Ottobre 27, 2021
Da Il Manifesto
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Le espressioni forti, l’evocazione di scenari apocalittici e i toni belligeranti fanno parte dello stile e della messaggistica dei leader politici maggiormente sostenitori del cosiddetto sovranismo. Prendiamo l’esempio dell’intervista rilasciata di recente al Financial Times dal primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e al riferimento, in essa, a una “terza guerra mondiale” che, a parere del premier nazionalista, la Commissione Ue potrebbe scatenare in relazione al tema dello Stato di diritto.

Più precisamente, Morawiecki aveva detto ai suoi intervistatori che se la Commissione Ue darà avvio a una “terza guerra mondiale” sull’argomento in questione, la Polonia si difenderà “con tutte le armi a sua disposizione”. Il riferimento alla guerra, alla lotta, l’appello alla popolazione perché si compatti contro pericoli che vengono sempre dall’esterno, è tipico della retorica di questi leader. Pensiamo, ad esempio, al premier ungherese Viktor Orbán che ha adottato queste modalità ben prima dei suoi colleghi polacchi.

Questi capi politici descrivono il loro impegno come una vera e propria lotta per la libertà: libertà di un popolo di essere sovrano sul suo territorio, di fare le scelte che ritiene più opportune, di decidere se ospitare o meno migranti e profughi senza subire scelte imposte da fuori. I due paesi, la Polonia e l’Ungheria, sono, all’interno dei paesi di Visegrád (V4), i principali interpreti dello strappo con Bruxelles sui temi appena menzionati che coinvolgono, tra l’altro, interessi economici: vedi tutta la questione dei fondi Ue.

Varsavia e Budapest condividono il rifiuto delle condizionalità che legano l’erogazione di questi fondi al rispetto dello Stato di diritto. Per le autorità polacche e ungheresi non esiste un problema in questo senso nei due paesi, per esse l’Ue non ha l’autorità di stabilire se in uno stato membro sia rispettato o meno lo Stato di diritto. In ballo ci sono molti soldi, in ballo c’è anche il prestigio interno dei due governi che si sono erti a strenui difensori dei rispettivi interessi nazionali e del principio di “interesse nazionale” in sé. In più i due paesi si trovano sotto il mirino dell’Articolo 7 e i loro esecutivi sono pronti a darsi sostegno reciproco per vincere questa “battaglia”, ecco di nuovo l’evocazione di scenari bellici.

Nei casi della Polonia e dell’Ungheria, c’è poi, spesso, il riferimento alla necessità di continuare la lotta storica intrapresa dai due popoli per prendere finalmente in mano le redini del loro destino e realizzare aspirazioni e ambizioni nazionali prima inibite dagli Asburgo e da altre potenze straniere, poi dall’URSS e ora dalla tecnocrazia dei vertici Ue.

L’evocazione di quella che viene presentata come lotta per la libertà comporta l’appello ai polacchi e agli ungheresi animati da amor patrio e pronti a difendere il loro mondo: in Europa sì, e di diritto in quanto componenti essenziali della costruzione culturale europea, ma da polacchi e da ungheresi mantenendo intatte le loro identità. Forse si può riassumere in questo modo il pensiero ispirato dagli esecutivi in questione e propagato dai loro sostenitori.

C’è in tutto questo molta retorica, molta propaganda il cui uso è funzionale alla creazione e consolidamento di un sistema di potere che vuol farsi percepire come sistema di valori ma che in realtà è gestione del potere e inibizione della partecipazione popolare alla vita pubblica e alla politica intesa proprio come confronto e partecipazione.
L’uso dei toni forti viene scambiato da molti elettori come prova di coraggio e orgoglio ma è chiaro che il riferimento a guerre mondiali o europee, imminenti o già in corso, è fuorviante e di certo non adatto a descrivere le criticità esistenti nei rapporti all’interno dell’Ue.

Poi capita anche che chi usa queste espressioni estreme debba fare marcia indietro, così Piotr Müller, portavoce del primo ministro polacco, dopo la pubblicazione dell’intervista sul Finanzial Times, si è preoccupato di smorzare i toni usati dal premier. Per spiegare l’affermazione di Morawiecki ha detto che il richiamo alla “terza guerra mondiale” è solo “un’iperbole, una figura retorica che non va presa alla lettera”. Morale: dalla frase del primo ministro non vanno tratte “le conclusioni che l’opposizione sta cercando di trarre oggi”. E allora a quali conclusioni bisogna approdare in questo caso? Forse una è che il senso di responsabilità non è un “optional” e che l’uso improprio di concetti e significati fa danni.




Fonte: Ilmanifesto.it