Ottobre 30, 2021
Da Il Manifesto
109 visualizzazioni


Troppo spesso pensiamo al postmoderno come un retaggio del passato – una sensibilità artistica lievitata tra gli anni Cinquanta e i Settanta del Novecento, che ha ormai esaurito ogni spinta propulsiva, implosa o riassorbita dal sistema che era nata per contestare. L’imminenza di un cambio di paradigma si avvertiva già nel 1991, quando in occasione del First Stuttgart Seminar in Cultural Studies, intitolato significativamente The End of Postmodernism: New Directions, fu lo stesso John Barth – uno dei maestri della letteratura postmodernista statunitense – a proporre ironicamente come data di morte del postmoderno l’anno 2000.

Quasi a confermare la sua previsione, gli attentati terroristici del 2001 hanno reso definitivamente obsolete le provocazioni parodistiche e i giochi metaletterari della letteratura postmoderna, favorendo un boom della nonfiction e riaccendendo l’interesse per forme narrative di tipo realistico. Ciò nonostante, per dare rappresentanza al contesto disegnato dalla meccanica quantistica e dalla matematica del caos, sempre meno «realistico», oggi più che in passato abbiamo bisogno della finzione, e soprattutto di un linguaggio narrativo in grado di far fronte all’estrema complessità dell’universo probabilistico e indecifrabile in cui viviamo.

Forse proprio per questo il romanzo enciclopedico di stampo postmoderno continua a esercitare il suo fascino sulle nuove generazioni, come testimonia in Italia la riedizione, intrapresa negli ultimi anni da Einaudi, delle opere di un decano del genere come Thomas Pynchon, o la recente valorizzazione della narrativa massimalista di autori come Coover, Danielewski, Vollmann. In questa traccia, la pubblicazione dal Saggiatore del poderoso romanzo di Joseph McElroy, Donne e uomini (traduzione di Andrew Tanzi, pp.1982, € 39,00) ha uno slancio eroico di altri tempi.

Di culto tra i collezionisti
Uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel 1987, il sesto libro dello scrittore newyorkese è a tutt’oggi tra i più lunghi e complessi mai scritti in inglese ed è diventato oggetto di culto tra collezionisti e appassionati. Di McElroy in Italia era già uscito il visionario Plus – la storia datata 1977 di un cervello separato dal proprio corpo e collegato a una capsula spaziale (pubblicato nel 1991 da Sugarco e ristampato da Bollati Boringhieri, che nel 2003 ha tradotto anche una sua raccolta di saggi intitolata Exponential). Ora però siamo di fronte a un opera-cosmo di quasi duemila pagine, che l’influente studioso del postmodernismo Brian McHale ha descritto come «una summa della letteratura moderna».

Per quanto riguarda la sua struttura, infatti, Donne e uomini ripercorre in modo sincronico la storia del romanzo occidentale attraverso una ingegnosa stratificazione del testo narrativo che rende necessaria una lettura «geologica» o «archeologica»: a un sostrato realistico in stile ottocentesco, zeppo di personaggi, dettagli e situazioni quasi dickensiane, si sovrappone una sperimentazione linguistica basata su tecniche narrative tipicamente moderniste.

Più che con L’arcobaleno della gravità di Pynchon, il romanzo di McElroy ha qualche affinità con le opere di Faulkner e con la trilogia beckettiana: il flusso di coscienza dei personaggi si dispiega infatti attraverso un discorso indiretto libero quanto mai denso e polifonico, che procede tramite associazioni di idee, catene metonimiche di significato e continue analessi e prolessi. Il risultato è una sovrabbondanza di voci e punti di vista intra ed extra-diegetici che rendono la lettura tanto affascinante quanto opaca.

A sua volta, questa costruzione modernista serve come base per una riflessione ontologica sulla natura della realtà e dello spazio-tempo, nonché sui processi di costruzione e ricezione dello stesso romanzo. Lo stesso McElroy ha fornito una chiave di lettura del suo libro, invitando a concentrarsi sull’immagine di «un uomo e una donna posti l’uno di fronte all’altra ma non sulla stessa linea, come se si trovassero su linee parallele, ognuno intento a guardare al di là dell’altro».
Donne e uomini è, infatti, una elaborata riflessione sulla molteplicità di rapporti, spesso contraddittori e ambivalenti, che si instaurano tra persone di sesso differente. In apertura, una donna che si accinge a partorire riflette sull’impossibilità di condividere quell’esperienza con il marito, che pure è lì con lei e si sforza di rendersi partecipe.

Varietà di contatti
«Se pensiamo all’uomo e alla donna come due frecce che puntano l’una verso l’altra ma su binari separati – ha avuto modo di dire l’autore – e ruotiamo una oppure entrambe le frecce in modi diversi, otteniamo in astratto tutte le possibili varietà di contatto, comunicazione, comprensione». I due protagonisti – James Mayn e Grace Kimball, lui giornalista scientifico intento a indagare su operazioni illecite e presunti complotti internazionali, lei attivista femminista che organizza seminari per persone di entrambi i sessi desiderose di approfondire il rapporto con il proprio corpo (e con quello degli altri) – funzionano da poli di aggregazione per tutte le altre coppie del romanzo. Pur vivendo nello stesso palazzo a New York, però, i due non si incontrano mai e a volte sembrano abitare due universi separati: a un certo punto l’uomo arriva a suonare il campanello dell’appartamento della donna, ma se ne va prima di ricevere una risposta.

Ogni personaggio è legato a tutti gli altri da rapporti di vicinato, di parentela, di lavoro, di amicizia o di natura sessuale, ma il più delle volte questi collegamenti sfuggono al lettore, perso nella fittissima rete di contatti, relazioni e situazioni che costituiscono la trama del romanzo. Ben presto, però, emergono alcuni pattern ricorrenti, tanto che il libro può essere paragonato a un frattale, quell’ente geometrico dalla forma frastagliata e apparentemente caotica che tuttavia è «autosomigliante», perché se osservato a scale differenti mantiene sempre la stessa struttura.

È stato ancora l’autore a menzionare in un’intervista rilasciata a Tom LeClair «lo shock rigenerante e il piacere» che derivano dalla «composizione dei pezzi che si formano e si riformano come parti di un tutto in cui le singole parti non trovano collocazione senza dipendere dalle altre che non trovano collocazione senza dipendere… eccetera – fino a Giove – e ritorno».

La descrizione è più letterale di quanto possa sembrare: dall’edificio dove abitano i protagonisti si allargano infatti cerchi concentrici spaziotemporali che partendo dalla New York degli anni Settanta – il presente del romanzo – abbracciano l’intero continente americano e finanche il cosmo in epoche diverse, dal Messico del 1846-48 a una futura colonia extraterrestre che riaffiora inesplicabilmente nei ricordi di James.

In particolare, il protagonista è ossessionato dall’immagine di diverse coppie in procinto di essere teletrasportate su «una colonia spaziale Terra-Luna», ma che una volta arrivate a destinazione si ricompongono in una persona sola.
James torna spesso a riflettere su quella che costituisce, alla fin fine, l’ennesima variazione sul tema centrale del romanzo, chiedendosi se all’arrivo «ogni persona nuova sarebbe stata ancor più il complesso delle sue parti» o se l’intero processo non sia altro che una futura rivisitazione della «vecchia favola dell’unione amorosa», improntata solipsisticamente a «una nuova e ignota condizione del singolo» – quasi un’inversione del parto, che invece di moltiplicare la specie la riduce.

Se si considera la trama nel suo complesso, il genere letterario che affiora con più insistenza è la detective story. Il lettore e i personaggi sono chiamati a confrontarsi con alcuni misteri, spesso legati ad avvenimenti rimossi o ricordati in modo confuso, di cui vengono fornite versioni contrastanti: la madre adultera di James è morta suicida o è stata vittima di un incidente? Esiste davvero una cospirazione per liberare un prigioniero politico cubano anticastrista e infiltrarlo nei servizi segreti cileni? E che dire dell’autenticità di una versione comica dell’Amleto shakespeariano il cui libretto, abbozzato da Verdi, sarebbe finito negli Stati Uniti?

Nessuno possiede una visione completa, tantomeno il misterioso narratore, che in alcuni capitoli formula domande su dettagli cruciali della trama in prima persona plurale. Una indicazione sulla natura della voce narrante è data dalla presenza nei titoli di alcuni capitoli del termine «breathers», tradotto in italiano come «respiri» e «vagiti». In inglese, però, la parola indica anche i momenti in cui si riprende fiato dopo un lavoro particolarmente faticoso: capitoli (o episodi) che interrompono la trama principale. In questi «intercapitoli», spesso ben più lunghi degli altri, il narratore adotta la voce collettiva di una schiera di angeli estranei all’universo del romanzo, intenti ad afferrare i meccanismi che regolano le vite dei personaggi, forse desiderosi di diventare loro stessi umani.

Oltre a rappresentare metaforicamente la sistematica violazione dei confini ontologici tra testo ed extratesto, questi postmoderni angeli «interrogatori» danno voce alle coscienze dei vari personaggi e finiscono per simulare la mente del lettore alle prese con la trama del libro. «Hai mai l’impressione», chiede la compagna di James, «che facciamo parte di una vita grande che non sa granché di noi ma – ci legge? E che è meglio così che averla più consapevole di noi?». Esattamente questa stessa sensazione di trovarsi sempre un passo indietro all’autore/narratore, il quale, a sua volta, sembra ugualmente inseguire ogni frase alla caccia di indizi per comprenderne l’oscuro significato, è la sensazione provata da chi legge Donne e uomini.

Forse, piuttosto che cercare ossessivamente di «decodificare» il romanzo, di dipanarne la trama per arrivare a una «soluzione», conviene lasciarsi trasportare dalla prosa fluida di McElroy per le strade di New York e attraverso i meandri di «questo universo di superfici e i concomitanti attriti di superficie». Solo così arriveremo forse a percepire qualche eco della musica dissonante del cosmo.




Fonte: Ilmanifesto.it