Maggio 19, 2022
Da COMIDAD
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Quando nel 1991 finirono l’Unione Sovietica e il socialismo reale, ci è stato raccontato che l’assorbimento della Russia nell’economia occidentale avreb lobe determinato una cessazione dei conflitti ideologici e l’inaugurazione di un’era di pace e sviluppo. La narrazione attecchì anche in settori della cosiddetta sinistra radicale, per cui pochi a quel tempo osservarono che un’integrazione della Russia nel sistema capitalistico avrebbe inevitabilmente inasprito i conflitti imperialistici. Anzi, la parola “imperialismo” fu censurata dal politicamente corretto, ed il mantra consistette nell’individuare l’unico pericolo di guerra in quel soggetto politico fantasma che sarebbero i “nazionalismi”. In realtà le nazioni non esistono in natura e sono prodotti storici degli imperialismi, per cui ogni Stato nazionale non è che un imperialismo interno che si esprime nel confronto con altri imperialismi. La criminalizzazione del dittatore di turno è la formula obbligata con cui l’attuale falsa coscienza, il politicamente corretto, deve dissimulare il conflitto intercapitalistico, lo scontro degli imperialismi, ed anche il costo crescente dell’imperialismo a scapito del livello di vita della popolazione.
L’espansionismo commerciale della Russia è stato immediatamente percepito come una doppia minaccia, politica ed economica. Nel 2009 era già chiaro che gli USA non avrebbero consentito l’attuazione del gasdotto North Stream 2, che collegherebbe (se fosse operativo) la Russia e la Germania. La Polonia lanciò l’allarme: l’impero russo si stava espandendo usando petrolio e gas invece dei carri armati. Da Washington l’allarme veniva rilanciato a tutte le altre cancellerie europee. L’epoca della sedicente globalizzazione ha visto così una recrudescenza delle guerre commerciali ed un uso a tutto campo dell’arma delle sanzioni.
Dalla seconda metà degli anni ’90 era già iniziata l’espansione della NATO ad Est, per cui la Russia tentò persino di farsi integrare a sua volta nell’alleanza, ovviamente senza riuscirci. Con l’espansione inarrestabile della NATO l’imperialismo USA perdeva attitudini classiche degli imperialismi, cioè la dissuasione e l’equilibrio di potenza. L’automatismo dei comportamenti statunitensi man mano toglieva all’avversario russo la preoccupazione di avere qualcosa da perdere, infatti, quali che fossero le mosse russe, la NATO si allargava ugualmente. Rispetto alle tradizionali alleanze militari la NATO è qualcosa di più: un apparato mastodontico che si configura come una rete di carriere personali con porte girevoli tra pubblico e privato e di lobby di affari, da quelli “legali” a quelli illegali, che si consumano all’ombra del segreto militare. Non solo l’Unione Europea, ma anche la NATO, funzionano col pilota automatico di cui ci narrò Draghi nel 2013, quando disse che i governi potevano cambiare ma che l’agenda di governo sarebbe rimasta sempre la stessa.

Oggi ci si racconta il conflitto in Ucraina come una serie di mosse e contromosse, di azioni della Russia e di reazioni della NATO. In realtà quella pioggia di forniture militari che giunge all’Ucraina non è una risposta all’invasione, ma era già cominciata da tempo. Nel settembre dello scorso anno il Congresso USA approvava l’invio di batterie missilistiche all’Ucraina.
La spesa in armamenti crea il fatto compiuto a cui poi adeguare tutta la politica, per cui i flussi di denaro sono diventati indipendenti da ogni strategia sottostante. Si può dire che l’espansione della NATO non è stata l’effetto di una decisione strategica ma una conseguenza del lobbying delle armi, che ha promosso gli affari trovando ogni volta nel repertorio linguistico del politicamente corretto gli slogan pubblicitari utili alle esigenze del business, secondo lo schema collaudato dal Segretario di Stato Madeleine Albright. Nel 2003 la NATO e l’Ucraina festeggiavano i loro primi cinque anni di partnership. Il colpo di Stato di piazza Maidan di undici anni dopo arrivava come ovvia conseguenza, poiché occorreva rendere irreversibile il processo di colonizzazione militare ed economica dell’Ucraina.
L’uscita di Svezia e Finlandia dalla loro presunta neutralità, ci viene anch’essa narrata come una risposta all’invasione russa: gli agnellini spaventati dall’orso russo che corrono a rifugiarsi tra le braccia di mamma NATO. In realtà Svezia e Finlandia sono partner della NATO da ventotto anni, dal 1994, cioè nel periodo in cui la Russia sembrava in pezzi e prossima ad un crollo definitivo. Nel 2011 la Svezia ha fornito persino supporto alle operazioni militari contro la Libia, e dal 2014 ha partecipato ad operazioni militari in Afghanistan. E questo perché era “neutrale”. Le frenesie del militarismo svedese sono del tutto comprensibili, se si considera che la Svezia è uno dei Paesi che mirano esplicitamente ad una dissoluzione della Russia per ritagliarsi nuovamente un ruolo imperialistico nel mondo slavo. Del resto l’Ucraina di Kiev è nata come colonia svedese.
Il militarismo finlandese non è da meno per mezzi e personale. La Finlandia è inoltre uno dei pochi Paesi ad aver mantenuto l’esercito di leva, per cui in caso di guerra può mobilitare quasi un milione di uomini.
Nel 2018 Svezia e Finlandia parteciparono ad un’esercitazione militare congiunta con la NATO, che venne presentata come la premessa di una prossima adesione a tutti gli effetti, quindi era tutto già deciso e l’invasione russa è stata solo l’occasione per farlo sapere e digerire all’opinione pubblica ignara.
A distanza di varie settimane dall’annuncio dell’uscita dei due Paesi dalla cosiddetta “neutralità”, nessun giornalista o “esperto” del mainstream, neppure della tendenza più “critica” verso l’escalation militare, si è preoccupato di dare una sbirciata al sito della NATO in modo da accertare fino a che punto era già arrivata la collaborazione militare tra la Svezia, la Finlandia e la NATO. Queste omissioni sono un oggettivo indicatore del grado di attendibilità della comunicazione ufficiale.




Fonte: Comidad.org