Maggio 26, 2021
Da Umanita Nova
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Riceviamo e pubblichiamo un contributo di riflessione sulla questione israelo-palestinese. Sebbene non sia espressione di un punto di vista affine alla nostra sensibilitĂ  e al nostro patrimonio teorico, ci sembra che offra, comunque, alcuni spunti di interesse. 
La redazione web

La guerra infinita tra lo Stato di Israele e Hamas ù la dimostrazione tragica e inequivocabile della validità del principio fondante del libertarismo: il potere (qualunque tipo di potere) uccide. Nelle nostre società, “adagiate” nell’illusione di senso e successo che edonismo e consumismo alimentano in maniera scientifica e criminale, il potere uccide le libertà e i valori non conformi; in Palestina si concede il vezzo, spesso e volentieri, di uccidere colpevoli e innocenti, soldati e civili, “buoni” e “cattivi”. Uomini, comunque. E donne, e bambini, e anziani.

A pensarci bene, perchĂ© mai ci si dovrebbe meravigliare? In fondo, di che cosa stiamo ragionando? Da una parte, uno Stato il quale, per quanto “democratico” (il Lettore mi perdoni ma non riesco a utilizzare questo termine senza virgolette, riferendomi a “democrazie” fondate su mandati rappresentativi non imperativi), per quanto “in regola” nelle sue relazioni con gli organismi internazionali, per quanto rappresenti per l’Occidente devoto dei principii laical-razional-illuministici un faro di civiltĂ  nel marasma informe degli -ismi mediorientali (fondamentalismi, radicalismi, guerrasantismi, ecc.)
 uno Stato, dicevo, che, in fin dei conti, non puĂČ non essere quello che Ăš: uno Stato, appunto. Ontologicamente. E che cosa ci si puĂČ aspettare da uno Stato (qualunque Stato), se non che agisca come Stato? Oligarchicamente, impositivamente, con metodi violenti, secondo principii e interessi non negoziabili asserviti all’ideologia autoritaria e con l’obiettivo finale di qualunque organismo statuale: l’autoconservazione.

Dall’altra parte, un’organizzazione paramilitare (piĂč militare che “para”) le cui modalitĂ  operative nella lotta contro il nemico esterno e nel controllo del sostegno (forzato) dei propri concittadini sono basate su atti di violenza intollerabili e spregiudicati. A volte, perfino apparentemente incomprensibili, se si vuole escludere l’unica spiegazione plausibile: il ricorso alla spregevole tattica del “tanto peggio tanto meglio”.

Terzo attore, per lo piĂč inascoltato e invisibile (se non in occasione di ipocriti, melodrammatici scoop pseudo-giornalistici), letteralmente preso tra due fuochi (e non importa se “amici” o “nemici”): la gente comune. Gli uomini e le donne della Palestina, gli abitanti musulmani, quelli ebrei, quelli cristiani, coloro che sono semplicemente esseri umani, senza distinzioni nĂ© etichette, ai quali nessuno dei due feroci duellanti puĂČ (ne mai potrĂ , finchĂ© esisteranno) dare ciĂČ che loro veramente desiderano, potentemente e urgentemente, piĂč del cibo quotidiano, piĂč del benessere materialistico, piĂč della vita stessa: la pace e la libertĂ .

In queste condizioni, da che parte potrebbe schierarsi un libertario coerente e in tutta coscienza, se non con i libertari di tutti i paesi in conflitto sul pianeta e, nello specifico, con i libertari della Palestina? Territorio che pure, in un non lontano passato, aveva saputo ospitare esperienze di autogoverno di rara efficacia e suggestione: le comunità kibbutz. Villaggi arabi e kibbutzim sapevano bene come gestire e risolvere i loro problemi di confini e utilizzo delle risorse (prima di tutte, l’acqua): attraverso il dialogo, gli impegni reciproci, le comuni responsabilità. Certo, ogni tanto si verificavano delle baruffe, e talvolta qualcuno ne rimaneva vittima, ma l’interesse di entrambe le parti alla fine prevaleva sempre sugli istinti e le incomprensioni reciproche. L’interesse concreto, pratico, quello che si incarna nella vita quotidiana, non certo gli interessi ideologici, magari travestiti da dogmi religiosi non negoziabili, che infiammano da sempre gli Stati e i poteri egemonici di qualunque continente, etnia e confessione. E soprattutto l’interesse principale, generativo di tutti gli altri: l’interesse a vivere in pace, potendo liberamente perseguire la propria idea di felicità.

Su queste basi era possibile (sarebbe possibile?) immaginare una federazione israelo-palestinese formata da comunitĂ  arabe e kibbutzim, micro-regioni, cittĂ  metropolitane situate al di qua e al di lĂ  del Giordano, dal deserto del Neghev fino al monte Hermon. Pacifica, cooperante, plurietnica e pluriconfessionale? Altro che due Stati (sic!) e due popoli!

Libertari di tutto Eretz Yisrael, unitevi!

Patrizio

[email protected]

Per approfondimenti:

  • Tra gli “ismi” di Giora Manor, A-rivista anarchica, anno 24 nr. 214, dicembre 1994 – gennaio 1995 – http://www.arivista.org/?nr=214&pag=214_16.htm
  • Autogestione d’emergenza di Victor Garcia, A-rivista anarchica, anno 9 nr. 75, giugno 1979 – luglio 1979 – http://www.arivista.org/?nr=075&pag=75_07.htm
  • Viola Tesi, Kibbutz e utopia, Pontecorboli editore, 2018
  • Lorenzo Cremonesi, Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920), Giuntina, 2^ ed. 1995



Fonte: Umanitanova.org