Dicembre 3, 2021
Da Il Manifesto
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In questi anni gli iraniani hanno avuto tanti motivi per scendere in strada a protestare: la mala gestione della cosa pubblica, la corruzione, il carovita, la repressione. Nella Repubblica islamica dell’Iran le manifestazioni di piazza non fanno però riferimento a quei movimenti di sinistra che contribuirono a rovesciare la monarchia: all’indomani della Rivoluzione del 1979 chi ne faceva parte fu imprigionato e condannato a morte, oppure costretto a lasciare il paese. «La sinistra fu privata dell’opportunità di condurre politica attiva nei primi degli anni Ottanta, in un periodo in cui era finalmente riuscita a stabilire un rapporto più profondo con la società dopo anni di repressione», osserva lo studioso Siavush Randjbar-Daemi, docente di Storia Moderna del Medio Oriente presso l’Università St Andrews, in Scozia. Cresciuto a Trieste, è autore del volume The Quest for Authority in Iran (IB Tauris, 2018). Si occupa della sinistra iraniana e dei movimenti laici tra l’inizio dei moti rivoluzionari nel 1977 e la fine della presidenza di Abolhassan Bani-Sadr nel 1981, nonché dei rapporti tra la sinistra italiana e l’Iran.

Che cosa resta di quella sinistra che contribuì a rovesciare la monarchia?
Molti movimenti, specialmente il partito comunista Tudeh e i vari rami dei Fadai, vantano tuttora migliaia di simpatizzanti e vecchi quadri in Iran e all’estero. Quelli all’interno del paese si radunano in maniera discreta ma non clandestina, vengono tollerati seppur con qualche difficoltà. Quelli all’esterno non hanno quasi mai effettuato la svolta della Bolognina, e quindi continuano a rivendicare piena continuità con i nomi e i miti del passato. L’interesse della società iraniana per la sinistra rimane assai viva. Decine di libri, spesso con censure e omissioni pesanti, vengono pubblicati ogni anno in Iran su vari aspetti della sinistra.

Un istituto di ricerca collegato agli apparati di sicurezza, il PSRI, ha dato alle stampe una dozzina di volumi corposi sulla storia dei principali movimenti di sinistra attingendo agli interrogatori della Savak, la polizia segreta dello scià, e del suo successore post-rivoluzionario. Iniziata circa quindici anni fa e tuttora in essere, questa iniziativa editoriale è volta a screditare una sinistra che rimane tuttora popolare all’interno del paese e affascina quella maggioranza della popolazione urbana nata dopo la fine delle attività della sinistra nei primi anni Ottanta.

Facciamo un passo indietro: com’era composta la sinistra iraniana poco prima della Rivoluzione del 1979?
Da un lato c’era la sinistra tradizionale rappresentata dal partito comunista Tudeh, filosovietico, che riuscì ad avere un ruolo di primo piano nell’arena politica dall’invasione anglo-sovietica del 1941 sino al golpe contro il premier Mossadegh dell’agosto 1953. Fino al 1979, il Tudeh fu in esilio in Germania Est e vantava sezioni importanti nell’Europa occidentale, anche in Italia. Di concerto con il PCI con cui mantenne un rapporto molto stretto, nel 1976 il Tudeh inaugurò una statua del suo eroe-martire Khosrow Ruzbeh a Fiano Romano, in una cerimonia in cui fu equiparato, da veterani del calibro di Umberto Terracini, ai partigiani italiani della Seconda guerra mondiale. A metà degli anni Sessanta, il Tudeh perse però il proprio ruolo egemone tra le generazioni radicali più giovani, quando si fece strada la tesi della lotta armata urbana contro il regime monarchico e quando il maoismo fece breccia tra i militanti del Tudeh in Occidente.

All’inizio degli anni Settanta entrarono in azione diversi gruppi militanti armati, tra cui i guerriglieri Fadai del Popolo: una sinistra scomposta, non allineata a Mosca o Pechino, bersaglio di una repressione senza sosta da parte della Savak. I quadri di tutte queste componenti della sinistra furono condannati a morte, finirono in carcere, oppure subirono intimidazioni all’estero da parte della Savak.

Quale ruolo ha avuto la sinistra nello scardinare la monarchia?
Per buona parte degli anni Settanta i Fadai e i loro rivali religiosi, i Mojaheddin del Popolo, furono l’unica spina nel fianco del regime monarchico. I loro membri e simpatizzanti affollarono le prigioni. La repressione fece sì che all’inizio dei moti rivoluzionari del 1978-79 i Fadai avessero meno di cinquanta membri a piede libero. Anche i Mojaheddin religiosi erano quasi tutti in carcere, mentre la dirigenza del Tudeh era interamente di stanza a Lipsia e a Berlino Est. Durante i cortei decisivi del novembre e dicembre 1978, i Fadai organizzarono una loro rappresentanza, ma fu sparuta e annacquata dalla massa dei sostenitori dell’Ayatollah Khomeini. Ciò nonostante, tra l’8 e il 10 febbraio 1979 i Fadai diedero vita alla prima manifestazione autonoma della sinistra dall’agosto 1953: presso l’Università di Teheran commemorarono l’attacco alla gendarmeria di Siyahkal che nel 1971 aveva dato avvio al loro movimento. Parteciparono decine di migliaia di persone, a testimonianza del sostanziale fallimento dei tentativi di annientamento dei Fadai da parte della Savak. Nei due giorni di proteste, i Fadai e altri membri della sinistra presero parte, dietro le barricate, alla spallata finale contro la monarchia ma si trattò di una presenza come tante in quel grande evento di massa.

Quali erano i personaggi di spicco delle diverse anime della sinistra iraniana?
Erano tanti, ognuno con la sua storia. Dopo il 1979 il segretario generale del Tudeh Nureddin Kianuri allineò il partito sulle posizioni di Khomeini. Il 13 dicembre 1979 il giornalista Maurizio Matteuzzi lo descrisse così sulle pagine del Manifesto: «Parlare con Nureddin Kianuri è un po’ come guardare quel celebre quadro di Pelizza da Volpedo che rappresenta il proletariato in marcia: il quadro è brutto ma commuove. Anche Kianuri dice cose da far rizzare i capelli, ma con un tale perverso candore che ti ispira simpatia». Tra le fila del Tudeh, oltre a Kianuri vi erano sua moglie (la pasionaria aristocratica Maryam Firouz), altre donne di spicco come Malekeh Mohammadi e Akhtar Kambakhsh, il teorico Ehsan Tabari e l’ufficiale Khosrow Ruzbeh.

Tra i Fadai, il principale teorico e ispiratore era il poliedrico Bijan Jazani: prima della fondazione del gruppo finì in carcere e lì scrisse diversi saggi importanti per poi essere assassinato dalla Savak nel 1976. Il capo leggendario delle operazioni armate dei Fadai era invece Hamid Ashraf, a lungo ricercato dalle autorità che lo uccisero nel 1976. Altri Fadai degli albori assassinati dalla Savak furono Massoud Ahmadzadeh e Amir-Parviz Pouyan, autori di opuscoli, pietre miliari nella fase iniziale del movimento. Vi furono pure movimenti di sinistra radicati nelle minoranze etniche del Paese, ad esempio il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano, che fu capeggiato da l carismatico Abdel- Rahman Ghassemlu, e i suoi cugini-rivali maoisti del Komala. Ambedue queste formazioni hanno tuttora sostegno all’interno delle comunità curde iraniane all’interno e all’estero.

Quali legami avevano i diversi gruppi con l’Unione Sovietica e con altri paesi?
La sinistra iraniana non rimase immune alle trasformazioni e ai tumulti del comunismo globale del Ventesimo secolo. Il partito comunista Tudeh fu fondato all’apice del culto mondiale dello stalinismo e sino al 1991 mantenne una linea fermamente ancorata all’Unione Sovietica. Questa presa di posizione comportò numerose scissioni, tra cui quella degli anni Quaranta pilotata da Khalil Maleki, che assunse una natura antisovietica e a tratti titoista, e quella maoista in seguito alla rottura tra Mosca e Pechino che diede vita a una folta comunità maoista iraniana. Fautori di un marxismo autonomo, i Fadai rimasero formalmente al di fuori dei blocchi comunisti. Ciò nonostante, la componente maggioritaria dei Fadai che negli anni Ottanta si alleò con il Tudeh sostenne ideologicamente l’Unione Sovietica che volgeva al tramonto.

Quali sono, oggi, i personaggi chiave?
Con il passare dei decenni la sinistra tradizionale ha perso molti dei personaggi che hanno partecipato alla Rivoluzione del 1979 e alla breve stagione pluralista che ne era seguita. Rimangono attive le vecchie sigle, tenute in vita da sparuti seguaci rimasti fedeli alla causa in Europa e negli Stati Uniti. Nel corso dell’ultimo decennio, con l’esplosione dei social media anche all’interno dell’Iran, questi personaggi sono riusciti a tornare ad essere attivi tra l’opinione pubblica iraniana. Oggi possiamo inoltre osservare la graduale salita alla ribalta di leader sindacali all’interno del paese, specialmente nella regione petrolifera sudoccidentale del Khuzestan: hanno pochi legami con la sinistra storica ma si battono per istanze talvolta simili. Si tratta di volti nuovi come Esmail Bakhshi, l’organizzatore principale dello sciopero della fabbrica Haft Tappeh nel Khuzestan. Una sinistra nuova, parente lontana di quella dei decenni precedenti, ma affine nel suo radicamento nelle lotte sindacali, nella sua estrazione operaia e nella sua estraneità rispetto alle fazioni interne alla Repubblica islamica.

Che peso aveva la componente femminile nella sinistra iraniana?
La sinistra iraniana ha sempre incluso nei suoi ranghi una importante componente femminile. Alcune tra le donne più importanti della vita pubblica iraniana, spesso di origini aristocratiche, hanno fatto parte del Tudeh sin dalla sua fondazione, e ne hanno influenzato l’andamento. Negli anni Quaranta e Cinquanta hanno pubblicato riviste interamente dedicate alla condizione femminile, come Bidari Ma (Il nostro risveglio) e Jahan-e Zanan (Il mondo delle donne), punti di rottura radicali rispetto alla misoginia dell’epoca. Anche i gruppi radicali armati formatisi tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta hanno avuto diverse donne in ruoli dirigenziali. Tra le donne Fadai possiamo far riferimento al nutrito gruppo di militanti che hanno perso la vita negli scontri con la Savak, sono state torturate in carcere e giustiziate. Pensiamo a Marziyeh Ahmadi Oskui, alle sorelle Ruhi Ahangaran e a Ashraf Dehghani. Quest’ultima fu tra le prime aderenti al movimento, nonché fautrice della prima scissione dopo la Rivoluzione del 1979, fondò un gruppo tuttora fedele al principio della lotta armata presentata da uno dei primi Fadai, Masoud Ahmadzadeh. Tra le altre donne protagoniste vi fu Roghiyeh Daneshgari: trascorse diversi anni nelle prigioni dello scià per poi diventare la più votata, con 150,000 preferenze, tra i candidati della sinistra nelle elezioni per il primo Parlamento post-rivoluzionario del 1980. Molte donne curde hanno inoltre fatto militanza, talvolta armata, tra le fila del Komala e del Partito Democratico.

E oggi, quale ruolo hanno le donne nei movimenti di sinistra in Iran?
Tra la nuova sinistra, emersa negli ultimi anni, si è fatta notare Sepideh Gholiyan, collaboratrice di Esmail Bakhshi che ha coraggiosamente difeso le istanze sindacali di Haft Tappeh. Attualmente Sepideh e si trova in carcere a causa del proprio attivismo.




Fonte: Ilmanifesto.it