Novembre 15, 2021
Da Infoaut
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La Suzano Papel e Celulose è una multinazionale brasiliana presente in oltre 80 paesi. Leader nell’economia di piantagione,  Ã¨ il maggior produttore di cellulosa e carta dell’America Latina e di polpa di eucalipto nel mondo.
In questo articolo, tratto dal Bollettino n. 257 del Movimiento Mundial por los Bosques Tropicales, Helder Gomes ne analizza il coinvolgimento nell’economia verde nelle sue varie sfaccettature: operazione di greenwashing e apertura di nuovi canali di finanziamento sotto la forma di Sustainability-Linked Bond.
La trasformazione paradossale dei giganti dell’agroindustria in “produttori di risarcimenti ambientali” avviene in un contesto più generale di mercificazione e finanziarizzazione della “protezione della natura”, che si articola anche attraverso l’emissione di prodotti derivati “verdi” ad alto rischio, ad uso e consumo della speculazione finanziaria.

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Traduzione in italiano: Marina Zenobio per Ecor.Network.

di Helder Gomes

Foto di copertina: Edie.net.

“Il nostro scopo è rinnovare la vita a partire dagli alberi”.
E’ stato questo lo slogan utilizzato dall’impresa Suzano Papel e Celulose per lanciare il rapporto propagandistico relativo ai risultati ottenuti nel 2020. Una documentazione che mostra le prime conseguenze delle recenti fusioni e acquisizioni che hanno trasformato la Suzano nel maggior produttore mondiale di cellulosa di eucalipto, ma punta anche a dimostrare che, molto più del profitto, le attività produttive dell’impresa sono guidate dalla sua necessità di offrire soluzioni. Per il 2030 il suo obiettivo è di sostituire 10 milioni di tonnellate di plastica e di altri prodotti a base di petrolio con prodotti a base vegetale, e di rimuovere dall’atmosfera 40 milioni di tonnellate di CO2 attraverso l’espansione di piantagioni di alberi. Secondo il rapporto, al di là delle questioni ambientali, la Suzano prevede di riscattare circa 200.000 persone dalla povertà nelle aree in cui opera.

Queste e altre misure sono nel mirino della Suzano, con l’obiettivo di intensificare le sue operazioni attraverso bonus verdi come metodo di finanziamento per i suoi progetti di espansione e competitività. Secondo l’impresa, uno dei principali risultati del 2020 è stata la sua pionieristica emissione di bonus vincolati alla sostenibilità (Sustainability-Linked Bond), che hanno permesso di raccogliere 1250 miliardi di dollari in cambio di un impegno per la riduzione del 15% delle emissioni di gas serra entro il 2030.

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La nostra lettura è che il suddetto rapporto rivela lo sforzo mediatico delle grandi corporazioni dell’agroindustria per mascherare gli obiettivi della loro logica predatoria di accumulazione. Per comprendere meglio questo processo è necessario riflettere sulle nuove tattiche di accumulazione delle grandi corporazioni, soprattutto sul loro coinvolgimento nella cosiddetta economia verde.

Primi passi

Cerchiamo dunque di dipanare il groviglio tecnico messo in atto per queste nuove attività speculative in questo lungo periodo di crisi globale del capitale. Probabilmente una delle maggiori difficoltà che incontriamo nel comprendere il predominio dell’accumulazione speculativa sul capitale produttivo e su altre forme di appropriazione della ricchezza prodotta socialmente, è il modo di concepire i movimenti economici. E’ comune vedere definizioni secondo cui il termine economia viene dalle parole greche oikos (casa/beni di famiglia) e nomos (gestione), cosa che suggerirebbe un certo legame con le attività domestiche, a partire dalle quali si potrebbero spiegare le scelte umane durante il tempo che riguarda la produzione, la distribuzione e il consumo delle società.

Semplificazioni come questa finiscono per nascondere il fatto che, nelle relazioni del capitale, la cosiddetta distribuzione non è orientata verso il consumo finale delle famiglie ma verso un intenso processo di accumulazione. Sotto il capitalismo, l’accumulazione è stata il modo per le imprese di diventare grandi, forti e competitive, formando conglomerati economici capaci di controllare un insieme diversificato di modi per appropriarsi di fette sempre più grandi di ricchezza prodotta su scala globale.

E’ così che accumulare finisce col significare riapplicare le risorse conquistate nella sua stessa espansione e penetrare segmenti di mercato attraverso competizioni su vasta scala tra unità di capitale (che sia sotto forma di fabbriche, banche, imprese commerciali, proprietà terriere o speculazione).

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Da queste semplificazioni casalinghe dell’economia capitalista è nata anche una fantasia piuttosto conveniente: la teoria dell’astinenza. Secondo questa teoria, le imprese sono nate da decisioni prese da pochi individui, imprenditori che hanno rinunciato a una parte ragionevole del loro reddito e sono stati disposti a utilizzare questi risparmi per la produzione sociale. Questa leggenda conduce anche all’illusione per cui è necessario lo sviluppo di imprese su vasta scala per poter impiegare il grande contingente di persone che hanno preferito non astenersi dal consumo, spendendo tutti i guadagni della loro vita. Senza queste opportunità di impiego quelle persone non sarebbero in grado di vivere – secondo l’insistente e logora formula che continuano a ripetere.

Fallacie a parte, sappiamo che dalla metà del XIX secolo esiste una separazione tra la proprietà e la gestione del capitale. Inizialmente le banche fornivano credito per finanziare grandi imprese, ma poco dopo sono state create le borse e le banche si fusero gradualmente con il capitale produttivo, creando così le grandi imprese su vasta scala.

E’ così che hanno iniziato a finanziare grandi investimenti attraverso i prestiti, ma anche attraverso la vendita di azioni delle proprietà delle aziende. Per questo sono state create nuove istituzioni, i cosiddetti mercati azionari, che operano su scala internazionale, facendo da intermediari nella compravendita di tali azioni. Mentre l’opzione per i prestiti implicava l’emissione di obbligazioni di debito da parte delle imprese mutuatarie, nel caso del collocamento di azioni sui mercati azionari le imprese iniziarono ad aprire il proprio capitale a un gran numero di soci azionisti, alcuni con diritto di voto nei consigli di amministrazione, ma per lo più completamente anonimi, senza capacità di partecipare alla gestione.

In questo processo sono nate anche le obbligazioni (debentures), bonus di debito convertibili in azioni della società mutuataria nel caso in cui il debito non sia rimborsato in tempo. Bisogna quindi precisare che l’acquisto e la vendita di azioni di società sui mercati azionari, così come la possibilità di scambiare obbligazioni di debito con azioni, favorisce un continuo scambio di beni, senza che sia possibile determinare esattamente chi siano tutti i proprietari delle società. Coloro che possiedono azioni con diritto di voto finiscono con l’eleggere e assumere manager esecutivi per gestire le unità delle grandi aziende distribuite in tutto il mondo. Questi manager possono essere remunerati con una quota dei profitti dell’azienda o anche con azioni.

La scalata verso il dominio della speculazione

Dalla creazione dei sistemi di credito, una parte degli impegni presi dai debitori rappresenta una mera speculazione sul rischio d’impresa. Oltre agli interessi da pagare, i contratti per i prestiti aggiungono sempre al debito una tassa di rischio, un modo per compensare eventuali perdite dovute da mutuatari inadempienti, anche quando questo potrebbe non accadere.

Quando le borse funzionano normalmente, gli acquisti e le vendite di azioni sono realizzate in funzione delle previsioni di una futura distribuzione dei profitti (dividendi) da parte delle società ai loro azionisti, con il valore delle azioni che tendono a salire o scendere senza grandi oscillazioni. Tuttavia, un azionista potrebbe voler vendere un gran numero di azioni, generando così alcune speculazioni sulle ragioni della decisione. Senza acquirenti immediati, il prezzo delle azioni offerte tende a scendere e può svalutare il costo complessivo delle azioni di tutte le società. Questo dimostra che, indipendentemente dalla performance delle aziende in termini di produzione e ricavi effettivi, il valore delle loro azioni può salire o scendere per semplice speculazione sul mercato azionario.

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Dal 1971 in poi, la speculazione con obbligazioni e azioni societarie ha acquisito una nuova motivazione con la diffusione internazionale dei cosiddetti mercati secondari. In quell’anno gli Stati Uniti decisero di rompere gli accordi sottoscritti alla fine della Seconda Guerra Mondiale, accordi che mantenevano tassi di cambio fissi tra le valute di tutti i paesi e il dollaro, e con i quali gli Stati Uniti si impegnavano a mantenere la convertibilità diretta tra la sua moneta e l’oro.

Con la rottura del modello monetario internazionale, i tassi d’interesse iniziarono ad oscillare, generando una nuova ondata di speculazione globalizzata. A partire da allora le obbligazioni primarie, con cui si firmavano contratti di prestito pubblici e privati o le opzioni di acquisto e di leasing, insieme alle azioni dell’impresa, hanno cominciato a sostenere, in proporzioni gigantesche, una serie di scommesse sui prezzi futuri.

Sono nati così i cosiddetti derivati, commercializzati sui mercati secondari. Si tratta di contratti derivati da obbligazioni di debito primario o da azioni utili ad operare una transazione speculativa, di solito legata a scommesse sulla variazione futura dei prezzi di beni e servizi, tipo di tassi di cambio o tipo di tassi di interesse praticati in diversi paesi. Da qui il termine giostra speculativa, un vero e proprio casinò globale che riproduce su scala gigantesca la ricchezza fittizia del gioco d’azzardo, una forma di accumulazione parassitaria sempre più lontana dalla produzione di ricchezza reale. Si stima che il volume attuale dei derivati sia 10 volte il PIL mondiale.

Questa nuova fase della speculazione globalizzata è stata la conseguenza dell’acuirsi di una lunga crisi di sovrapproduzione di capitale. Questo ha fatto sì che quantità crescenti di capitale eccedente fossero utilizzate per scommettere su quotazioni future, alla ricerca di alternative alle difficoltà di applicazione produttiva del capitale con rendimenti ragionevoli. Nonostante siano il risultato di semplici scommesse sul futuro, i derivati sono socialmente riconosciuti come ricchezza reale e conferiscono ai loro detentori un potere di controllo sulle operazioni economiche del presente

La speculazione dei bonus verdi

In un clima mondiale di predominio della speculazione parassitaria, non è passato molto tempo prima che i derivati si convertissero in un’opportunità di accumulazione che ha coinvolto i dibattiti mondiali sul collasso ambientale. Davanti alle difficoltà di controllare la deforestazione e le emissioni di sostanze inquinanti su scala mondiale, i vertici internazionali hanno dovuto arrendersi alle richieste di mercificazione della protezione della natura, generando i cosiddetti Pagamenti per Servizi Ambientali (PSA).

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La proposta è consistita nel diffondere e consolidare l’idea che il risarcimento per danni ambientali è possibile. A partire da questo, aziende e istituti privati stanno elaborando sofisticati modi per dare un valore di mercato sia all’emissione di sostanze inquinanti che alla fornitura di servizi ambientali. L’intenzione è di mostrare che è possibile quantificare e compensare la devastazione ecologica causata dai progetti di espansione industriale.

La creatività in termini di neologismi risalta sull’idea per cui le imprese che inquinano poi pagano. Questo permette di misurare, attraverso i prezzi di mercato, il volume della biodiversità devastata e di compensare il disastro con qualche progetto di conservazione in un altro ecosistema mercificato.

Grandi imprese possono partecipare ai programma di PSA, a partire dall’espansione dei loro tradizionali progetti di monocultura di alberi. Da devastatori della natura si trasformano in promotori di risarcimenti ambientali basati su progetti per immagazzinare carbonio negli alberi piantati. Ciò è possibile nella misura in cui lo Stato si astiene dal promuovere politiche ambientali e lascia la regolamentazione nelle mani di imprese e istituti privati. Questi ultimi cominciano ad agire come certificatori e contabili dei pagamenti che devono essere effettuati nel corso di questi progetti di servizi ambientali, oltre ad essere responsabili della valutazione dei risultati.

Essendo gli accordi PSA formalizzati mediante contratti a lungo termine, generano crediti futuri, ovvero diritti di pagamento futuri per la fornitura di servizi ambientali nel corso dell’esecuzione dei progetti. Così grandi volumi di crediti per servizi ambientali diventano il supporto per l’emissione di derivati, negoziati sulla base di scommesse su tipi di tasso di cambio, di interesse e, soprattutto, sui prezzi ai quali potrebbero arrivare gli stessi beni prodotti a seguito di progetti di compensazione.

Osservazioni finali

Sembra esserci almeno un altro esplicito obiettivo per le nuove tattiche di queste imprese. Trovano sempre il modo migliore per adattarsi agli accordi raggiunti nei vertici internazionali sulle soluzioni di mercato alle crisi che ultimamente si stanno agglutinando. Così approfittano del momento di tensione globale per risolvere problemi strutturali di finanziamento, sia per vecchi debiti che per richieste di espansione delle loro attività produttive. Alle vecchie linee di credito, che esigevano obiettivi di qualità totale e di riduzione dei costi, si sono aggiunti nuovi approcci per raccogliere fondi legati alla produzione e alla riproduzione di crediti a lungo termine, attraverso contratti PSA e impegni per la riduzione delle emissioni inquinanti.

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Le operazioni primarie nell’emissione dei cosiddetti bonus verdi sono alimentate dalla diffusione di flussi generati dal riconoscimento ufficiale del concetto mercantile di imprese che inquinano e pagano. Allo stesso tempo, i circuiti del gioco d’azzardo nei mercati dei derivati hanno trovato, nei contratti PSA e crediti simili, un ulteriore impulso per la loro riproduzione parassitaria.

Pertanto non sorprende che imprese produttrici di cellulosa su vasta scala, come la Suzano, stiano operando ed espandendosi con un portafoglio di passivi ad alto rischio. E’ la cruda realtà che domina il mondo delle grandi imprese in tutto il mondo capitalista, con sempre meno controllo da parte delle autorità governative.

Senza le solite semplificazioni, è possibile capire che l’indebitamento pubblico e privato si è trasformato in una opportunità per la creazione di strumenti sempre più creativi per la speculazione parassitaria. Il rischio di un collasso economico senza precedenti sta dando segni di essere imminente, ma questa è la realtà dovuta all’incapacità generalizzata del capitale di superare la grande depressione che si è acutizzata agli inizi del XXI secolo. Intanto i contratti acquisiti dalle imprese sulla sostenibilità formale si vanno accumulando, sotto la regolamentazione di istituzioni create e controllate dalle stesse relazioni mercantili predatorie. Ciò aumenta il rischio che presto la vita sul pianeta non sia più possibile.

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Fonte: Infoaut.org