l’emergenza ha aumentato la disparità economica, differenziando chi ha i mezzi per sostenere la dade chi non ne ha, acuendo drasticamente le disparità di classe. L’insegnamento a distanza non solo ha enormemente aggravato la situazione di chi quotidianamente svolge il lavoro di cura (e le drammatiche statistiche sulla disoccupazione femminile lo urlano), ma ha anche sottratto fondamentali spazi di condivisione e supporto ad alunnx in situazioni di difficoltà, come chi vive in famiglie violente o chi subisce violenza di genere ed omolesbobitransfobica. La scuola è prima di tutto un luogo di decostruzione in cui attraverso i saperi e pratiche educative femministe si può rendere già reale il cambiamento del sistema patriarcale. Nonostante ciò, anche in quest’occasione la scuola si dimostra non essere una priorità per chi è al potere e il compito di creare spazi inclusivi per tuttx diventa un’impresa portata avanti eroicamente solo da alcunx delle e degli insegnanti, che quotidianamente si fanno carico di una battaglia che dovrebbe essere portata avanti a livello strutturale”.

Prosegue il testo: “Lottiamo al fianco di tutte le donne che stanno vivendo la pandemia in carcere, senza la possibilità di incontrare fisicamente le persone più vicine in colloquio e con norme ancora più restrittive, lasciate sole e relegate ancora una volta all’invisibilità. Lottiamo al fianco delle/dei sex worker, a cui non è riconosciuto alcun diritto, la cui esistenza è ancora spesso negata e per cui non sono stati previsti aiuti durante la pandemia. Solo la creazione di reti mutualistiche ha permesso loro di trovare mezzi per affrontare l’emergenza. Lottiamo affinché vengano riconosciuti anche a loro i diritti fondamentali di ogni lavoratrice/lavoratore. I giornali hanno nuovamente riportato una narrazione distorta e parziale di quello che l’8 marzo rappresenta per noi, dividendosi tra la narrazione tra donne vittime di femminicidi (solo ricordate in questa giornata) e festa in cui celebrare “la donna che non si tocca neanche con un fiore”. E questo nonostante le testate giornalistiche ancora oggi colpevolizzino le donne che subiscono violenza e riportino titoli che sminuiscono la violenza di genere, parlando dei carnefici come “uomini dal cuore infranto”, “giganti buoni” e altre definizioni agghiaccianti. L’8 marzo non è una giornata di commemorazioni e non è una festa. Per noi – che viviamo nelle lotte – l’8 marzo è una giornata di lotta viva, in cui troviamo forza nello scendere in piazza con i nostri corpi e le nostre forti rivendicazioni. Diversamente dagli altri anni, oggi non è possibile per noi scioperare come in passato, inondando piazze e strade. Non possiamo essere un’unica marea, ma la nostra rabbia sgorga ancora potente. Siamo fuoco che arde, che brucia le vostre mimose”.

Un grande tazebao in vicolo Bolognetti recita invece: “Le strade sicure le fanno le donne che le attraversano”. Scrive Làbas: “Con l’avvento dell’emergenza socio-sanitaria il fenomeno della militarizzazione delle strade è diventato la quotidianità. Piazze transennate, controlli a tappeto, posti di blocco: è questa la nuova realtà bolognese che configura la zona rossa, ma che trova il suo fondamento nelle fasi precedenti. L’emergenza sanitaria sembra essere lentamente diventata il pretesto per fare di sicurezza e repressione due sinonimi. Noi donnə, da molto prima dell’inizio della pandemia, siamo abituate a vivere sulla nostra pelle questo binomio per via dei continui atti di violenza e molestia che spesso ci accompagnano per le strade della città. Questa narrazione tossica vuole necessariamente dipingere le donne e le libere soggettività come impaurite e bisognose della protezione maschile o, ancor peggio, come responsabili essə stesse delle molestie e delle violenze subite per la loro autodeterminazione, in termini di abbigliamento, linguaggio o azioni. Polizia, carabinieri e militari, perlopiù maschi, non sono la soluzione anche perché, il più delle volte, si tratta di uomini che praticano sistematicamente un atteggiamento machista, superbo e arrogante, specchio del sistema tossico di stampo patriarcale in cui le forze dell’ordine, ma anche tutto il complesso delle istituzioni e delle strutture sociali, sono immerse. In tempo di pandemia, così come in tempi “normali”, non sono le pattuglie in strada a farci stare tranquille mentre passeggiamo o torniamo verso casa. Rivendichiamo la nostra rabbia e il nostro diritto all’autodeterminazione!”.

Si legge poi nel post sui social network: “Pretendiamo un’educazione basata sul consenso e non sulla conquista, che parli di affettività e sessualità e che sappia accogliere e rispettare ogni differenza. Una formazione a tutti i livelli che riconosca alla base di violenze di genere, molestie e strade non sicure, dinamiche machiste e patriarcali da abbattere dalle fondamenta. Siamo stanche di guardarci le spalle mentre camminiamo per strada o di sentirci dire di evitare certe zone, di non vestirci in un determinato modo o di non bere. Rivendichiamo la nostra libertà di attraversare le vie della città come e quando vogliamo, vestendoci come ci pare, unite nella rabbia e nella sorellanza contro un sistema che vorrebbe affidare la nostra sicurezza, ancora una volta, all’autorità maschile. Le strade sicure le fanno le donnə che le attraversano”.




Fonte: Zic.it