Novembre 29, 2022
Da USI-CIT - Unione Sindacale Italiana
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Abbiamo spesso affrontato le problematiche di noi insegnanti, docenti universitari, educatrici ed educatori da un punto di vista prettamente sindacale (com’è ovvio che sia): prime fra tutti la frammentazione dei contratti, il precariato, i ritardi nel rinnovo dei vari CCNL etc. Se le questioni sindacali impattano negativamente sulle nostre vite (probabilmente più di ogni altro ambito e settore lavorativo) queste non rappresentano però il solo problema che ci accomuna.

Parliamo del nostro ruolo?

In prima battuta di come esso viene visto e interiorizzato in modo generalizzato all’interno della società nella quale viviamo.

Le frasi che, soprattutto educatori ed educatrici ma anche insegnanti e docenti, si sentono spesso rivolgere sono spesso illuminanti: “eh la tua è una vera missione”, “eh ci vuole vocazione per fare un lavoro così”, “ah ma ti pagano qualcosa però?”, “anch’io adoro i bambini”, “vuoi mettere le soddisfazioni?”, “sei proprio un insegnante/ educatore/ educatrice”. Quest’ultima è particolarmente rivelatrice: l’insegnante e il docente, così come l’educatore e l’educatrice, SONO il loro lavoro, non FANNO (come tutti e tutte) un determinato mestiere (tendenzialmente per avere uno stipendio e guadagnarsi da vivere). Il fatto che nell’ambito dell’istruzione e del socio-educativo / socio-assistenziale qualcuno ci lavori prima di tutto per avere un reddito (così come l’idraulico, il segretario comunale, il panettiere, l’hostess, l’operaio, il medico e chi più ne ha più ne metta) appare ai più come un’eresia, qualcosa di indicibile, quasi una cosa malefica. L’educante (con tale termine indichiamo chiunque lavori nell’ambito educativo a 360°) ha una vocazione, una “mission” da raggiungere, è mosso da nobili intenti, quasi un angelo sceso dal cielo per salvare le anime delle persone di cui si occupa. La retribuzione, nel caso la volesse, dovrebbe essere l’ultimo dei suoi problemi; anche perché, si sa, la retribuzione è legata al lavoro (e chi tra noi lavora nei servizi alla persona sa quanta formazione e quanto lavoro non è retribuito) ma per i più il nostro non è nemmeno un lavoro quanto, appunto, una “vocazione” e se è vocazione è h.24, giorno e notte, feriali e festivi, non esiste vita privata. Tu sei quel lavoro e non ti è concesso metterlo in cattiva luce (non fumare, non bere, non dire le parolacce, non frequentare strani ambienti, non palesare idee e opinioni che si discostino troppo dalla norma). Proprio negli ultimi anni abbiamo avuto eclatanti (e aberranti) esempi rispetto a questa concezione del nostro ruolo. Alcuni in particolare:

L’educatrice torinese di una cooperativa che opera nella casa circondariale “Lorusso e Cutugno” sospesa dall’incarico nel 2017 solo per aver “intrattenuto rapporti di amicizia con alcuni attivisti dell’area anarchica” e per “aver pubblicato su Facebook foto di alcuni No Tav arrestati” in segno di solidarietà. Licenziata nonostante il suo avvocato avesse dimostrato come per tre anni la nostra collega abbia svolto la sua attività nel padiglione dei tossicodipendenti, che nulla ha a che fare con il Movimento No Tav, e l’abbia fatto con buoni risultati; spiegando altresì come sia stato assurdo pensare a eventuali ragioni di sicurezza tali da allontanarla dal carcere. Come non bastasse la collega dichiarava: “Non mi è stato nemmeno permesso di salutare i ragazzi che seguivo”. Insomma, licenziata perché “amica degli anarchici”.

Ricordiamo poi la Prof. di Palermo, sospesa perché i suoi studenti hanno paragonato il Decreto Sicurezza – Salvini alle leggi razziali o il famigerato telefono verde per denunciare gli insegnanti che facevano propaganda in classe (persino il governo Berlusconi prese le distanze ed il telefono fu disattivato).

Ultimo e più assurdo il licenziamento, l’anno scorso, di una maestra di un asilo del torinese vittima di revenge porn: l’ex fidanzato fa circolare illegalmente alcune sue foto hard (reato) e invece di fare quadrato attorno alla vittima (la nostra collega appunto) nel paese di provincia si scatena la caccia alle streghe. Insomma, vittima due volte: licenziata perché il suo ex fidanzato ha diffuso (a sua insaputa e senza il suo consenso) foto hard di lei. In pratica licenziata perché una maestra d’asilo non può fare sesso.

Non solo ci pagano una miseria, ci costringono ad una vita da precario/a, frammentano il nostro settore con una quantità esagerata di CCNL diversi (nel socio-educativo in particolare spesso non rispettandoli nemmeno, i CCNL) ma vogliono pure annullare le nostre idee, le nostre abitudini, la nostra personalità, la nostra vita privata quando questa si discosta un pelino più in là dalla norma, dalla consuetudine. Senza contare il controllo asfissiante che in quasi tutte le scuole, con una miriade di telecamere, inibisce il libero sapere e il libero pensiero. Finita qui?

No. Perché se da una parte siamo vittime di questo controllo esercitato sui nostri corpi, sulle nostre abitudini, sulle nostre menti, dall’altra parte ci viene chiesto di esercitare questo controllo sulle persone di cui ci occupiamo. Di esercitare cioè noi stessi quelle logiche autoritarie e conformiste, di cui siamo vittime, nel nostro lavoro con gli studenti o gli utenti nei servizi educativi. Logiche talmente pregnanti nel nostro ampio settore lavorativo da non essere mai messe in discussione. Invece noi vogliamo ribadirlo con forza: il nostro lavoro NON DEVE ESSERE un lavoro di controllo sociale. Potrebbe esserlo: è l’architettura stessa dell’istituzione in cui operiamo a favorire i meccanismi dell’autoritarismo, della sorveglianza, del controllo. Conosciamo le contraddizioni e i limiti inerenti alle istituzioni scolastiche e assistenziali. Prendiamo la scuola: è un’istituzione per sua natura coercitiva. Costringe lo studente alla lezione, al banco, alle cure dell’insegnante, alla convivenza forzata con adulti e coetanei. Come la si definì negli Settanta, è un “maneggio del sistema”: una cattiva, astratta, semplificata caricatura della società. È una palestra alla schiavitù del salario, alla subordinazione gerarchica, alla competizione tra pari, all’idea di un esperto che detenga il potere di giudicare ogni persona, a una società totalmente controllata. Eppure, noi docenti e insegnanti – nonostante il ruolo di “pubblici ufficiali” che ci cuciono addosso – non intendiamo plasmare o giudicare chicchessia. Operiamo dentro e fuori la scuola e l’accademia, sul nostro luogo di lavoro come altrove, sempre portando la logica del mutuo aiuto e della solidarietà tra colleghi e studenti, educatori e partecipanti. Crediamo nell’educazione e nell’autoeducazione come utile mezzo per ampliare le nostre conoscenze, la nostra capacità di analisi e di critica e come arma di difesa contro i soprusi e le ingiustizie del mondo. Siamo educatrici ed educatori perché crediamo nel valore della relazione con l’altro come strumento di aiuto e appoggio reciproco, non certo per la pretesa di modellare la vita altrui a nostro uso e consumo. Non siamo controllori di nessuno/a.

Rigettiamo e impediamo le logiche autoritarie e conformiste nell’ambito educativo.

Contro tutti i poteri e contro tutti gli strumenti oppressivi e sempre dalla parte di chi lotta per l’emancipazione e l’autodeterminazione.




Fonte: Usi-cit.org