Settembre 4, 2021
Da Finimondo
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Leo Löwenthal



Secondo un’opinione ampiamente condivisa, il terrore fascista è stato solo un effimero episodio della storia moderna e per fortuna ora si trova alle nostre spalle. Non riesco a condividere tale parere. Ritengo piuttosto che il terrore sia profondamente radicato nella dinamica della civiltà moderna, in particolare nella moderna organizzazione economica. La riluttanza ad affrontare senza riserve questo fenomeno in tutte le sue implicazioni è già di per sé un sintomo subliminale del terrore. Indubbiamente per quanti vivono nel terrore è pressoché impossibile riflettere su di esso e ampliare la conoscenza dei suoi meccanismi. Ma questa spiegazione non basta certo a comprendere il sorprendente riserbo, se non addirittura la rassegnazione, messa in mostra dal mondo occidentale, pur così amante dei fatti, dinanzi al terrore totalitario. L’Occidente ha esitato davanti ai fatti del terrore fascista, sebbene fossero resi disponibili da fonti affidabili, finché questi non gli sono stati scaraventati addosso negli orrori senza veli di Buchenwald, Oswiecim, Belsen e Dachau. Esita oggi davanti ai fatti del terrore successivo alla fine della guerra militare. All’irrigidimento al servizio dell’autoconservazione, che regna nei paesi in preda al terrore, sembra fare riscontro, nel cosiddetto «mondo libero», una rimozione psichica di massa, una fuga inconscia davanti alla verità.


Essenzialmente, il moderno sistema del terrore comporta l’atomizzazione dell’individuo. Il pensiero delle conseguenze e degli effetti della tortura fisica inflitte ai corpi ci riempie di raccapriccio; non meno orribile è la loro minaccia per lo spirito. La disumanizzazione posta in atto dal terrore consiste anzitutto nella totale integrazione della popolazione in entità collettive che paralizzano ogni comunicazione tra gli esseri umani — nonostante, o piuttosto a causa dell’enorme apparato di comunicazione cui gli uomini vengono esposti. In condizioni di terrore il singolo individuo non è mai da solo, ed è sempre solo. Si irrigidisce e diventa insensibile, non solo nella relazione con il prossimo, ma anche nel rapporto con se stesso. La paura gli impedisce reazioni emotive e cognitive spontanee. L’atto stesso di pensare diventa una forma di stupidità; è pericoloso da morire. Sarebbe stupido non essere stupidi, e di conseguenza un’universale stupidità si diffonde come una malattia contagiosa tra la popolazione terrorizzata. Gli esseri umani cadono in uno stato di irrigidimento che equivale a una condizione di coma morale.


I tratti fondamentali del terrore sono a mio avviso i seguenti:



1. Immediatezza e onnipotenza. Una delle funzioni principali del terrore è di cancellare ogni legame razionale tra le decisioni del governo e il destino individuale. Gli arresti di massa tipici dello stadio iniziale del terrore totalitario — il gettare insieme nei campi di concentramento, per le più varie ragioni, uomini di differente origine, modo di pensare e religione — contribuisce all’eliminazione delle differenze e delle esigenze individuali di fronte all’apparato del potere. La qualità che distingue i condannati reclusi in prigione dal resto della popolazione non differenzia le vittime del terrore internate nei campi di concentramento da coloro che si trovano all’esterno. Il principio selettivo degli arresti di massa, che è apparentemente irrazionale, poggia su di un calcolo terroristico. La questione della colpa individuale è tanto irrilevante, quanto vana è la speranza di una punizione limitata nel tempo.


I prigionieri dei campi di concentramento sono di gran lunga più rappresentativi, per quanto attiene alla stima della composizione demografica, di quelli dei tradizionali istituti di pena. Ciò viene confermato anche dal fatto che non sottostanno alla sorveglianza di un piccolo gruppo di funzionari specializzati, bensì di determinate unità della polizia segreta che, al contempo, opprimono anche l’intera popolazione. Questa distruzione del nesso causale tra l’azione individuale e le conseguenze che ne possono derivare per il singolo è uno degli obiettivi principali del terrore moderno.



2. Collasso della continuità dell’esperienza. Con il collasso della razionalità legale e del suo chiaro significato per il destino individuale, quest’ultimo diventa opaco e perde la sua peculiare sensatezza. Il singolo non sa più che cosa deve attendersi; e ciò di cui ha già fatto esperienza smarrisce ogni valore per la sua persona e il suo futuro. Il normale ritmo delle fasi della vita dalla giovinezza alla vecchiaia — formazione, carriera, successo o fallimento — viene abolito. Le possibilità creative della fantasia, dell’immaginazione, della memoria, perdono il loro senso e infine si atrofizzano, perché non sono in grado di contribuire all’agognato mutamento delle condizioni di vita.


La trasformazione di un essere umano da individuo, il cui essere comporta la continuità dell’esperienza e della memoria, a nudo fascio di reazioni frammentate, palesa certo le sue conseguenze più profonde tra le vittime del terrore, detenute e inermi, che tra la popolazione «libera». La distinzione tuttavia è solo di grado. E se documentiamo la nostra teoria solo attraverso i resoconti provenienti dai lager, non si può affatto dimenticare che la popolazione sapeva degli arresti di massa e del terrore all’interno dei campi di concentramento. Vittime del terrore non furono quindi solo gli ebrei detenuti, i «sovversivi», i polacchi e così via, bensì, secondo le intenzioni, davvero tutti.
Kurt Bondy, uno psicologo tedesco che venne imprigionato per qualche tempo in un campo di concentramento, ha descritto in questi termini il collasso della memoria e dell’esperienza:
«L’elemento più demoralizzante è l’incertezza sulla durata dell’arresto… Si cerca di dimenticare. A poco a poco il passato si fa incerto e nebuloso, l’immagine di famiglia e amici sfocata… Sono queste le radici dell’assenza di speranza, dell’apatia, dell’indifferenza, della disperazione, della diffidenza e dell’egocentrismo» (“Problems of Internament Camps”, Journal of Abnormal and Social Psychology, XXXVIII, 1943)


La vita si trasforma in una successione di traumi attesi, evitati o subiti, e queste esperienze frammentate portano alla frammentazione dell’individuo. In una società terroristica, in cui tutto è pianificato con la massima cura, l’individuo ha come unico progetto di non averne alcuno. Diventa un semplice oggetto, un fascio di riflessi condizionati con cui reagisce agli innumerevoli shock che sono il frutto del calcolo e della manipolazione.



3. Crollo della personalità. In un sistema che riduce la vita a una catena di reazioni sconnesse a esperienze scioccanti, la comunicazione personale perde di significato. Al posto del Super-io — l’istanza della coscienza morale — subentra quello che chiamerei un «Hitler-io», in cui le limitazioni dell’agire dovute alla coscienza morale vengono sostituite da inibizioni e stimoli prodotti per mezzo di semplici reazioni e imitazioni meccaniche. Né il terrorizzato né il terrorista seguitano ad essere personalità nel senso tradizionale del termine. In ultima istanza sono mero materiale che si adatta alle situazioni create da un potere completamente separato da loro. Un prigioniero scampato ad Auschwitz racconta di come il sistema del lager «distrugge nelle vittime tutti i legami sociali e riduce la vita spirituale all’angosciato desiderio di allungare la propria sopravvivenza, foss’anche solo per un giorno o un’ora».
Bruno Bettelheim, involontario osservatore di due campi di concentramento, ha analizzato con precisione questo processo di distruzione che termina con la perdita degli impulsi più elementari. Ecco le sue parole:


«Per i nuovi reclusi il mondo esterno, che continuava a vivere come se nulla fosse accaduto, era composto da uomini che avevano conosciuto come amici e parenti. Ma di quest’odio per una presunta indifferenza vi era appena traccia tra i vecchi prigionieri. Sembrava che, insieme alla facoltà di amare chi una volta avevano avuto vicino, avessero perso anche la capacità di odiarlo… in generale erano diventati incapaci di nutrire dei sentimenti forti nei riguardi di chiunque». (“Individual and Mass Behavior in Extreme Situations”, Journal of Abnormal and Social Psychology, 1943)


Un’analoga riduzione della personalità a un fascio di riflessi condizionati è stata osservata anche nel personale addetto alla sorveglianza. Nel suo racconto Un anno a Treblinka, Yankel Wiernik descrive i manovali del terrore come automi che non conoscono compassione né rimorso, e svolgono i propri compiti non appena un superiore preme un pulsante. Bettelheim descrive con queste parole tale processo di disumanizzazione:


«Poiché erano stati educati in un mondo che aborriva la brutalità, provavano disagio per quel che facevano. Sembrava che avessero sviluppato un atteggiamento d’irrealtà nei confronti dei loro atti brutali. Ma dopo aver svolto per qualche tempo la funzione di sorveglianti nei Lager, si abituavano al loro comportamenti disumano — avevano sviluppato un “riflesso condizionato” che era diventato parte della loro vita “reale”».


Le testimonianze che questi automi della disumanità forniscono nel corso dei processi ai criminali di guerra che hanno luogo oggi in Germania sono sconvolgenti. Confessano i crimini più atroci senza dimostrare il benché minimo senso di colpa. Insistono nel giustificare il loro comportamento disumano come una forma di obbedienza a ordini superiori.



4. Lotta per la sopravvivenza. Il vecchio sistema culturale che dall’astratta metafisica filosofica si estendeva alle istituzioni religiose e pedagogiche, produceva un’ideologia della condotta razionale che contemplava il rispetto dei diritti, delle esigenze e dei bisogni degli altri quale condizione necessaria per la propria sopravvivenza. Nell’ambito di un sistema del terrore un tale comportamento sarebbe sinonimo di suicidio. Il terrorismo distrugge il nesso tra comportamento sociale e sopravvivenza, e pone l’individuo a confronto con la nuda forza della natura — cioè con una natura divenuta innaturale — nella figura dell’onnipotente apparato del terrore.
Scopo del terrore e dei suoi atti è di estorcere l’adattamento delle persone alla propria legge in misura così totale da far sì che anch’essi, in definitiva, riconoscano un unico obiettivo: quello dell’autoconservazione. Quanto più le persone, senza remore, hanno in mente soltanto la propria sopravvivenza, tanto più diventano marionette psicologiche di un sistema che non ha altro scopo che conservare se stesso al potere.


Gli ex-prigionieri dei campi di concentramento confermano questa regressione al nudo darwinismo sociale. Bondy racconta: «L’impulso all’autoconservazione, la paura, la fame e la sete spingevano la maggior parte dei prigionieri a una completa trasformazione della personalità… In molti casi scompariva ogni senso di responsabilità verso gli altri uomini, e al contempo anche ogni sentimento per la loro sorte comune. Alcuni prigionieri conducevano una lotta selvaggia, spietata e priva di speranza, per la propria sopravvivenza».



5. Metamorfosi in «materia prima». Tra le peggiori paure dei signori de terrore vi è quella che le loro vittime possano riacquistare la consapevolezza di appartenere a una società di esseri umani. Una vittoria completa del totalitarismo equivarrebbe a una totale perdita della coscienza storica degli uomini che, incapaci di qualsiasi riflessione, diventerebbero così semplice «materia prima». Hitler ha formulato in modo inequivocabile quest’idea:


«Una gioventù violenta, superba, impavida, crudele — questo io voglio. E la gioventù deve essere tutto questo. Deve saper sopportare il dolore. Non vi può essere in essa nulla di debole o tenero. Nei suoi occhi deve tornare il lampo della belva feroce, libera e maestosa. Forte e bella voglio io la mia gioventù.. Una gioventù atletica. Questa è la prima e la più importante di tutte le cose. Cancellerò così millenni di uomini addomesticati. Così avrò davanti a me il puro, nobile materiale della natura. Così potrò creare il nuovo». (Hermann Raüschning, Hitler mi ha detto, 1939)
Se tralasciamo gli aggettivi ornamentali, abbiamo qui a che fare con la classica formulazione degli intenti e degli scopi fascisti. Dopo essere stata nuovamente addomesticata, l’umanità diviene parte della pienezza della natura; e quindi materia prima che può essere sfruttata e utilizzata o annientata ed eliminata a seconda del bisogno. Il moderno sistema di terrore guarda gli uomini con gli occhi  del monopolista, che valuta la materia prima, o con quelli del becchino, che pensa a come eliminare resti umani ormai senza valore. Nei racconti che descrivono l’arrivo dei detenuti nei campi di concentramento dell’Europa orientale, questo atteggiamento viene illustrato perfettamente:


«Da una parte consegnavamo il nostro bagaglio; dall’altra dovevamo spogliarci e consegnare abiti e oggetti di valore. Nudi andavamo in un’altra baracca dove le teste e le barbe venivano tosate e disinfettate con il lisolo. Lasciando questa baracca ognuno di noi riceveva un numero… Con questo numero in mano venivamo spinti in una terza baracca in cui aveva luogo la registrazione. La “registrazione” consisteva nel fatto che il numero ci veniva tatuato sul lato sinistro del petto. Dopo che ciascuno aveva fornito le proprie generalità, venivamo portati in gruppi di cento in un interrato; quindi in un’altra baracca dove ricevevamo abiti a strisce da detenuti e scarpe di legno». (Die Judenausrottung in Polen. Augenzeugen-berichte, Dritte Serie, Ginevra, 1944)

L’analogia tra il modi in cui vengono trattati questi esseri umani e quello riservato alle merci nella stesura di un inventario è impressionante e persuasiva. In entrambi i casi si tratta di una procedura organizzata per determinati scopi, che prevede l’impiego di materiali più o meno idonei. Secondo i racconti dei testimoni oculari, la procedura di registrazione fu perfezionata al punto che veniva selezionata solo la merce umana realmente utile. Chi non riceveva un numero era merce di scarto e veniva annientato. E proprio come in ogni ufficio amministrativo pieno di impiegati, nessuno si assumeva la responsabilità di qualche errore. Accadeva così che se la merce veniva classificata erroneamente come «scarto», doveva comunque essere distrutta:


«Poiché i detenuti erano classificati in base al numero e non al nome, erano facilmente possibili errori dalle conseguenze agghiaccianti. Quando lo “scrivano del blocco” apponeva inavvertitamente l’annotazione “morto” a fianco di un numero che si riferiva a qualcuno che in realtà era ancora vivo — un errore che in una situazione di estrema mortalità poteva facilmente sfuggire — lo sbaglio veniva corretto uccidendo il portatore del numero».


Wiernik descrive così la riduzione dell’individuo all’irrilevanza di un potenziale cadavere:


«Era un continuo via vai, e morte senza fine. Imparai a considerare ogni uomo come una futura salma. Con i miei occhi valutavo il suo peso: chi lo avrebbe trasportato alla fossa? Quanto sarebbe stato maltrattato il necroforo nella sua fatica? Era orrendo, ma nondimeno vero. Chi avrebbe pensato che un essere umano in queste circostanze potesse di tanto in tanto sorridere e perfino scherzare?».


Questi sono duri dati di fatto, e autorizzano a sostenere che nell’ambito della logica del terrore l’uomo diventi nuda materia prima. E finanche la morte persegue uno scopo razionale e deve smettere di valorizzare del materiale umano divenuto superfluo:


«I tedeschi aggregavano in massa tutti gli ebrei della città — uomini, donne, bambini. Gli adulti venivano uccisi subito, i bambini, invece, passati alle truppe della Gioventù hitleriana per il tiro al bersaglio». (citato in News Bullettin, Representation of Polish Jewry, American Division, 1945)



6. Assimilazione ai persecutori. Un sistema di terrore raggiunge il suo apice quando la vittima non è più consapevole del baratro che esiste tra sé e i suoi carnefici. Nell’atmosfera disumana del totalitarismo, e come conseguenza del crollo della personalità, il meccanismo arcaico dell’imitazione guadagna il proscenio senza inibizione alcuna. Bettelheim descrive quest’ultimo stadio della regressione:


«L’ adattamento di un detenuto alla situazione del Lager raggiungeva il suo culmine quando la personalità del detenuto era stravolta al punto di appropriarsi dei valori della Gestapo…


I detenuti più vecchi  non lo facevano solo per quel che riguarda i comportamento aggressivi. Cercarono anche di procurarsi delle uniformi smesse… Ma questa identificazione si spingeva talmente in là che essi cercavano perfino di conformarsi ai divertimenti dei loro torturatori. Uno degli svaghi più amati dai sorveglianti era riuscire a scoprire chi poteva tollerare più a lungo le percosse senza difendersi o gridare. Questo gioco veniva imitato dai detenuti più vecchi, quasi non avessero ricevuto abbastanza sevizie. E si adeguavano al personale della Gestapo anche in materia di discriminazione razziale: la facevano propria, malgrado questo atteggiamento fosse completamente estraneo al loro originario sistema di valori».


Per qualunque sistema di potere non esiste un successo più grande dell’accettazione, da parte delle sue vittime impotenti, dei valori e dei comportamenti da esso postulati. Se riflettiamo sul fatto che la differenza degli effetti del terrore sulla popolazione all’interno e all’esterno del campo di concentramento era solo una differenza  di grado, e non di contenuto, abbiamo qui una prova impressionante della dimensione del cosiddetto «problema della rieducazione» in Europa centrale, una questione con cui le potenze vincitrici si vedono oggi confrontate.



Dopo queste riflessioni sull’atomizzazione dell’individuo, soltanto alcune considerazioni sulle conseguenze sociali di un regime di terrore.


Caratteristica di tale regime è che i suoi metodi e le sue pratiche crescano costantemente in efficacia, ampiezza e crudeltà. Il terrore si alimenta di ciò di cui vive — i suoi eccessi partoriscono il bisogno di orrori sempre più grandi. La repressione crescente porta le vittime a non immaginarsi più la fine del terrore; sperano solo in una sua attenuazione. La dinamica propria del terrore gli assicura perciò la sovranità. Le sue vittime perdono la capacità di immaginarsi un ordinamento della vita diverso. Cadono preda di un’assoluta dipendenza, materiale e spirituale. Diventano destinatarie di «assegnazioni» — dalle ricompense previste nell’ambito del programma «Kraft durch Freude» (Dalla gioia, la forza), fino alle assegnazioni d’acqua inquinata e di cibo avariato nei campi di concentramento. Con ciò si spiega, credo, l’atteggiamento di molti tedeschi verso l’esercito alleato. Si tratta di una catena di reazioni congelate. Boriosa riservatezza da un lato e servile sottomissione di fronte ai poteri militari dall’altro: il risultato di lunghi anni di lontananza da valori realmente vissuti e da una solidità interiore.


Un’ulteriore conseguenza è la ricaduta in una collettività infantile. La frammentazione attraverso il terrore ha condotto alla distruzione quasi totale delle vecchie istituzioni sociali. Uno degli esiti più gravi è che i tradizionali legami familiari sono stati minati. L’arbitrio premeditato di una gerarchia terroristica ha privato i genitori di qualsiasi influenza; la polizia di Stato educa i bambini a denunciarli; la gioventù viene completamente irreggimentata; la cosiddetta «pianificazione sociale» porta allo spostamento di grandi gruppi di popolazione senza alcun riguardo per i legami familiari — analogamente alle misure prese ai tempi del peggior commercio di schiavi. Tutti questi procedimenti hanno per immancabile conseguenza la distruzione delle relazioni esistenti e il rifiuto del calore e della sicurezza da parte dei giovani. Nasce così una coscienza collettiva sradicata e senza scrupoli, nella quale il concetto di famiglia viene sostituito dall’immagine di una comunità cinica, dura, distruttiva, incurante, spietata e colma di risentimento; una coscienza che corrisponde spaventosamente alla visione hitleriana di una «materia prima» addomesticata in modo estremamente brutale, e perciò brutale essa stessa.


I modelli di oppressione terroristica non si sono rivelati privi di conseguenze nemmeno sul comportamento dei gruppi e degli individui ormai liberati. Senza voler fare del moralismo sulla legittimità delle azioni di vendetta, simili atti, che in qualche misura mostrano i segni del comportamento verso il nemico di tipo terroristico, sono un pesante fardello […]. E quel che un membro della clandestinità polacca si immaginava come un «umano e ordinato» periodo di transizione dopo la liberazione dal giogo nazista, doveva assumere questo aspetto:


«Non appena i Tedeschi sono vinti, deve essere organizzato uno spietato terrore di massa. I Tedeschi “importati” devono essere sfollati con gli stessi metodi che consentirono il loro insediamento — con la forza e uno spietato sterminio».


Alla domanda sulle cause e sulle radici del terrore nella civiltà del moderna, vorrei rispondere con le seguenti riflessioni:


In conseguenza della tecnologia da lei stessa sviluppata, l’umanità è divenuta ampiamente superflua. Le macchine e i metodi di organizzazione moderni rendono possibile a un gruppo relativamente ristretto di manager, tecnici ed esperti d’ogni sorta, di mantenere in funzione l’intero apparato industriale. La nostra società ha raggiunto il livello della potenziale disoccupazione di massa; e l’occupazione di massa è in misura crescente il prodotto manipolato di un apparato statale che si sbarazza della forza-lavoro in esubero attraverso impieghi come l’esercito e le amministrazioni politiche pubbliche e semi-pubbliche, al fine di mantenerla da un lato in vita, dall’altro sotto controllo.


Ciò significa che un gran numero di lavoratori non ha più un rapporto creativo con il processo di lavoro. Vive in un vuoto sociale ed economico che diviene premessa del terrore. Ciò fa in certo qual modo da battistrada alla potenza delle forze totalitarie, e offre al contempo un oggetto alle sue tattiche. Per i signori totalitari il terrore è il macchinario istituzionalizzato per amministrare umanità in esubero e vita estraniata.


Anche certe tendenze culturali, che erano il risultato della crisi del liberalismo, forniscono un contributo al sorgere di questo terrore. Sotto l’influsso della produzione di massa gli uomini hanno imparato a vivere secondo esempi e modelli materiali e spirituali. Tendono all’accettazione acritica di un intero sistema di pensieri e comportamenti come se non riuscissero a opporre resistenza all’offerta di droghe ideologiche. Essere «progressista» significa così ipso facto essere anche per la democrazia, per il New Deal, per i neri, per gli ebrei, per l’Unione Sovietica e per molte altre cose; mentre essere «isolazionista» significa, o significava, essere contemporaneamente contro l’Inghilterra e contro la Russia, contro gli intellettuali, contro gli ebrei e parecchia altra gente.


Non si tratta tanto del fatto che gli uomini credano a questi stereotipi, quanto che essi stessi diventano appendici stereotipate di questo o quel monopolio culturale o politico. Ragione, coerenza, esperienza personale, hanno perso il loro significato. Si potrebbe dire, per esempio, che non esistono più dei veri antisemiti perché l’antisemitismo non è più una reazione a qualcosa di vissuto come specificamente ebraico, ma un modello di comportamento connesso a una specifica «etichetta» socioculturale. Nel mondo d’oggi, la perdita di esperienza genuina rende più difficile combattere e svelare gli stereotipi deformati e mendaci. Il monopolio culturale esercita una sorte di terrore psicologico al quale il singolo non si oppone. La discrepanza tra le tradizioni morali dell’individualismo e i crimini di massa del collettivismo moderno ha esiliato l’uomo moderno in una terra di nessuno della morale. Egli sembra ancora attenersi ai concetti morali della società borghese — come coscienza, onestà, rispetto per se stessi, dignità umana — ma i fondamenti sociali di questi concetti hanno cominciato a vacillare. La schiacciante dimensione del potere, della distruzione e dello sterminio nel mondo moderno fanno apparire gli scrupoli morali, i problemi ed i conflitti individuali, come se fossero striminziti ed irrilevanti.



Per citare un esempio radicale: la questione etica che viene trattata nell’Amleto, e che può essere considerata un classico documento del concetto di morale alla fine del Medioevo, è la questione se un «tempo uscito dai cardini» possa essere nuovamente «rimesso in sesto», qualora Amleto divenga giudice e carnefice dell’assassino di suo padre. Di fronte alla catastrofe fisica e morale del presente, il dilemma morale di Amleto sembra quasi risibile. L’uomo contemporaneo è più o meno consapevole del fatto che i suoi valori morali sono diventati ininfluenti, poiché nulla di materiale o spirituale dipende dalle sue decisioni. Si sente isolato e derubato di quella tradizione materiale e spirituale che nella società liberale rappresentava ancora il fondamento della sua esistenza. È perciò colmo di collera e di aggressività — è potenzialmente un paranoico. In queste condizioni è pronto ad accettare anche le ideologie più folli.
I fascisti hanno riconosciuto per primi il legame tra miseria materiale potenziale e impoverimento spirituale reale; e per primi hanno approfittato di questa conoscenza in modo razionale, sistematico e illimitato. Avevano riconosciuto che la repressione e il controllo della popolazione in eccesso era possibile solo se nei cervelli veniva marchiata a fuoco la consapevolezza della permanente minaccia fisica e spirituale, e se veniva sterminata l’intera struttura dei sistemi di riferimento tradizionali, morali ed emotivi, con cui gli uomini avevano cercato di superare catastrofi e traversie personali.
Lo stesso Hitler, così leggiamo in Rauschning, ha parlato della necessità del terrore e della crudeltà. Non avrebbe infatti tratto alcun piacere dai campi di concentramento e dalla polizia segreta; si trattava di necessità inevitabili:

«Senza la volontà di crudeltà non si ottiene nulla… Il dominio non si fonda sull’umanità, bensì, guardando la cosa dal punto di vista borghese, sul crimine. Il terrore è assolutamente indispensabile in ogni fondazione di un nuovo potere… Ma ancora più importante del terrore è la trasformazione sistematica del mondo concettuale e degli schemi emotivi della massa. Si devono assoggettare anche i pensieri e i sentimenti degli uomini». (Hermann Rauschning, op cit.)


Hegel ha detto una volta: «Felice l’istituzione che non ha alcuna storia». La nostra epoca di terrore è invece storia, e ne è uno dei capitoli più bui. Ma il sogno di libertà e felicità che il terrore intende distruggere, è ugualmente parte della storia. Solo attraverso una ragione che si volga, nella teoria e nella prassi, verso le radici e le conseguenze del fenomeno del terrore, l’umanità può sperare di sottrarsi al destino di tenebra e morte in cui si trova impigliata.


I sogni della civiltà occidentale possono ancora diventare realtà se l’umanità cessa di considerare gli esseri umani come merce in eccedenza o come nudo mezzo per raggiungere uno scopo. Se ciò non accade, l’onda del terrore potrebbe sommergere anche noi.
 

(1947)




Fonte: Finimondo.org