Novembre 15, 2021
Da Il Manifesto
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Per Jan Groover (Plainfield, New Jersey 1943, Montpon-Ménestérol, Francia 2012) lo chef-scrittore Tommaso Melilli, che ha firmato il catalogo di Foto/Industria 2021 insieme al direttore artistico Francesco Zanot, ha scelto la ricetta della Tarte Tatin à la poire. Un’associazione la sua, che ci porta direttamente nella cucina dell’artista statunitense, in occasione della mostra Laboratory of Forms al Mambo di Bologna (fino al 2 gennaio 2022).

NEL CIRCUITO della V Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro (Food il titolo, visitabile fino al 28 novembre), organizzata da Fondazione Mast, questa mostra prodotta dal Musée de l’Elysée di Losanna e curata da Tatyana Franck, Émilie Delcambre Hirsch, Paul Frèches con Lorenzo Balbi e Francesco Zanot è la prima retrospettiva di Groover in Italia.
A partire dalla selezione di stampe dell’inizio degli anni Settanta, quando fotografava il passaggio delle automobili dal ciglio della strada e gli ambienti urbani, fino alle ultime fotografie digitali realizzate poco prima della morte, emerge la versatilità dell’artista nel riuscire a trasformare la percezione dell’immagine attraverso un processo creativo basato sull’intrinseca necessità della sperimentazione.

PRIMA ANCORA di dedicarsi alla fotografia, Groover studiò pittura al Pratt Institute di New York, tecnica che applicherà anche in ambito fotografico disegnando i set prima ancora di fotografarli nello studio tra le mura domestiche e, successivamente, in giardino. Usava il «Grande Formato» poggiando l’apparecchio sul cavalletto e alternando il colore – di cui è una delle pioniere – alle preziose stampe al platino palladio che consentono un’ampia gamma di passaggi di grigi.
In mostra è presente anche un nucleo di polaroid degli anni Settanta, alcune delle quali firmate, datate e numerate dalla stessa autrice, consapevole fin dagli esordi dell’importanza dell’archivio.
«Grazie a Paul Frèches, ho conosciuto l’opera di Jan Groover che era conservata nella casa di Montpon-Ménestérol dove si era trasferita nel 1991, insieme al marito Bruce Boice, lasciando all’improvviso gli Stati Uniti per via della politica di George Bush – ha spiegato Tatyana Franck, direttrice di Photo Elysée – È stato come scoprire un tesoro. Oltre alle opere, c’era lo studio e il suo laboratorio dove sviluppava e stampava da sé le sue fotografie. Essendo molto fragili, le abbiamo restaurate una ad una. Sono circa ventimila pezzi: dal 2017 appartengono al museo di Losanna, donati dal marito dell’artista».
Ispirata dal minimalismo, Groover espose per la prima volta nel 1974 nella storica Light Gallery di New York, cui seguirono importanti personali (da Sonnabend nel ’78 e nel 1987 al Moma di New York). Tra il 1977 e il ’79 sviluppò una delle sue serie più note – Kitchen Still life – che vede la cucina della sua casa newyorkese trasformarsi in un’officina creativa. Nella monotonia rituale di una quotidianità scandita dalle abitudini, oggetti come forchette, coltelli, tostapane, piatti, bicchieri, ciotole così come gli alimenti (frutta e verdura, pesci), le conchiglie e le piante riflettono bagliori di luce propria in cui la bellezza è emancipata da qualsiasi riferimento alla funzionalità.

LA STRUTTURA COMPOSITIVA delle sue nature morte rimanda alla tradizione pittorica del passato, in particolare nell’interpretazione delle avanguardie storiche del Novecento (al Mambo c’è anche un omaggio a Giorgio Morandi) nonché alla tradizione fotografica (Edward Weston). Nella serie Table Top Still Life (il libro è stato pubblicato da Smithsonian Institution Press nel 1990) i soggetti sembrano addirittura fluttuare nello spazio.
«Queste fotografie sono delle meravigliose capsule del tempo – ha continuato Frèches – Molte stampe sono a contatto, perciò la dimensione dell’immagine è la stessa del negativo. Alcune vengono concepite in dittico, trittico o polittico. Per Jan Groover non è importante il soggetto in sé ma il progetto di composizione. L’idea dei piccoli oggetti è anche associata a un processo ludico. Bisogna pensare che negli anni Settanta contava solo il fotogiornalismo: si doveva lottare per far accettare la fotografia come forma d’arte. Fin dall’inizio, Groover prese le distanze da quel linguaggio e preferì giocare con la fotografia».




Fonte: Ilmanifesto.it