Ottobre 26, 2021
Da Il Manifesto
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Il jazz è donna; ed è politico. Potrebbe essere questa la sintesi della ventiquattresima edizione del Festival Jazz & Wine of Peace di Cormons se non fosse velleitario comprimere in una definizione il ricco programma di trenta concerti della rassegna transfrontaliera tra Friuli e Slovenia. Finalmente una edizione “normale” grazie ai vaccini e al Green Pass con buona pace dei complottisti. Protagoniste due vere e proprie star del jazz statunitense: la contrabbassista malese, di origini cinesi, Linda May Han Oh e la sassofonista afroamericana Lakecia Benjamin. La prima ha proposto con il suo quartetto una fusion di gran classe, forse troppo monocroma, grazie alla bravura dei musicisti che la accompagnavano: Greg Ward al sax, Fabian Almazan al piano e Ziv Ravitz alla batteria. La seconda,  ha presentato il suo ultimo lavoro discografico Pursuance, dedicato a John e Alice Coltrane. Anche per lei un quartetto, che ricorda nella formazione quello classico di Trane, nel quale spicca la batteria di EJ Strickland, un vero motore propulsore instancabile. Decisamente convincente quando fa deragliare le composizioni verso territori funk e hip hop in particolare nelle medley tra Alabama e A Love Supreme; una salutare attualizzazione di due testi sacri. Non sono mancati da parte sua richiami alla necessità di una maggiore umanità e fratellanza tra le persone. Il richiamo politico però è stato diretto ed esplicito nel  progetto Pogum Pogumnih/Audaci Coraggiosi del percussionista sloveno Zlatko Kaucic, qui in veste di compositore/ conduttore. La formazione schiera giovani e giovanissimi suoi allievi, tre batterie, tre chitarre e due bassi, e musicisti italiani: Ivan Pilat al sax baritono, Marco Colonna ai clarinetti e sopranino, Flavio Zanuttini alla tromba ed elettronica. Incorniciata da slogan contro il governo della destra slovena la musica, come una suite, si sviluppa in una serie di episodi scanditi dalle voci registrate di George Floyd, Papa Bergoglio e Greta Thumberg, il cui Bla Bla Bla è ripreso dai musicisti in un gustoso siparietto vocale. Il percorso è ben strutturato tra riff efficaci e improvvisazione con echi di progressive, rock e free jazz. Musica vitale e genuina dove anche le imperfezioni e le sbavature concorrono a esprimere senso. Musica politica non solo perchè dichiara appartenenze e differenze ma perché propone una pratica sociale, partecipativa e comunitaria.

DA SEGNALARE anche l’assoluta pertinenza dell’omaggio al romanzo La fattoria degli animali di George Orwell presentato in anteprima dal violinista toscano Emanuele Parrini con Beppe Scardino a flauto e sax baritono, Giovanni Maier al contrabbasso e Andrea Melani alla batteria. Musica spigolosa, scura e dolente che pesca per il materiale melodico nelle melodie popolari e nel blues con un occhio alla lezione di Ornette Coleman e di Albert Ayler. Ottimo il risultato che coglie il cuore della meditazione sul potere del classico orwelliano e che il leader annuncia si arricchirà in futuro di contributi testuali e visuali.    Per avere un’idea dell’ampiezza della visione della direzione artistica del Festival basti sottolineare come si possa passare nel giro di due ore dall’eleganza del trio dell’ottuagenario Daniel Humair, il decano dei batteristi jazz europei, con il trombonista Samuel Blaser e il bassista Heiri Kanzig tra free form e dixieland al minimalismo pop di Ronin del pianista Nik Barstch. Una edizione riuscita: lunga vita a Jazz & Wine Of Peace!




Fonte: Ilmanifesto.it