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La guerra in Ucraina, provocata e portata avanti da Putin ha portato in evidenza tutta una serie di contraddizioni e divisioni nella cosiddetta sinistra italiana. L’onnipresenza mediatica della guerra favorisce, come scrive Tiziana Barillà, una polarizzazione delle posizioni sulla guerra e suggerisce di schierarsi a favore dell’Ucraina invasa e bombardata.

In questa divisione binaria tra chi è con Putin e chi con l’Ucraina, va a finire che c’è chi si definisce pacifista e si schiera a favore dell’invio di armi all’Ucraina, in nome della difesa, ma di fatto per alimentare la guerra, la distruzione e la perdita di vite umane. Manifestare solo contro il nemico significa essere a favore della guerra, scrive Wu Ming. Ed è facile accusare chi, come Donatella Di Cesare, prova a spiegare che è necessaria un’analisi della complessità della situazione. Per comprenderla pienamente, non solo per schierarsi.

Contro la guerra

Come scrive la filosofa Di Cesare, essere contro la guerra non è ingenuità né tradimento. Non è equidistanza dell’indifferenza. Rifiutare la guerra, come espresso dall’Assemblea Antimilitarista che ha organizzato manifestazioni a Milano il 2 aprile e a Torino il 9 aprile, è negare una legittimazione all’uso delle armi per difendere o acquisire risorse energetiche o minerarie, per consolidare ideali di patriottismo e nazionalismo, per sostenere il mercato delle armi e l’industria bellica, per l’installazione di nuove basi militari statunitensi e della Nato.

Un modello per la risoluzione delle dispute

In ballo non c’è solo la risoluzione della guerra russa in Ucraina. C’è anche l’adozione di un modello che serva a risolvere le dispute per prevenire ulteriori conflitti nel mondo. Qualcosa di simile a quello che sta avvenendo in Ucraina potrebbe succedere in svariati contesti, anche in altre zone dell’Europa in cui vi sono territori contesti tra più stati.

Non è possibile che non si sia ancora adottato un modello o uno strumento per la risoluzione di dispute prima ancora che diventino conflitti armati. Non possiamo più tollerare che i potenti scelgano l’utilizzo delle armi per i loro giochi di potere, per il controllo di territori e risorse. Decidono di fare la guerra, ma la guerra dobbiamo farla o subirla noi.

La guerra è un crimine

Oggi c’è bisogno di un movimento dal basso che si opponga alla guerra, chiunque la faccia. Che si opponga alla guerra e la consideri un crimine. Il solo fatto di cominciare una guerra deve essere considerato un crimine. Un crimine contro la popolazione attaccata per il numero di morti che causerà tra i civili e la distruzione delle città, un crimine contro la propria popolazione che viene coinvolta in un conflitto e che vede bruciare risorse economiche della comunità in armi piuttosto che in servizi e ricerca.

La guerra è un crimine e disertare è un diritto. Gli eroi della guerra sono coloro che rifiutano di imbracciare le armi, coloro che rifiutano di stare al gioco dei potenti e di credere alla retorica della difesa della patria. La guerra è un modo infantile di risolvere i problemi attraverso l’imposizione di decisioni attraverso la forza delle armi. Chi ha le armi migliori impone agli altri di cambiare forma di governo, l’allineamento internazionale, i confini degli stati e decide in che modo vadano gestite le risorse.

La guerra è una forma di imposizione violenta del proprio volere. Non è un caso che siano prevalentemente i partiti di destra, nazionalisti e fascisti a volere maggiori investimenti di risorse pubbliche nell’acquisto di armi. Alla guerra dobbiamo opporre forme di partecipazione popolare al potere.

Forme di potere partecipativo e comunitario

Abbiamo bisogno di un largo e forte movimento dal basso che impedisca ai potenti di litigare sul controllo di quelle regioni di confine degli stati in cui convivono popolazioni di diverse etnie, culture, religioni e lingue. La soluzione deve essere ricercata stabilendo che nelle regioni di confine vi sia una maggiore autonomia, forme di partecipazione assembleari, popolari e plurali al potere che siano rappresentative di tutte le espressioni culturali.

Nelle regioni contese vi deve essere una demilitarizzazione. L’assenza degli eserciti nazionali può essere sostituita da unità di difesa popolare sull’esempio delle forze curde che sono riuscite a sconfiggere le milizie dello Stato Islamico.

Meno spese militari, più spesa sociale

Dobbiamo impedire ai potenti di aumentare le spese militari. Maggiori risorse per l’acquisto di armi significa che ci saranno meno risorse per la sanità pubblica, per la scuola e l’educazione, per la ricerca scientifica, per le politiche a sostegno dei più deboli.

Non possiamo permettere che questo avvenga. Le risorse della comunità sono anche nostre, frutto del nostro lavoro e del nostro contributo. In questo periodo storico in cui sentiamo un maggiore bisogno di dotarci di una ricerca scientifica al servizio del bene comune, piuttosto che di interessi privati e speculazioni economiche, e di rafforzare il sistema sanitario per affrontare meglio eventuali altre epidemie non possiamo consumare risorse per il riarmo.

Ecologia sociale

Il militarismo ha quasi sempre lo scopo di difendere il controllo di risorse energetiche e minerarie nel mondo. Nel nostro caso, l’esercito italiano è presente in quei paesi in cui Eni effettua esplorazione ed estrazione di gas e petrolio. Queste spese militari non vanno nella direzione della transizione ecologica dal consumo di energie fossili ad una produzione di energia pulita e rinnovabile, ad un altro modello di economia e di sviluppo.

Europa antifascista

Dobbiamo impedire ai potenti di tollerare organizzazioni neofasciste e neonaziste in Europa. I neofascisti sono il braccio armato del potere quando c’è da fare il lavoro sporco. Così è stato in Italia durante la strategia della tensione con la strage di piazza Fontana a Milano, la strage di piazza della Loggia a Brescia e la strage della stazione di Bologna per la quale nei giorni scorsi, con l’ultimo processo, è stato condannato un altro attentatore fascista ex Nar.

Il fascismo e il nazismo sono un pericolo per i nostri paesi e lo sono in misura maggiore in quei paesi coinvolti nei conflitti in cui si fa più forte il sentimento nazionalista e patriottico. Alla fine di questa terribile guerra, con i fascisti e i nazisti europei dobbiamo fare i conti. Queste idee autoritarie, repressive, liberticide, suprematiste e razziste non possono avere agibilità politica. E non possono averla neanche i nazisti ucraini.

L’auspicio è che i movimenti antifascisti, i sindacati e le associazioni riescano a creare una grande mobilitazione che affermi il rifiuto della guerra e che riesca ad avviare percorsi politici collettivi.

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Fonte: Magozine.it