Novembre 21, 2021
Da Il Manifesto
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È una storia incredibile quella di Malik Al Nasir. Una vita destinata a una triste prospettiva, salvata e redenta dalla musica e da un personaggio unico, un intellettuale, artista, poeta, attivista, Gil Scott-Heron. Spesso impropriamente definito il «padre del rap» di cui comunque contribuì a costruire le basi, ispirandosi ai suoi contemporanei Last Poets, nella New York dei primi anni Settanta. Ma Gil fu molto di più. Portò avanti una sorta di concetto di «musica totale», in cui confluivano tutte le sfumature della black music (dal blues al gospel, con cui era nato, fino al soul, al funk, al rhythm’n’blues) ma anche quelle del sound latino con cui era cresciuto nel quartiere portoricano di Chelsea, nella Big Apple. Una fusion spesso complessa ma sempre accattivante su cui si innestavano testi incredibilmente poetici e politici, colmi di aspro sarcasmo nei confronti delle istituzioni e del potere costituito.
Malik, nato come Mark Trevor Watson a Liverpool, padre della Guyana, madre inglese, visse un’infanzia tranquilla a Toxteth, il quartiere black della città, fino a quando la famiglia si sfasciò e per un furto, in realtà mai commesso, finì, a nove anni, nell’inferno dei riformatori di sua maestà, dove subì soprusi, abusi psicologici e fisici di ogni tipo. Uscito a 16 anni, con l’unica prospettiva di intraprendere una vita di illegalità («per lavorare occorrevano referenze e le uniche che avevo io erano anni passati in un carcere minorile e avere la pelle nera in un paese razzista»), si imbatte nella musica di Gil Scott-Heron dalla quale rimane affascinato e colpito. Quando Gil arriva a Liverpool si fionda al concerto. «Gil ha parlato, ha suonato jazz, era un poeta, ha insegnato. Stava solo cantando una canzone ma era come se fosse parte di un’anima collettiva che viveva nella stanza del locale». Riesce a entrare nel backstage, solo per volersi complimentare con il suo idolo. Ma Gil gli chiede inaspettatamente se lo volesse accompagnare a vedere i luoghi di Toxteth in cui recentemente c’era stata una violenta rivolta della comunità nera contro i metodi violenti e razzisti della polizia. Malik acconsente e poi invita Gil e la sua band il giorno successivo a pranzo. Non ha un casa, vive in un rifugio per senzatetto, non ha soldi, solo un minimo di sussidio statale. Racimola quello che può, mette a frutto l’esperienza di cuoco imparata in riformatorio e offre il pranzo a tutta la band in una casa prestatagli da un amico. Alla fine Gil gli allunga 100 sterline ma lui rifiuta, è un regalo che ha voluto fare al suo idolo. Allora Gil gli chiede se vuole unirsi alla band. «Ma io non so fare niente per una band». «Saprai caricare e scaricare un amplificatore da un camion o portare le bacchette al batterista o un cavo al chitarrista». Malik diventa così parte della crew di Gil Scott-Heron, gira il mondo, impara le tecniche dei fonici e sostanzialmente «facevo tutto quello che non stavano facendo gli altri. Questo era il mio motto».

SEMI ANALFABETA
Gil «vide qualcosa in me che non vedevo in me stesso: il mio potenziale». Durante i lunghi viaggi il musicista scopre che Malik era semi analfabeta, anche a causa di una forma di dislessia mai curata. E allora incomincia a insegnargli a leggere e a scrivere, facendo tesoro della sua immensa cultura e di un master in inglese, conseguito all’Università di Lincoln. Lo introduce ai classici sulla autoconsapevolezza degli afroamericani, ai testi che parlano dei diritti civili da rivendicare, alle poesie di Langton Hughes, ai libri di Zola Neale Hurston, al blues e al soul di Nina Simone e Billie Holiday. Sprona Malik a scrivere e quando riceve le sue prime composizioni gliele corregge, aggiusta, lo consiglia. «Una mattina mentre eravamo sul tour bus Gil incominciò a leggere ad alta voce i miei scritti. Mi chiese perché avevo usato questa parola e non quella, che cosa volevo dire con questa frase, cosa significa questo concetto. Per la prima volta nella mia vita avevo un insegnante. La cosa è andata avanti per molti anni. Anche quando eravamo lontani scrivevo le mie poesie e gliele mandavo via lettera. E quando ci ritrovavamo in tour lui le tirava fuori e le commentavamo insieme». Dopo un po’ di tempo Gil lo «licenzia» affinché si trovi un lavoro e incominci a gestire la propria esistenza. Malik sceglie la dura vita del marinaio che lo porta di nuovo in giro per il mondo, subendo ancora una volta il razzismo degli equipaggi delle navi per cui lavorava dove non di rado era l’unico nero. Sfrutta questi lunghi mesi in mare per leggere e scrivere, ascoltare musica, imparare. Si iscrive successivamente all’università e consegue due lauree, in sociologia e geografia oltre a un diploma post laurea in ricerca sociale e un master in produzione multimediale. «Ho continuato ad andare in tour con Gil quando ho potuto. Era così fiero di me. La mia laurea era il culmine di tutto ciò che aveva investito in me e io avevo investito in me stesso. Quello che Gil mi ha dato era una ragione per cui vivere».

MANAGER
Nel 1992 incontra i Last Poets e viene introdotto all’Islam. Cambia nome e diventa il manager del loro cantante, Jalal, incominciando una proficua carriera in ambito discografico, lavorando anche con Public Enemy, Steel Pulse, Run DMC, Wailers, Wyclef Jean. Fonda la compagnia di produzione MediaCPR e l’etichetta MCPR Music e anche una band, Malik and The OG’s con cui suona e incide dischi. Quando Gil Scott-Heron entra nella sua fase più oscura, fatta di dipendenza, periodi da homeless, finendo poi in prigione, Malik non manca mai di supportarlo, ricevendo in cambio un nuovo incoraggiamento. Ossia pubblicare le sue poesie che aveva raccolto in abbondanza nel corso degli anni. Nel 2004, dopo aver ricevuto un risarcimento dallo stato inglese per le ingiustizie subite nell’adolescenza, fonda una sua casa editrice, la Fore-Word Press, con cui pubblica Ordinary Guy. È spesso protagonista di articoli sulla stampa inglese in relazione ai problemi dei rifugiati, all’esclusione sociale, al razzismo. Quando Gil venne finalmente rilasciato dalla prigione, poco prima di morire, nel 2011, Malik riesce, grazie all’intercessione di Wyclef Jean, a farlo reincontrare con Stevie Wonder, uno degli amici che aveva fatto di tutto per portarlo fuori dalla palude della droga.

L’autobiografia di Malik Al Nasir

La vita di Malik Al Nasir è ora raccolta in un toccante e duro libro autobiografico, da poco pubblicato in Usa e Canada da William Collins Editore, intitolato Letters to Gil. Una trasformazione umana, sociale, politica. Il ribaltamento dai giorni in cui, scrive nel libro, quando gli dicevano «Nigger!» rispondeva «Sorry», frutto della mentalità dell’Inghilterra degli anni Settanta in cui a scuola i bambini neri venivano irrisi e discriminati in primo luogo dagli stessi insegnanti e trattati come persone inferiori. La rivalsa postuma contro le politiche del comune di Liverpool che prima lasciava che a Toxteth si aprissero locali per neri senza particolari controlli, per, sostiene Malik, «tenere lontana la comunità black dal centro storico dove risiedeva la borghesia bianca» e che successivamente, con una politica pragmaticamente crudele, sparse chirurgicamente le famiglie nere in altri quartieri per soffocare il senso di unione e solidarietà tra gli immigrati. Un libro che riassume una storia acre e difficile, attraverso il rapporto tra un maestro e un allievo tenace e sincero che, attraverso l’educazione e l’amore per il prossimo, ha trovato una strada.
«Gil è stata la persona più importante per me durante la mia vita adulta. Grazie, Gil. Mi hai salvato la vita».




Fonte: Ilmanifesto.it