Novembre 18, 2021
Da Il Manifesto
38 visualizzazioni


Che sia arrivato il momento di considerare il self-publishing con maggiore attenzione e minori pregiudizi? «Settore opaco, difficile da definire e quantificare», lo definiva alla fine del 2016 Giovanni Peresson, responsabile dell’ufficio studi dell’Aie, l’Associazione Italiana Editori, in un articolo uscito sul Giornale della Libreria a margine della prima indagine nazionale dedicata al fenomeno. Precisando però subito dopo che all’autopubblicazione «hanno iniziato a guardare con crescente interesse gli editori stessi, considerandolo come un potenziale bacino di scoperta di nuovi autori e di tendenze letterarie» e che la dimensione assunta dal fenomeno può aiutarci «a comprendere cambiamenti antropologici profondi nel modo di intendere e di intendersi lettori e scrittori».

Cinque anni dopo, e con una pandemia che ha costretto a restare in casa milioni, anzi miliardi, di persone in tutto il mondo, è aumentato in modo esponenziale il numero di autrici e autori disposti a muoversi autonomamente pur di vedere i propri scritti pubblicati in forma di libro, cartaceo o e-book. Ed è infatti da una cifra significativa che Gabriela Mayer, giornalista culturale della testata online argentina Infobae, prende avvio per un’inchiesta che si può leggere con profitto anche da questa parte dell’Atlantico:

«Secondo l’agenzia ISBN (acronimo di International Standard Book Number, quel numero cioè che permette di riconoscere ovunque un libro attraverso il codice a barre, ndr), il 33% dei libri pubblicati nell’ultimo anno rientrano nella categoria del self-publishing». Insomma, un libro su tre in Argentina – ma è possibile che il dato italiano non sia molto diverso – sfugge alla trafila tradizionale e vede chi ha messo il proprio nome in copertina anche nelle vesti dell’editore.

In sé, si sa, l’autopubblicazione non è un fenomeno nuovo, e Mayer elenca diversi nomi di autori e autrici divenuti in seguito grandi o grandissimi, che hanno cominciato la loro carriera pagando di tasca propria i testi di esordio.
Oltre allo strafamoso e stracitato caso di Marcel Proust, che pubblicò a sue spese il primo volume della Recherche, nella schiera degli autopubblicati troviamo per esempio Jorge Luis Borges, la cui «prima raccolta di poesie, Fervor de Buenos Aires, uscì in un’edizione d’autore, con pagine non numerate e un’incisione di sua sorella Norah sulla copertina», e Margaret Atwood, che nel 1961 autopubblicò il suo primo libro, anche questo una raccolta di poesia, Double Persephone, e in tempi recenti «ha difeso la piattaforma di self-publishing «Wattpad», ricordando le scarse risorse a disposizione della sua generazione: ‘Abbiamo fatto piccoli libretti con i nostri testi per un pubblico composto da due persone: i nostri genitori’».

Rispetto al debutto di Atwood, a essere cambiata oggi – scrive Mayer – non è tanto la platea dei lettori, nella grande maggioranza dei casi ancora limitata alla cerchia ristretta dei parenti e degli amici, ma la quantità delle autrici e degli autori self-published, la diversificazione nei generi, la facilità sempre maggiore di autopubblicarsi sfuggendo agli pseudoeditori capaci solo di spillare soldi.
Ma forse il commento più interessante all’inchiesta di Gabriela Mayer, quello che meglio inquadra il cambiamento in corso, viene dal Club de traductores literarios de Buenos Aires, che ha rilanciato nel suo blog l’articolo con un titolo diverso: No hay nada malo en un libro autopublicado, que es tan libro como el que publica una multinacional: «Non c’è niente di male in un libro autopubblicato, che è un libro tanto quanto uno pubblicato da una multinazionale». Un tempo sarebbe stata un’eresia, oggi è spunto di riflessione.




Fonte: Ilmanifesto.it