Novembre 21, 2020
Da Individualismo Anarchico
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    Viviamo in un’epoca in cui è difficile distinguere la pace dalla
guerra. I confini tra obbedienza cieca e delitto sono sempre più incerti. E
persino l’occhio più esercitato è tratto in inganno perché sempre, in ogni
singolo caso, interviene la confusione dell’epoca, la colpa universale.
Tutto è poi reso ancora più difficile dall’assenza di prìncipi, nonché dal
fatto che non c’è potente che non abbia percorso, un gradino dopo l’altro,
la scala ascendente del sistema partitico. È infirmata così fin dall’origine
l’idoneità a compiere atti rivolti al bene comune: trattati di pace, sentenze,
feste, elargizioni e accrescimenti. Le forze al potere intendono piuttosto
vivere a carico della totalità; sono incapaci di preservarla e di arricchirla
col dono di un’eccedenza interiore, ossia col dono dell’essere. L’intero
capitale è così disperso dalle fazioni vittoriose, a favore di prospettive e
iniziative che durano lo spazio di un giorno – proprio ciò che già
paventava il vecchio Marwitz.
    In questa scena, l’unico elemento confortante è che si scende in una
direzione precisa, verso una meta ben definita. Periodi come il nostro un
tempo erano chiamati interregni, mentre oggi si presentano come un
paesaggio industriale. La loro caratteristica è quella di mancare di certezze
ultime. E sarebbe già molto riconoscere che così deve essere: e che è
meglio, comunque, che reintrodurre o conservare elementi logori
attribuendogli un valore di certezza. Come l’occhio rifiuta l’inserimento di
forme gotiche nel mondo delle macchine – così accade per il mondo della
morale.
    È un tema che abbiamo trattato esaurientemente nel nostro studio sul
mondo del lavoro. Non si può esimersi dal conoscere le leggi del
paesaggio in cui si vive. D’altra parte la coscienza che fonda i valori
rimane incorruttibile: da ciò la sofferenza e la percezione, inevitabile, della
perdita. La vista di un cantiere non ci può dare lo stesso piacere riposante
di un capolavoro e neppure possono essere perfette le cose che vediamo al
suo interno. Il prenderne consapevolezza è segno di onestà che indica
rispetto verso ordinamenti superiori. Questa onestà crea necessariamente
un vuoto che è evidente per esempio nella pittura, e che ha anche dei
riscontri nella teologia. Ma la coscienza della perdita si esprime inoltre nel
fatto che ogni attendibile giudizio sulla nostra condizione fa riferimento al
passato o al futuro. A parte le dottrine cicliche, si arriva così alla critica
della civiltà o all’utopia. L’allentarsi dei vincoli imposti dal diritto e dalla
morale è anche uno dei grandi temi della letteratura. In particolare, il
romanzo americano spazia in territori dove non esiste la benché minima
traccia di obblighi morali. Ha toccato la nuda roccia che altrove è ancora
ricoperta dall’humus degli strati in decomposizione.
    Nel bosco dovremo essere pronti ad affrontare crisi da cui non
usciranno intatti né la legge né i costumi. Potremo fare osservazioni simili
a quelle svolte all’inizio del libro a proposito delle elezioni. Le masse
seguiranno la propaganda, che le costringe a un rapporto tecnico sia con il
diritto sia con la morale. Non così il Ribelle. Quella che egli deve prendere
è un’ardua decisione: riservarsi sempre di esaminare ciò per cui è richiesta
la sua approvazione o la sua adesione. Non saranno sacrifici di poco conto.
Tuttavia ne trarrà un guadagno immediato in fatto di sovranità – anche se
solo pochissimi, allo stato attuale delle cose, lo percepiranno come tale.
Ma il dominio può venire unicamente da quegli uomini che hanno
mantenuto intatta la consapevolezza della dimensione originaria
dell’uomo; e che da nessun potere superiore potranno mai essere indotti a
rinunciare ad agire da uomini. In che modo ciò sia possibile è un problema
della resistenza, che non necessariamente deve risolverlo alla luce del sole.
Pretendere che ciò avvenga è una tipica idea di chi sta a guardare, e in
pratica equivale a consegnare in mano ai tiranni l’elenco degli ultimi
uomini. 
Quando tutte le istituzioni divengono equivoche o addirittura
sospette, e persino nelle chiese si sente pregare ad alta voce non per i
perseguitati bensì per i persecutori, la responsabilità morale passa nelle
mani del singolo, o meglio del singolo che ancora non si è piegato.
    Il Ribelle è il singolo, l’uomo concreto che agisce nel caso concreto.
Per sapere che cosa sia giusto, non gli servono teorie, né leggi escogitate
da qualche giurista di partito. Il Ribelle attinge alle fonti della moralità
ancora non disperse nei canali delle istituzioni. Qui, purché in lui
sopravviva qualche purezza, tutto diventa semplice. Abbiamo visto che la
grande esperienza del bosco è l’incontro con il proprio io, con il nucleo
inviolabile, l’essenza di cui si nutre il fenomeno temporale e individuale.
Anche sul piano morale, questo incontro così importante sia nel guarire sia
nel fugare la paura ha un valore altissimo. Porta verso quello strato sul
quale poggia l’intera vita sociale e che sin dalle origini è sotteso a ogni
comunità. E verso quell’essere umano che costituisce il fondamento di ogni
elemento individuale e da cui s’irradiano le individuazioni. In questa zona
non ritroviamo soltanto la comunanza: qui c’è l’identità. È questo che si
profila nel simbolo dell’abbraccio. L’io si riconosce nell’altro – secondo la
formula antichissima: «Tu sei quello!». L’altro può essere la persona
amata, e anche il fratello, il dolente, lo sprovveduto. L’io che gli porge
aiuto s’innalza nell’imperituro. Qui si consolida la struttura che è a
fondamento del mondo.
    Sono fatti di esperienza. Oggi conosciamo moltissime persone che
nella loro vita hanno attraversato i centri dell’ingranaggio nichilistico, gli
abissi più profondi del maelstrom. Costoro sanno che lì il meccanismo si
rivela sempre più minaccioso; l’uomo si trova al centro di una grande
macchina ideata per distruggerlo. Ed essi hanno dovuto sperimentare che
ogni razionalismo sfocia nel meccanismo, e ogni meccanismo nella
tortura, che è la sua logica conseguenza. Nel diciannovesimo secolo non
era ancora possibile rendersene conto. 
    Soltanto un miracolo può salvarci da questo gorgo. Un miracolo che
si è già ripetuto innumerevoli volte: quando, tra le cifre inerti, l’uomo è
comparso a porgere aiuto. Fin dentro le prigioni, anzi lì più che altrove. In
ogni situazione e di fronte a chiunque il singolo può diventare il prossimo
– rivelando così i suoi tratti originali, la sua nascita principesca. In origine
la nobiltà consisteva nell’offrire protezione dalla minaccia di mostri e
demoni. È ciò che tuttora distingue un carattere superiore: ed è quanto
ancora risplende nella figura del secondino che passa di nascosto al
prigioniero un tozzo di pane. Quei gesti non possono andare perduti: il
mondo intero ne vive. Sono i sacrifici su cui esso poggia.
Ernst Jünger



Fonte: Individualismoanarchico.blogspot.com