Ottobre 5, 2021
Da Il Manifesto
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La storia è quella tipica del viaggio dell’eroe: il protagonista chiamato all’avventura, incontra falsi amici e il mentore, attraversa la soglia, c’è la prova, per poi ritornare con l’elisir. L’elisir è la musica e il mondo ordinario in cui si apre il libro è quello in verità straordinario di Ramallah, uno dei teatri dell’intifada. Parrebbe la struttura di un film di finzione, ma è una storia vera, dettagliatamente documentata e raccontata dal giornalista Sandy Tolan in Il potere della musica, sottotitolo Figli delle pietre in una terra difficile (pp. 558, 20 euro, finalista LA Times Book Prize), tradotto da Luciana Galliano e pubblicato da Haze-Auditorium Edizioni. Protagonista è Ramzi Hussein Aburedwan, uno shabab, un bambino palestinese immortalato nel 1988 – jeans, giacca con colletto di finta pecora e sassi in mano – in una delle foto più iconiche dell’intifada pubblicata in tutto il mondo, «raffigurando la rabbia e l’apparente temerarietà dei bambini delle pietre».

ATTRAVERSO una scrittura frenetica e filmica, Tolan guida il lettore fra i vicoli mentre possiamo vedere il protagonista scappare dai soldati, mettendo in scena la paura e la determinazione di Ramzi, combattente in prima linea di un esercito invisibile che rivendica terre e dignità. Dal principio alla fine del libro, sullo sfondo, ma è più corretto dire al di sopra, ci sono Rabin e Arafat, Hamas, Fatah, Sharon, Netanyahu, e tutti quelli che attraverso le loro scelte restringono le possibilità di chi vive nel campo profughi di Al Amari. Una ricognizione che parte dagli anni ’30 ai giorni nostri. Fondamentale è l’incontro con i maestri, come Mohammad Fadel, insegnante di violino. Nelle anguste stanze del Conservatorio Nazionale di Musica di Palestina, Ramzi si esercita, studia Mozart, scopre il potere liberatorio della musica. Da lì una borsa di studio e incontri che parlano di riscatto. Anni dopo a Ramallah la città viene tappezzata della foto di Ramzi con le pietre e a fianco sempre lui, adulto, ma con la viola in mano. Sembra un predestinato, in arabo Ramzi significa «simbolico», ma è un riscatto che non vuole solo per sé. Senza non poche difficoltà apre in Palestina le scuole di musica Al Kamandjati (Il Violinista), i musicisti di tutto il mondo arrivano per contribuire al suo utopico progetto. Un’opera notevole in cui l’opprimente quotidianità dell’occupazione fa da contraltare al desiderio di una vita migliore.




Fonte: Ilmanifesto.it