Novembre 16, 2021
Da Il Manifesto
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«Fare l’inventario», espressione secca e feroce usata da Luigi Meneghello, era un’esigenza tanto più avvertita alla fine di un conflitto dilacerante, quello esauritosi nel 1945, dopo sei anni di strazi e stermini. Poiché la Seconda guerra mondiale era stata non solo uno scontro di visioni ideologiche del mondo, tra di loro contrapposte, ma anche una lacerante guerra civile, tale poiché in grado di dividere al loro interno le collettività, mettendone tuttavia a nudo le contraddizioni di principio e i contrasti di interessi che le accompagnavano. In fondo, la guerra europea aveva rivelato che il «re è nudo»: al netto di falsi consociativismi, di inverosimili corporativismi, di sterili abbracci, il conflitto imponeva non solo di prendervi parte ma, soprattutto, di associarsi ad una parte. Quindi, di scegliere, mettendo tuttavia in gioco se stessi. La qual cosa aveva generato, tra i molti effetti, anche il tracollo del mortifero conformismo del quale il regime mussoliniano si era invece lungamente avvantaggiato.

UN CONFORMISMO di pensiero come elemento vischioso, capace di attrarre e neutralizzare le coscienze, seducendo prima e poi affermandosi come unico canone di lettura della realtà. In campo intellettuale, dove il calco del fascismo rischiava di rimanere maggiormente consolidato, avendo modellato schemi e modi di pensare riguardo ad importanti aspetti della quotidianità, gli effetti si misurarono sul piano di una lunga e complessa cesura. Soprattutto laddove quanti erano cresciuti all’ombra del littorio, dovettero invece confrontarsi repentinamente con la miseria che l’imperialismo fascista gli consegnava nei fatti, con un’impudicizia e una mancanza di umanità che interrogava alla radice il significato stesso di fare cultura per una collettività nazionale.

Nel solco di queste riflessioni, quattro quadri e un percorso di lettura accompagnano l’ultimo volume dello storico ed accademico Simon Levis Sullam, dedicato a I fantasmi del fascismo. La metamorfosi degli intellettuali italiani nel dopoguerra (Feltrinelli, pp. 232, euro 19). I quadri rimandano a Federico Chabod, a Piero Calamandrei, a Luigi Russo e ad Albero Moravia. Quattro figure tra loro diverse che ricoprono rispettivamente altrettanti campi del sapere: la storiografia, il diritto, la critica letteraria e la letteratura. Il tratto comune, che è poi il percorso di riflessione del volume, non è costituito solo dal loro antifascismo ma anche, e soprattutto, dalla transizione da un’irrisolta acquiescenza verso il regime a posizioni di netta differenziazione, fino alla completa rottura. Il tema di fondo è di «come alcuni intellettuali vissero le loro vite tra fascismo e postfascismo – delle loro transizioni e metamorfosi – e di come le riconfigurarono e raccontarono nel dopoguerra».

LEVIS SULLAM CI INVITA, nelle sue pagine, a non cedere alla facile categoria dell’opportunismo che, per dire tutto, nulla spiega. Soprattutto quand’essa non ci restituisce il senso della drammaticità di certe faglie storiche: chi è chiamato a pronunciarsi sul senso dell’esistente, ne è spesso soverchiato. La preveggenza non è esercizio dei contemporanei. Un conto è valutare il fascismo a distanza di tempo, un altro è il viverlo.

Maneggiando un volume di questo genere occorrono quindi alcune precisazioni. La prima di esse rimanda al riscontro che l’autore non intende in alcun modo esprimere un giudizio di valore ma, piuttosto, senza peraltro alcuna facile condiscendenza, esprimersi sul ruolo sociale della figura degli intellettuali. I quali «sono considerati in questo libro innanzitutto nella loro attitudine a schierarsi con l’ordine, ad esprimere posizioni conformistiche, a sostenere il potere e ad assumere e promuovere le tendenze della maggioranza». Non è un problema di persone ma di ruoli sociali.

LA SCELTA DI ALCUNE FIGURE strategiche dell’antifascismo, come tali passate attraverso gli anni del regime rielaborando, spesso con risorse proprie, i motivi della propria identità, è funzionale ad un discorso che evita le secche dicotomie ideologiche, preferendo semmai soffermarsi sui processi di maturazione delle coscienze. Il vero campo di tensione è quindi quello che intercorre tra potere e intelletto. Ovvero, nel merito delle seduzioni reciproche. Il potere abitualmente si conforta di coloro che ne cantano le virtù. L’intelletto, a sua volta, si gratifica dei riconoscimenti che possono derivare da «chi può», in ciò deflettendo non solo dalla sua ragione critica ma anche dalle sue più elementari funzioni di lettura della società. È come se l’uno e l’altro trovassero in questo scambio iniquo una delle ragioni fondamentali della propria persistenza.

LA POLITICA CULTURALE del fascismo si è a lungo alimentata, non a caso, di veri e propri coni di connivenza, di aree di contaminazione nelle quali, più che chiedere fideismo e adesione, si sollecitavano compromissioni o comunque acquiescenze. L’autore si interroga su come gli intellettuali che avrebbero poi rifiutato il fascismo si siano mossi prima di tutto verso se stessi, la propria immagine pubblica riflessa nei loro scritti, superando il fascismo di prima maniera attraverso complesse metabolizzazioni basate anche su rimozioni, sublimazioni, censure, idealizzazioni, finzioni, redenzioni e integrazioni.

TUTTE FORMULE tra loro spesso concomitanti, poiché la cosa più difficile che un uomo di pensiero possa fare sono i riscontri con il proprio stesso pensiero, arrivando ad una rendicontazione sobria ma impietosa.
Il secondo inciso sul libro di Levis Sullam ci allerta sul fatto che idealismo delle funzioni («tutti oppositori, mai esistita una cultura fascista») e realismo delle condotte («tutti allineati, magari in attesa di tempi migliori»), rispetto all’immagine pubblica degli intellettuali, costituiscono concretamente due facce della medesima medaglia. In sé fatta di metallo fallace. Come sussiste nella pubblica opinione, ad onta dei riscontri di fatto, la convinzione che esistano individui in qualche modo eletti dalle circostanze ad essere aedi della «verità», di cui ne sarebbero gli ultimi e più autentici depositari, c’è anche un atteggiamento, ispirato a falsa oggettività, per cui quegli stessi non potrebbero che essere i cantori dell’ipotesi per cui «tutto ciò che è reale è razionale». Nella visione, beninteso, non pensierosamente hegeliana ma puramente ispirata al panegirico del presente.

NEL PRIMO CASO, un’apologia dell’ingenuità si sostituisce a qualsiasi analisi critica, alimentando il fraintendimento che basti avere un’idea polemica per costruire un altro orizzonte rispetto a quello dominante. Nel secondo, invece, un pigro accomodamento all’esistente si trasforma nella cieca illusione che, posta l’inesistenza assoluta di alternative, l’unica via praticabile sarebbe quella di compiere l’elogio dell’esistente, che in sé raccoglierebbe e risolverebbe qualsiasi ipotesi sull’esistenza umana. Non è così: idealismo sentimentale e realismo acritico sono speculari, rappresentando l’annientamento dell’autonomia del pensiero.

La quale – invece – si afferma solo per vie tortuose, perlopiù attraverso errori e riscontri, tentativi e fallimenti. Rimane il fatto che la figura dell’intellettuale abbia una funzione sociale solo se essa sia declinata nel senso dell’analisi dei rapporti di forza esistenti. La funzione «critica» è quella di concorrere a rivelare l’occultamento di essi sotto una coltre di necessità, di inderogabilità e di inevitabilità. La determinazione del fascismo era, a tale riguardo, duplice, poiché da un lato cancellava la problematicità di un simile orizzonte e, dall’altro, rivelava una sorprendete e suadente capacità di autoassolversi. Raccogliendo quindi un buon consenso.

Un ulteriore passaggio del libro di Levis Sullam è quello che, ancora una volta, ci domanda di riflettere sulle generazioni di studiosi e sulle possibili discontinuità: il passaggio dal liberalismo al fascismo e poi alla democrazia, come ha inciso nella coscienza di sé e del proprio ruolo sociale tra gli intellettuali? Più ancora, è esistita per davvero la categoria dell’intellettuale, isolabile (e nel qual caso, come?) dalla società che è chiamato ad analizzare? Tali quesiti, declinati al passato, interrogano anche il nostro presente. Che è grigio, piuttosto che nero.




Fonte: Ilmanifesto.it