Ottobre 28, 2021
Da Il Manifesto
56 visualizzazioni


Una delle scelte forti del programma di Doclisboa di quest’anno è stata quella di creare una sorta di micro retrospettiva d’un cineasta giovanissimo e fino a qualche mese fa totalmente sconosciuto. Si chiama Vadim Kostrov, è nato a Niznij Tagil negli Urali. Là dove finisce la Russia europea e comincia la Siberia. Là dove l’Unione sovietica aveva spostato le industrie pesanti per salvarle dall’invasione tedesca. Vadim ha ventitré anni, tra il 2019 e il 2021 ha scritto, diretto e montato sei film, di cui quattro si trovano nella programmazione di Doclisboa, uno in concorso (Winter) e tre nella sezione Heart beat – musica, arte e Rock’n’roll (Narodnaya, After Narodnaya e Comet).
Winter fa parte di una tetralogia sulle stagioni di cui Vadim ha già girato i primi due episodi, Summer et Fall. È un film contemplativo e spirituale. Comincia in un appartamento. Un giovane gioca davanti alla console del suo computer. Dalle grandi finestre, si intravede la città, già immersa nell’inverno. Tutto ad un tratto, il ragazzo spegne il computer, prende lo zaino ed esce. Lo seguiamo mentre marcia nella neve. Arrivato nei pressi di una zona industriale dismessa, trova una parete che sembrava quasi aspettarlo e comincia a dipingere delle forme geometriche. Il lavoro prende lentamente forma, e al tempo stesso non aquista alcun significato. Quelle che all’inizio sembrano lettere, diventano immagini, ma che non raffigurano nulla di concreto. Vadim filma questo evolversi dei segni con pazienza e modestia. Lascia allo spettatore il tempo di accogliere qualcosa che si potrebbe chiamare, senza timore di apparire pomposi, la nascita dell’arte.

ARTE CHE NON È ALTRO che arte, senza alcun significato, senza nessuna ambizione se non la sua più alta e assoluta: la bellezza. Eppure Winter non è un film astratto. Ogni documentario ha come ambizione ultima di registrare una parte del mondo. Ma sono pochi, forse pochissimi, quelli di cui si può dire che riescono effettivamente a restituire allo spettatore quello che hanno registrato, vale a dire a rendere concreto il proprio oggetto per lo spettatore. Winter è assolutamente uno di quei pochi esempi. Si esce dalla sala con l’impressione vivissima di aver percepito ogni dettaglio: le case immerse nella neve, la solitudine estrema degli abitanti, il tempo che non passa mai, il suono degli altoforni che lavorano instancabilmente e che come neve ricoprono il silenzio d’un manto di rumore.

QUANDO si incontra un cineasta, la prima cosa che viene da dire è: prudenza. È un po’ come una profezia che si avvera, lasciando incredulo proprio quello che con più fede l’aveva attesa. Ma è così : questo ragazzo di ventitré anni è un vero e proprio cineasta. Ognuno dei suoi film porta la stigmate di un dono per l’immagine. La trilogia formata da Narodnaya, After Narodnaya e Comet lo conferma ad ogni episodio. «Narodnaya» è una parola russa carica di significato e di storia. È difficilmente traducibile. «Narod» vuol dire popolo. E l’aggettivo formato con il suffisso «naya» si può tradurre con popolare, ma in un senso molto esteso. Vadim ripete spesso «i miei sono film del popolo, con il popolo e per il popolo». Ma al tempo stesso si tratta di film Underground, fuori dal sistema del cinema e lontani dalla cultura popolare nel senso di diffusa e dominante. Curiosamente l’aggettivo ha anche questo senso. Storicamente, i «Narodniki», erano i populisti che in nome della «narodnaya volia» (la volontà del popolo) tramarono contro il potere zarista nel secondo ottocento, e che Dostoevski ritrae nei Demoni. Infine, «Narodnaya» è il nome che un gruppo di giovani di Niznij Tagil ha dato ad un garage che per un’estate si è trasformato in luogo di ritrovo, di esposizione di opere d’arte e di eventi, performance, concerti underground. È questo luogo che Vadim filma. E dalle sue immagini riemerge tutta l’estensione di questa parola così rappresentativa della Russia e delle sue contraddizioni.
Sempre incentrato sull’arte, Narodnaya è in qualche modo opposto a Winter. È un film su un tentativo di stare insieme, di formare un gruppo, di trovare un luogo per uscire dalla solitudine. Al silenzio industriale dell’inverso, si sostituisce un’altra trama sonora, molto più articolata, e assolutamente più rumorosa. Nel garage si alternano performance artistiche e battaglie di rap. La lunga sequenza finale, alla festa di addio prima che l’inverno arrivi e renda impossibile le riunioni nel garage, è un susseguirsi di gruppi musicali underground molti dei quali alla prima performance davanti al pubblico: Ex-Love, Lazy Comet.

CHE COSA C’È di speciale in tutto questo? Nulla. Non è la creazione in sé che Vadim ci mostra (o non solo). Non è nell’aver catturato la bellezza della musica o delle performance che il film, a sua volta, si può dire bello. Ma nell’esser riuscito a mostrare qualcosa di assolutamente invisibile: il sentimento di sentirsi vivi, di scoprirsi capaci di creare qualcosa, e di poterlo fare solo insieme ad altri. Il garage non sopravvive all’estate; nella migliore tradizione punk, l’avventura dei nostri «narodniki» è dead on arrival, nata morta. Il film successivo, After Narodnaya, li ritrova per una effimera serata organizzata in un appartamento. Il terzo episodio, Comet, va fino a Mosca, per seguire l’altrettanto effimero destino d’una band che abbiamo visto formarsi nel primo episodio, i Lazy Comet.
All’inizio di Narodnaya si legge : «In verità vi dico, se non vi convertirete e se non diventerete tutti come bambini, non entrerete nel regno dei cieli». Ed ogni film della trilogia di Vadim è preceduto da una frase del Nuovo testamento. Gli abbiamo chiesto perché. Ecco cosa ci ha risposto: «È la loro storia. I miei protagonisti sono come gli evangelisti : sono persone che sono alla ricerca di qualcosa. Devono uscire dalla propria solitudine, abbandonare tutto, per cercare qualcosa d’altro. Altrimenti sono dannati. E non hanno nessuno. Se non se stessi.»




Fonte: Ilmanifesto.it