Ottobre 20, 2021
Da Il Manifesto
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Entrare nello studio di Giosetta Fioroni, in via San Francesco di Sales, a Roma, è come varcare la soglia di un altro mondo: dapprima sembra di essere in un teatro, due passi dopo ci si ritrova in un bosco, poi ancora in un piccolo e domestico salotto, e di nuovo davanti a un paesaggio notturno e fatato.
Giosetta Fioroni presiede a tutte le metamorfosi del luogo con la sua specialissima presenza, e con le dita macchiate di vernice indica ora qui, ora lì verso le pareti-fondale del suo mondo: lune, stelle, cuori, casette – da molti anni soggetti preferiti della sua pittura – compaiono a un suo gesto, da dietro una grossa tela; alberi e piccole scale stilizzate – che conducono chissà dove – fanno capolino da uno scaffale; sguardi di donna nostalgici o allusivi occhieggiano da dietro un pilastro; spaventose gigantografie ammoniscono dal fondo bianco di una parete: è Giosetta Fioroni stessa, travestita da strega, nella celebre performance fotografica L’Altra Ego (2012) co-firmata con Marco Delogu. Incanto e spavento, fiabe e incubi, memoria e invenzione del futuro: tutto coesiste nella mente e nella mano dell’artista, che abita il suo «Paradiso» – come ha spesso definito il suo studio – con grazia, mistero e malinconica ironia.

Quanto è importante per lei la meraviglia?
Moltissimo. Ha avuto un’importanza addirittura strategica nella mia vita. Tutto quello che ho imparato a fare si è distinto e organizzato attorno alla meraviglia. Miti, riti, magie mi hanno sempre affascinata, anzi catturata. Nel loro complesso, naturalmente, che comprende anche l’oscurità, lo spaesamento, la paura.

La meraviglia è innata, o ci si educa a provarla?
Sono stata fortunata: sono nata in una famiglia un po’ speciale da questo punto di vista. I miei genitori erano entrambi artisti, e io sono stata «educata», o se vogliamo dire esposta in maniera continuativa alla meraviglia. Mio padre, Mario Fioroni, era uno scultore. Ci sono delle foto di me bambina che lo guardo e tento di capire quello che fa Mia madre, invece, Francesca Barbanti, pittrice, costruiva per me incredibili teatrini e marionette con pezze e vecchi vestiti. Essere la spettatrice privilegiata di quei piccoli spettacoli m’incantava e al tempo stesso mi abituava a non capire, a stare in sospeso, in una posizione interrogativa.

Ha sempre voluto essere un’artista?
Mi sembra di sì, da sempre. Appena avevo una matita a portata di mano tutto si trasformava in forme e immagini. A dodici anni la consapevolezza fu più chiara: volevo fare il pittore.

Il pittore? Perché si definiva al maschile?
Mi sembrava più interessante. Pittrice non mi piaceva, anche da un punto di vista fonico. Ma so che adesso non va più bene dirlo, quindi propendo per «artista».

Lei ha iniziato la sua carriera nella seconda metà degli anni ’50, è stata l’unica donna della Scuola di Piazza del Popolo, insieme a Tano Festa, Franco Angeli, Mario Schifano. Forse non era molto facile, in quel periodo, essere una «pittrice»?
Non lo era. Ma sono andata sempre avanti per la mia strada. Una volta a Milano un collezionista importante aveva scelto di comperare i miei quadri, ma quando il gallerista gli rivelò che dietro alle opere c’era un’autrice fece marcia indietro e si rifiutò. «Non compro quadri di donne», disse, quasi indignato. Io ero lì, sentii tutto, volevo prenderlo a schiaffi, tirargli un calcio. Poi mi trattenni. Qualche anno dopo doveva aver cambiato idea, perché si fece vivo e comprò diverse mie opere…

Gliele avrà fatte pagare il doppio, si spera…
Ma no, m’interessava che le pagasse esattamente quanto valevano. Per quel che mi riguardava, avevo già vinto.

Non si definiva pittrice, eppure le donne – i loro volti, sguardi, figure – sono sempre state al centro della sua arte, a partire dagli Argenti degli anni ’60, fino alle carte più recenti, che nei prossimi giorni saranno in mostra alla galleria Fidia di Roma. Le donne, in fondo, l’hanno molto ispirata.
Indubbiamente. Sentivo che quei volti e quegli sguardi andavano raccontati, rappresentati. Era un modo di dare ascolto al mio mondo interno e al contempo di intercettare i cambiamenti della Storia, forse di illuminarle qualcuno. M’interessava il protagonismo delle donne, ma in particolare i loro sentimenti. La malinconia, il desiderio, la solitudine. Nel ’67 girai anche un piccolo film che intitolai La solitudine femminile. Stesso titolo di un mio quadro, un Argento con una figura femminile su uno sfondo bianco che guarda dritta di fronte a sé. L’argento, che è un non-colore, mi consentiva di indagare quei sentimenti da un punto di vista metafisico. Per questo dico sempre che i lavori di quegli anni hanno più in comune con Morandi che con Warhol.

In effetti, in molti l’hanno associata alla Pop Art americana.
Sì, e mi piace correggere un po’ il tiro. Warhol è stato un grande personaggio, ma la sua influenza su di me è stata decisamente marginale. Lui non toccava quasi mai le opere d’arte che produceva, non le toccava con le mani, intendo: questa era la sua trovata. La sua produzione era per lo più simpaticamente serigrafica. Una tecnica che può essere molto brillante, ma che a me non interessava, non in quei termini. Io ho sempre dipinto a mano le mie opere.

A proposito di influenze, lei invece assegna un ruolo fondamentale, nel suo percorso artistico, alla letteratura.
La letteratura e la poesia sono state al centro della mia immaginazione e ispirazione, da sempre. Fin dagli anni in cui studiavo all’Accademia di belle arti ed ebbi come maestro un grande artista, che era anche un grande poeta: Toti Scialoja. Quando lo conobbi stavo per lasciare, delusa dai professori e dall’ambiente. Poi incontrai lui, e la mia decisione di essere un’artista divenne definitiva.

Dopo qualche anno partì per la Francia…
Sì, poco prima avevo fatto un’emerita stravaganza: mi ero sposata con un giovane molto gentile, Ippolito Nievo – nome alquanto letterario – ma non lo amavo. Così lo lasciai e mi trasferii a Parigi. Lì lavorai per mesi in una piccola, gelida, soffitta offertami da Tristan Tzara – il fondatore del Dadaismo. Conobbi grandissimi artisti, furono anni molto stimolanti. Una sera mi ritrovai seduta a tavola con Samuel Beckett. C’era la neve, e Beckett portava i mocassini senza calze. Quando si accorse che fissavo preoccupata le sue caviglie arrossate dal freddo, mi guardò con un incantevole sorriso di sfida, come a dire: «Che roba, eh?».

E poi arrivò l’amore di tutta una vita, lo scrittore Goffredo Parise.
Lo amai in maniera forsennata. Ancora oggi lo sento molto presente. Il suo sguardo sul mondo, la sua curiosità – così vitale e impertinente –, la sua profonda inquietudine, ancora mi accompagnano. Era molto più inquieto di me. Forse sapeva che avrebbe vissuto una vita breve. Insieme a lui ho conosciuto scrittori e poeti con cui ho intrecciato rapporti di rara e speciale amicizia: Raffaele La Capria, Andrea Zanzotto, Guido Ceronetti. Alcuni sono ancora vivi, molti altri morti. Ma li ricordo tutti.

C’è qualche ricordo che le andrebbe di condividere?
Ricordo soprattutto i dettagli. I movimenti, le atmosfere. Del poeta Sandro Penna ricordo la vocina sottile, e quella casa-studio, sul Lungotevere, dove viveva circondato da medicinali, vecchi giornali, cartacce. Poi ti giravi e alla parete c’era appeso un de Pisis. Di Gadda ricordo i piedi: enormi. Di Pasolini che si chiudeva i jeans da disteso, perché erano stretti. Di Amelia Rosselli ricordo che una volta, al largo di Procida, si tuffò per recuperare un casco di banane che galleggiava, e che nessuno si sarebbe azzardato a toccare. Per lei quella macchia gialla nel blu fu irresistibile: si lanciò e ne mangiò più d’una. Io ero terrorizzata, ma lei da sotto la barca mi gridava: «Giosetta, Giosetta! Sono buonissime!».

«Ricordo» e «memoria» sono, insieme a «meraviglia» e «sentimento», le parole chiave della sua arte e della sua vita. Non è vero?
Proprio così. Ma è difficile parlare della memoria. Preferisco le immagini. Vede, qui – (indica due enormi pareti dello studio ricoperte da decine di foto, ndr) – ho costruito il mio personale «Muro della Memoria». Ci sono le foto di tutti gli amici, delle persone e dei cani che ho amato. Goffredo, Duddù, Cesare, Andrea, Erri, Emanuele, Nadia, Franco, Fiorenzo, Guido, Remy, e poi i cani adorati, Petote e Biri, e il piccolo Wilson…e tanti altri. Ogni giorno vengo qui a studio e dopo aver lavorato mi siedo sul divano, di fronte al Muro, e lo guardo a lungo. Con un po’ di tristezza, e un po’ di allegria.

SCHEDA

Venerdì 22 ottobre, dalle ore 18 alle 21, presso la storica galleria Fidia di Roma (via Angelo Brunetti 49), inaugurerà la mostra «Lo spazio della memoria», a cura di Gemma Gulisano. La rassegna presenta al pubblico romano la produzione più recente di Giosetta Fioroni, con l’intento di raccontare l’attuale e sempre intensa attività dell’artista, che il prossimo 24 dicembre festeggerà i suoi 89 anni. L’allestimento affianca a una selezione di opere eseguite nel corso dell’ultimo ventennio, una ricca documentazione fotografica, scatti «rubati» dallo studio romano in Trastevere, e numerose testimonianze di amici e artisti messe a disposizione dalla Fondazione Goffredo Parise e Giosetta Fioroni.




Fonte: Ilmanifesto.it