Ottobre 14, 2021
Da Il Manifesto
82 visualizzazioni


Il 22 febbraio del 2020, dopo ventitré anni di assenza, Il turco in Italia di Gioachino Rossini tornava al Teatro alla Scala di Milano, ma faceva in tempo a debuttare e veniva messo in quarantena, come tutte le altre attività teatrali. Qualcuno registrò un cortocircuito surreale: Mattia Olivieri, che cantava nel Turco in Italia e in quegli stessi giorni provava a Firenze Lo sposo di tre, e marito di nessuna di Luigi Cherubini, in un’intervista ricordava alcune parole del libretto della seconda opera: «Vada in malore l’ipocondria / Che sempre offende la sanità». Prima di spaventarci e isolarci nelle nostre case, fummo tutti tentati di pensare che quella che stavamo vivendo era solo un’esagerazione che si sarebbe presto sgonfiata. Sappiamo bene che non fu così e che il musicalissimo e vitalissimo Turco in Italia fu fagocitato dal silenzio funebre di quei mesi. Ora finalmente il capolavoro di Rossini è tornato alla vita con il teatro nuovamente pieno.

IL LIBRETTO di Felice Romani che Rossini mise in musica, rimaneggiandone un altro omonimo di Caterino Mazzolà, costruiva una trama centrata sul dispositivo classico del teatro nel teatro (Prosdocimo esordisce così: «Ho da fare un dramma buffo, / e non trovo l’argomento!») che fa dialogare realtà e finzione, così come il genere serio (amori e tradimenti) e il genere buffo (inganni ed equivoci), scambiandoli dove meno ce lo si aspetta. La regia di Roberto Andò, con le scene e le luci di Gianni Carluccio, i costumi di Nanà Cecchi e i video di Luca Scarzella, mette a tema «l’incompiutezza del vivere» (Andò) e le fantasie del desiderio evocate dagli scambi continui del libretto, risolvendone con chiarezza e arguzia calviniana (il riferimento è a Se una notte d’inverno un viaggiatore) anche i momenti più intricati e inverosimili. Giulio Mastrototaro e Alessio Arduini ci regalano una performance da mattatori: la loro presenza in scena, sia negli interventi declamati o cantati, sia nelle irresistibili controscene mute, mostra una padronanza dei ruoli e una capacità di fraseggio rare.

CON ALTRETTANTA agilità collaborano al progetto del regista Erwin Schrott, Antonino Siragusa, Manuel Amati e Laura Verrecchia. Una menzione speciale a Rosa Feola, vera anima vocale dello spettacolo, con il suo canto spiegato, legato o puntato, che con gli anni si sta facendo sempre più bello, ricco e a fuoco. Diego Fasolis dirige seguendo l’edizione critica della partitura approntata dalla Fondazione Rossini di Pesaro senza tagli se non in alcuni recitativi (peraltro non di Rossini), mentre esegue le arie di Narciso («Un vago sembiante») e Geronio («Se ho da dirlo») e quella di Fiorilla del II atto con le variazioni originali di Rossini: è evidente la sua attenzione a restituirne tutti i passaggi di registro e le preziosità, evitando gli arbitrii inevitabili delle letture innovative, che per mettere a fuoco suoni nuovi scavalcano la lettera delle indicazioni d’autore.




Fonte: Ilmanifesto.it