Gennaio 15, 2022
Da Il Manifesto
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Quasi sconosciuto in Europa, il nome di Andrew Haswell Green oggi è pressoché dimenticato anche negli Stati Uniti dove, invece, fu una presenza importante nel secondo Ottocento: a lui si devono, infatti, la costruzione, a New York, di fondamentali spazi pubblici come il Central Park, la Public Library, il Metropolitan Museum, il Museo di Storia Naturale, lo zoo del Bronx, nonché la decisione, al tempo definita «il Grande Errore del 1898», di unire Manhattan con Brooklyn e il Queens, creando così la metropoli che oggi conosciamo. E tuttavia, in nessuno dei boroughs metropolitani si può trovare un monumento alla sua memoria, una statua o un suo ritratto esposto al pubblico: soltanto una panchina di marmo in un angolo nascosto del Central Park lo ricorda come «il Padre della Greater New York». Proprio allo scopo di indagare questo oblio, Jonathan Lee, nel suo romanzo Il grande errore (traduzione di Sara Reggiani, BigSur, pp. 340, € 18,00) parte dalla morte violenta di Green, freddato da cinque colpi di pistola sulla porta di casa, a ottantatré anni, nel 1903: un omicidio apparentemente inspiegabile, essendo Andrew Haswell Green conosciuto per la sua riservatezza e scarsità – per non dire assenza – di interazione con i suoi simili.

Esordi di una biografia
Appoggiandosi a una ricerca capillare compiuta su documenti d’epoca (soprattutto quotidiani e tabloid del tempo) e sui diari e le lettere di Green, Lee ricostruisce, da un lato, le fasi dell’indagine relativa all’omicidio, fino al suo sorprendete risultato e, dall’altro, la vita dell’urbanista, con particolare attenzione agli anni formativi dell’adolescenza e della prima giovinezza, trascorse in ambienti tutt’altro che favorevoli allo sviluppo intellettuale.
Orfano di madre, cresciuto con i dieci fratelli nell’arida fattoria di famiglia, dove il padre, un avvocato anaffettivo e semi-alcolizzato, caduto in disgrazia prima della sua nascita, non mancava occasione per stigmatizzare i suoi atteggiamenti poco virili, a quindici anni Green si trovò a doversi guadagnare da vivere lontano da casa, a New York, in una situazione che sembrava rimandare a quelle dei suoi coetanei d’Oltreoceano, negli stessi anni dei romanzi di Dickens.

Camminare e leggere erano i suoi unici svaghi, purtroppo entrambi proibitivi per le sue magre entrate: nella metropoli d’inizio Ottocento, le poche aree verdi erano giardini privati, cui si accedeva dietro pagamento di esosi biglietti, e le uniche biblioteche erano proprietà di circoli esclusivi. Se la iniziale ambizione del giovane Green era diventare un gentleman per potersi permettere questi lussi, una volta guadagnato, grazie a un anno di lavoro in una piantagione di Trinidad, abbastanza denaro per poter riprendere gli studi, il suo scopo divenne agire per il bene comune, mettendo il verde e la cultura alla portata di tutta la popolazione.

Tuttavia, alla fase della vita di Green che coincide con la realizzazione delle sue grandi opere, Jonathan Lee non dedica molto spazio: ciò che gli interessa è piuttosto suggerire come da esperienze di solitudine e reclusione siano venuti fuori alcuni tra i più notevoli spazi pubblici contemporanei. Tutto il romanzo gioca su questa contrapposizione tra dimensione pubblica e privata, tra la ritrosia di Green e la sua ideazione di luoghi destinati all’incontro: un’attitudine sintetizzata nel proposito di «chiudersi in sé stesso per aprirsi alla città». Il grande errore è il ritratto attento e partecipe di un uomo che per tutta la vita «si era battuto instancabilmente contro l’isolamento rimanendo isolato», di una città in rapida e crescente evoluzione e di un’epoca: se nella descrizione del giovane Green si possono avvertire echi di quelle che, autoironicamente, nel romanzo sono definite «sciocchezze dal sapore dickensiano», man mano che la narrazione procede verso la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, è piuttosto l’influsso della grande narrativa americana a cavallo tra i due secoli a farsi sentire.

Come certi personaggi di Edith Wharton o Henry James rinunciano a una vita pienamente vissuta per mantenere un’apparenza socialmente rispettabile, così Green, seguendo la massima paterna secondo cui «il contegno è il segreto di una vita dignitosa», anche al culmine del successo, continua a sentirsi un «impostore» tra i maggiorenti della città e, per impersonare il ruolo di «uomo che porta a casa il risultato» decretatogli dall’opinione pubblica, sacrifica sull’altare della buona reputazione la possibilità di vivere appieno la sua «amicizia speciale» con il governatore di New York e futuro candidato alla presidenza, Samuel Tilden.

L’ispettore McCulsky, incaricato delle indagini sull’omicidio di Green, deve infrangere la segretezza che ne ha caratterizzato l’esistenza, facendo al contempo attenzione a non suscitare uno scandalo che possa coinvolgere qualche notabile. Fin dall’inizio, infatti, desta scalpore che un personaggio pubblico di chiara fama come l’ottuagenario urbanista sia stato ucciso da un uomo di colore di bassa estrazione sociale; ma l’evento criminale assume sfumature addirittura scabrose quando sulla scena appare una maitresse d’alto bordo, di cui sembrerebbe impossibile giustificare il coinvolgimento nella vicenda, considerata l’età della vittima e il suo risaputo disinteresse per l’universo femminile.

All’esistenza di Green improntata al riserbo fa riscontro il clamore della sua morte; alla sua voce pacata, che Lee mutua abilmente dai suoi scritti, a volte citati in corsivo direttamente dall’originale, si oppone il chiasso dei giornali, incapaci persino di accordarsi sul clima nel giorno dell’omicidio. Il racconto procede alternando l’inchiesta di polizia alle vicende biografiche, secondo una progressione non cronologica, ma per unità di senso: ogni capitolo reca il nome di una delle porte del Central Park, da Green dedicate alle attività della gente comune, e riflette nel contenuto motivi, spunti o elementi riconducibili all’occupazione cui la porta è intitolata.

L’amore e un addetto stampa
Procedendo per sottrazione piuttosto che per accumulo, Lee racconta, in una prosa lirica che a volte rasenta l’aforisma, un’esistenza incompiuta, che il «grande errore» di reprimere i sentimenti, rimandando la vita a un domani destinato a non arrivare mai, condanna al silenzio e all’oblio. «Parchi. Ponti. Grandi istituzioni. Arte. Erano quelle le uniche forme d’immortalità che Andrew fosse mai riuscito a concepire nella sua vita adulta. E tuttavia … gli venne da pensare, brevemente, inutilmente e tardivamente, con l’astrattezza leggera delle previsioni del tempo, che tutte quelle opere pubbliche non valessero nulla in confronto a un amico che ti teneva la mano in punto di morte. L’amore. Era quella l’unica via per non precipitare nell’oblio. L’amore, e un buon addetto stampa», conclude Jonathan Lee. Proprio nella capacità di mantenere un costante equilibrio tra ironia e malinconia, documentazione storica e finzione, consiste l’attrattiva di Il grande errore, che al tempo stesso esibisce uno scavo psicologico di rara empatia, e una buona dose di britannico understatement.




Fonte: Ilmanifesto.it