Dicembre 22, 2021
Da Infoaut
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Condividiamo di seguito un articolo di Marco Revelli da Volere la luna a commento delle motivazioni della sentenza contro Mimmo Lucano. Ne emerge l’ennesima operazione politica della magistratura ad uso e consumo dei media con l’obbiettivo di screditare il progetto di Riace ed evitare che si riproduca. L’evoluzione di questo caso comunque deve portare alla riflessione anche quelle aree della sinistra genuina che continuano a ritenere che possa esistere ad oggi uno spazio di mediazione e “riforma” dello Stato dal basso, senza l’emersione di movimenti sociali e rapporti di forza. Ciò che risulta più straniante in effetti di questa vicenda è che ad oggi la risposta politica e sociale di chi muove solidarietà con Lucano e l’esperienza di Riace è piuttosto debole e limitata, nonostante la portata dell’operazione giudiziaria. Riportiamo in calce anche alcune annotazioni di ADIF sulla vicenda.

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Non ho mai condiviso il luogo comune secondo cui le sentenze non si commentano né si giudicano, almeno fino a che non se ne leggono le motivazioni. Ci sono sentenze che gridano vendetta al cospetto di dio fin dal dispositivo. Quella finale che ha chiuso il processo per la strage di piazza Fontana senza nessun colpevole, per esempio. O quella sulla strage ferroviaria di Viareggio. O ancora quella sull’eccidio infinito dell’Eternit di Casale. La sentenza del tribunale di Locri contro Mimmo Lucano e il suo “modello Riace” aveva già fatto inorridire molti di noi al momento del giudizio (condanne doppie rispetto alle richieste dello stesso Pubblico ministero). Ora, lette le motivazioni (904 pagine), la sensazione di trovarsi di fronte a uno scandalo giudiziario è rafforzata. Non solo un’ingiustizia, ma un capovolgimento kafkiano della realtà: della stessa realtà documentata negli atti processuali ampiamente riprodotti, come se i fatti, nel loro passaggio attraverso il labirinto mentale del giudice, mutassero senso e natura, in una metamorfosi mostruosa che rende i protagonisti irriconoscibili per chiunque li abbia conosciuti, da vicino o da lontano.

Così il grande sogno di fare di questo piccolo borgo semiabbandonato della Locride un luogo dell’accoglienza dei migranti e insieme di recupero del territorio (la trasformazione del migrante da problema in risorsa territoriale: questa l’idea geniale che stava dietro quel “modello”) si rovescia, nella rappresentazione giudiziaria, in sordido esempio di “logica predatoria” in cui il denaro pubblico e i progetti ministeriali d’integrazione figurano come meri strumenti “asserviti agli appetiti di natura personale, spesso declinati in chiave politica”, di un sindaco criminale. Chiunque sia stato anche solo qualche giorno a Riace, e abbia visto quella comunità (ora distrutta) farsi giorno per giorno, e la vita ritornare tra le antiche pietre, sa quanto “pulito” fosse quel progetto. Evidentemente chi ha in mente solo la sporcizia della vita, vede tutto sotto questa forma. E infatti i soliti giornali della peggior destra si sono riconosciuti immediatamente in quell’aberrazione giudiziaria, facendola propria. “Libero”, quello che a suo tempo aveva sparato in prima sui migranti che “Dopo la miseria portano malattie” ora titola: “La sentenza che inchioda Lucano e la sinistra”. Gli fa eco il “Tempo” – che i migranti li butterebbe a mare – con “Lucano derubava i migranti”. Spiace che al coro truculento si accodi anche Marco Travaglio con un tombale “Accusati di essere troppo cattivi con Mimmo Lucano, dalle motivazioni della sua condanna scopriamo di essere stati troppo buoni”.

Lucano – a differenza di molti difesi da “Libero” e dal “Tempo” e fustigati da Travaglio – non si è messo nemmeno un centesimo in tasca. Lo scrive lo stesso giudice che “l’ex sindaco sia stato trovato senza un euro in tasca”, anche se subito aggiunge che questo “nulla importa” perché lui sa bene che l’utile, il furbacchione (termine di Travaglio) lo lucrava comunque, in immagine, successo politico, investimento per la vecchiaia (l’estensore delle motivazioni immagina di entrare nella testa stessa dell’imputato, per leggervi le reali intenzioni, non suffragate da nulla). E qui davvero il carattere “bipolare” dello schema che sta dietro questa sentenza – oggetto più da scienze cognitive e della psiche che non di quelle giuridiche – travolge il lettore, come una sorta di play in the play: di vertigine psichica in cui appare piuttosto evidente che il profilo da Dottor Jekill e Mr. Hide di Mimmo Lucano quale emerge dalla lunghissima requisitoria del giudice di Locri altro non è, in realtà, che la proiezione esternalizzata in un contesto fantastico della struttura tendenzialmente sdoppiata o, appunto, “bipolare” [qualcuno potrebbe definirla “schizoide” nel senso non clinico del termine]  del testo letterale delle motivazioni nelle quali, senza praticamente soluzione di continuità, si susseguono un elogio sperticato del “modello Riace” e un’altrettanto estrema deplorazione dell’uomo che l’ha inventato e realizzato, come se il diavolo potesse produrre l’acqua santa e viceversa. Da una parte “si dà atto dell’integrazione virtuosa e solidale che nei primi anni veniva senz’altro praticata su quel territorio, ove si era riusciti mirabilmente a dare dignità e calore a uomini e donne venuti da terre remote, cercando di alleviare i loro percorsi di vita fatti di stenti e dolore” (sic! p. 60);  si scrive addirittura che dall’indagine e dalle parole stesse di Lucano è “senz’altro emersa una pura passione che lui ha nutrito per anni per quel mondo nuovo che ha saputo creare, ispirandosi agli ideali utopici della Città del Sole di Tommaso Campanella, che egli ha inteso reinterpretare con un misto di genialità e di intuito politico ‘illuminato’, di cui occorre dargli merito, e che giustamente hanno ricevuto cosi tanta eco e apprezzamenti internazionali” (p. 96). Dall’altra si stigmatizzano i “meccanismi illeciti e perversi, fondati sulla cupidigia e sull’avidità, che […] si sono tradotti in forme di vero e proprio ‘arrembaggio’ ai cospicui finanziamenti che arrivavano in quel paesino, che per anni era stato economicamente depresso, tanto da tradursi in una sottrazione sistematica di risorse …, che pure erano destinate a favore di quelle persone più deboli, del cui benessere e della cui integrazione, però, nessuno si interessava più” (p. 61). In mezzo, un capovolgimento assoluto della natura delle cose che nell’interpretazione giudiziale sarebbe maturato nel momento in cui il “sindaco santo” avrebbe capito che le risorse destinate ai migranti eccedevano le necessità e, tramutatosi in “sindaco dannato”, avrebbe deciso di lucrarvi; ma che in realtà, a leggere attentamente il testo della sentenza e gli ampi brani documentari frutto di costanti intercettazioni lì riportati, è l’effetto semantico di un clamoroso ribaltamento del senso delle frasi riportate, sistematicamente ricondotte a un significato esattamente opposto a quello del relativo significante (un senso perfettamente capovolto rispetto a quello letterale delle parole).

Per avere pienamente la misura di questa “operazione” è bene a questo punto focalizzare sia pur brevemente l’attenzione sulla materia del contendere (in termini giudiziari). Cioè sulla sostanza delle accuse mosse a Lucano e alla sua “associazione a delinquere”. A ben guardare i crimini si ridurrebbero a tre: l’aver trattenuto più a lungo dei 900 giorni permessi un certo numero di migranti (i cosiddetti “lungo permanenti”, a cui sono dedicate decine e decine di pagine); l’aver investito alcune somme dei sussidi statali in migliorie del contesto (un frantoio, alcune case-albergo) per attrezzare il territorio ad una adeguata abitabilità; aver speso una parte di quei sussidi pubblici in concerti e spettacoli al fine di attrarre attenzione e turisti nel borgo. Le cose che ogni buon sindaco dovrebbe fare, soprattutto in quelle aree interne a rischio di abbandono di cui tanto si parla e per cui tanto poco si fa. Il tutto con un certo numero di forzature, di atti irrituali e di violazioni amministrative (che sono indubbie, ma che non meritano certo sanzioni riservate neppure ai colpevoli di reati di mafia) . Del resto chi lavora in quei contesti sa benissimo che se non si consolida la permanenza nei luoghi, se non si radicano i nuovi abitanti in un tessuto vivo e capace di produrre reddito, le misure di accoglienza sono come acqua sulle pietre. E che un buon sindaco ha non solo il diritto ma il dovere di valorizzare e riqualificare il territorio del proprio comune, tanto più se questo ha subito un processo di spopolamento e dequalificazione, favorendo il ripopolamento con misure di stabilizzazione dei nuovi “arrivanti” ed evitando che le pratiche, spesso costose, di accoglienza, si riducano a effimeri passaggi e a flussi in costante movimento, che riprodurrebbero la medesima logica di abbandono e sradicamento che aveva impoverito quei luoghi. Questo facevano appunto Lucano e i suoi “criminali associati”, investendo in un frantoio, in abitazioni destinate all’accoglienza sia turistica che migrante, in botteghe artigianali ed etniche, che costituivano appunto la vita che “ritornava a Riace”. Ma né i giudici di Locri né i virtuosi della penna al veleno lo sanno, e comunque non gli interessa. Conta lo spettacolo crudele della virtù infangata nella terra dei troppi vizi ‘ndranghetisti.

Ora – è importante soffermarsi su questo aspetto, perché lì si incardina quello che ho definito il “capovolgimento semantico” che fa da baricentro alla sentenza – nei brani di interviste utilizzate dal giudice di Locri per elaborare la propria personale narrazione e costruire la figura del “criminale Lucano”, il sindaco di Riace parlava esattamente delle cifre necessarie a realizzare quegli investimenti virtuosi – i famosi “700 o 800.000 euro” -, necessari a garantire non il futuro personale di se stesso, come malignamente il giudice insinua, ma del territorio e dei suoi (vecchi e nuovi) abitanti. E lo ripeterà un’infinità di volte, nelle conversazioni oggetto d’intercettazione ambientale, che di quei soldi neppure un euro era (e sarebbe) rimasto attaccato alle sue mani. Ripeterà anche, in un passaggio davvero toccante, se ascoltato con animo equo, dichiarando tristemente la propria stanchezza, e la tentazione di chiudere lì quell’esperienza che aveva segnato la sua vita, che il suo futuro non sarebbe affatto dipeso da quelle risorse, ma se lo immaginava lontano, nel ritorno all’insegnamento o, successivamente, nel circuito della cooperazione internazionale, con uno stipendio mensile da 1200 euro, perché gli bastava poco per vivere. Dice anche che sul suo conto gli erano rimasti 700 o 800 euro, quanto gli serviva per pagare la rata della macchina. E che lo stesso ufficiale della Guardia di Finanza che aveva indagato sulle pratiche “incriminate” del Comune di Riace, il tenente colonnello Sportelli, aveva riscontrato la sua perfetta onestà e buona fede, l’assenza totale di qualsiasi uso personale di quel denaro. D’altra parte quell’ufficiale lo aveva ribadito anche in giudizio e la constatazione era stata fatta propria dalla stessa accusa. Ciò nonostante nella sentenza si continua ad affermare che a Lucano “sarebbe sempre rimasto il guadagno che aveva conseguito con le attività predatorie dell’accoglienza”. Che gli “investimenti” in strutture migliorative del contesto territoriale erano in funzione della preparazione di un suo futuro privilegiato economicamente e politicamente. E addirittura che le affermazioni registrate nelle intercettazioni (di cui l’imputato era all’oscuro) sarebbero state fatte allo scopo di ingannare consapevolmente gli inquirenti, con mefistofelica furbizia (lo si descrive come convinto di “aver attuato una simulazione perfetta, con la quale si era sforzato di apparire all’esterno come un uomo retto ed onesto”). Bizzarro esempio di come chi ha utilizzato “subdolamente” una tecnologia (quale quella destinata all’intercettazione) si convinca del carattere “subdolo” di ciò che quella tecnologia gli restituisce (feticismo della tecnica? O mimetismo informatico?) anziché accettare ciò che oggettivamente essa rivela.

La cosa è tanto più grave in quanto questa sentenza, nel suo carattere di “monstrum”, non pesa solo sulla esistenza personale di Domenico Lucano, che, come si legge nelle intercettazioni, voleva “uscire a testa alta”  a conclusione di una vicenda più che trentennale in cui aveva pagato un costo altissimo in termini economici e di affetti famigliari e che invece è stato coperto di fango da un meccanismo inquisitorio disennato. Pesa e peserà come un macigno anche su tutti quei sindaci e amministratori locali delle cosiddette “aree interne” che volessero darsi da fare per salvare i propri territori dal degrado e dall’abbandono. Essa sta lì come un memento mori, a dirgli che la loro solitudine non sarà perdonata, che nessuna buona intenzione li salverà dall’inflessibile meccanismo di una burocrazia che non ammette sbavature nè scostamenti, anzi verrà guardata con sospetto e ostilità. Riace, nel quadro che emerge dallo stesso immenso castello di carte della sentenza, era sola, nel suo progetto visionario, schiacciata da un quadro regolamentare e normativo ingestibile da chiunque non avesse a disposizione una macchina organizzativa (uffici legali, commercialisti, consulenti capaci di muoversi nel ginepraio delle rendicontazioni, dei database, delle disposizioni prefettizie governative ed europee, SPRAR, CAS, MSNA…) che solo una multinazionale o una cosca mafiosa potrebbero permettersi. Con i suoi “dilettanti allo sbaraglio” – le Cosimine (Ierinò), i Tonini (Capone), le Lemlen – Mimmo Lucano e la sua Riace avevano la sorte segnata. Come, con sulla testa la spada di Damocle di una sentenza di tal fatta, chiunque, in una terra desolata, si mettesse in testa di sollevare lo sguardo e seguire un progetto di rinascita.

Infine, sia detto en passant anche se tocca un aspetto non secondario della faccenda ovvero la questione dei mandanti “di potere” di quanto è avvenuto, un’ultima domanda, che mi gira sullo stomaco: si è accorto Travaglio, leggendo “le carte”, del ruolo significativo nella damnatio di Mimmo Lucano, svolto da un certo Michele Di Bari, al tempo prefetto di Reggio Calabria: l’uomo che tenne nel cassetto una relazione dei propri ispettori elogiativa per Riace e che innescò l’azione della Procura contro il suo sindaco? E’ lo stesso alto funzionario voluto da Matteo Salvini, al tempo in cui era ministro dell’interno, al Viminale a occuparsi di contrasto ai migranti e costretto di recente alle dimissioni perché la moglie è indagata per una brutta storia di caporalato e di sfruttamento dei migranti. A ognuno i propri amici. E nemici.

Una versione ridotta dell’articolo è stata pubblicata sul Manifesto del 19 dicembre col titolo Il capovolgimento kafkiano della realtà

Cosa non torna nella sentenza su Mimmo Lucano

Le motivazioni della sentenza dipingono un uomo assetato di denaro e di potere, che ha utilizzato l’accoglienza come semplice pretesto per perseguire i propri interessi personali. Ma molte cose non tornano: e una lettura attenta delle 904 pagine scritte dai giudici di Locri rivela una verità molto diversa

di Sergio Bontempelli

«Avevamo definito l’ex Sindaco di Riace un gran pasticcione. Invece i giudici del Tribunale di Locri lo considerano un gran furbacchione, dotato di “furbizia travestita da falsa innocenza”». Così Marco Travaglio, in un articolo sul Fatto Quotidiano, riassume le motivazioni della sentenza su Domenico Lucano, depositate pochi giorni fa dal Tribunale di Locri (qui il testo integrale Sentenza 607_21 LUCANO ).

Il direttore del Fatto non ha dubbi: i magistrati, che hanno «letto e valutato le carte», hanno stabilito che Lucano ha «reinvestito in forma privata» gran parte delle risorse stanziate dallo Stato per l’accoglienza dei migranti. Insomma, quel fiume di soldi riversatosi su Riace non è stato usato per i richiedenti asilo, e neppure per gli abitanti del piccolo Comune calabrese, come ha sempre sostenuto Domenico Lucano: al contrario, è andato ad arricchire l’ormai ex Sindaco, e a costruire la sua fortuna politica.

Da dove trae questa granitica convinzione, il direttore del Fatto Quotidiano? Ma naturalmente (dice lui) dalla lettura attenta delle 904 pagine scritte dai giudici: mentre invece certa sinistra – lamenta Travaglio – «sproloquiava di complotti politici e persecuzioni giudiziarie senza aver letto una riga delle carte».

Su una cosa possiamo dargli ragione: fino a pochi giorni fa, dato che le «carte» non erano disponibili, nessuno poteva averle viste. Solo che, adesso che sono uscite, il giornalista torinese sembra averle lette a righe alterne, una riga sì e una no. Se invece quelle righe si leggono tutte da cima a fondo – come ha fatto ad esempio Marco Revelli  – si arriva a conclusioni molto diverse.

Righe pari e righe dispari

Marco Travaglio si è affidato – potremmo dire – solo alle righe pari, quelle in cui si esprimono giudizi sull’operato degli imputati. Così, per esempio, i giudici osservano che Lucano si rifiutava di allontanare i migranti dai centri di accoglienza, allo scadere del periodo di ospitalità previsto, perché voleva continuare a guadagnare i famosi 35 euro al giorno a persona erogati all’epoca dal Ministero (pag. 161): e sostengono che questo suo movente economico emergerebbe molto chiaramente dalle intercettazioni.

Poi però – ed ecco le righe dispari che contraddicono quelle pari – viene riportata l’intercettazione che dovrebbe «inchiodare» il Sindaco. E si sente Lucano che, parlando con i suoi stretti collaboratori, dice:

«[Dalla Prefettura mi dicono] “non hanno diritto, se ne devono andare!”, e vogliono applicare una regola precisa, quando gli conviene. Io non posso fare questo, io devo avere uno sguardo più alto» (pagg. 180-181).

Si è mai visto un criminale che, per alludere a un traffico illecito di soldi pubblici, parla di «sguardo più alto»? Non è più ovvio interpretare questa affermazione alla luce di quel che Lucano ha sempre detto e sostenuto in pubblico, e cioè che sbattere una famiglia in mezzo a una strada significa tradire i principi a cui dovrebbe ispirarsi l’accoglienza?

Questa discrepanza tra righe pari e righe dispari è una vera e propria costante delle 904 pagine scritte dai giudici di Locri. Per fare un altro esempio tra i tanti possibili, i magistrati si soffermano sulle ispezioni effettuate a Riace dal Ministero dell’Interno, e lasciano intendere che l’ex Sindaco avesse molte cose da nascondere. Eppure, nell’intercettazione riportata a pag. 164 si sente Lucano che dice, ancora una volta a un suo stretto collaboratore:

«[L’ispettore] ha fatto una relazione limitandosi a elencare solo gli aspetti negativi. Ora io chiedo al Prefetto, ufficialmente chiedo, non voglio una visita a campione, voglio una visita integrale… approfondita… approfondita».

Si è mai visto un criminale che, invece di affrettarsi a nascondere tutto, chiede agli ispettori un controllo approfondito sul suo operato?

Pasticci amministrativi

Intendiamoci: le «carte», quelle che Travaglio dice di aver letto con grande attenzione, non restituiscono un quadro idilliaco della situazione a Riace. Incalzato dall’emergenza, il piccolo Comune calabrese versava in una situazione di grave difficoltà, che si traduceva in un clima di vero e proprio caos: secondo quanto raccontano gli inquirenti, molte spese non venivano rendicontate, le risorse destinate ai centri prefettizi venivano spesso usate per i centri Sprar e viceversa (con una inevitabile confusione nei rendiconti dei due sistemi), e alcune associazioni avevano aperto dei centri di accoglienza senza avere alcuna convenzione formale con il Comune o con la Prefettura.

Questa situazione di caos era dovuta a vari fattori. In primo luogo, alla gestione «emergenziale» degli sbarchi da parte delle autorità centrali: dato che Riace si era detta disponibile ad accogliere tutti i migranti che arrivavano sul territorio, la Prefettura aveva finito per convogliare nel piccolo Comune jonico una quantità cospicua di richiedenti asilo. Ogni giorno, ogni settimana venivano inviate decine e decine di nuove persone a cui funzionari comunali e operatori dovevano trovare un posto in accoglienza: si dovevano perciò aprire in fretta e in furia nuove strutture, attrezzarle, individuare gli enti gestori e gli operatori, acquistare generi di prima necessità per accogliere i nuovi arrivati. Ed è naturale che in una situazione del genere «saltassero» procedure, bandi, regole di contabilità e atti amministrativi formali. A ciò si aggiunga che i fondi provenienti da Prefettura e Ministero dell’interno venivano accreditati al Comune con sistematico ritardo, rendendo molto difficile la gestione quotidiana dell’accoglienza.

In secondo luogo, l’arrivo di così ingenti risorse aveva portato ricchezza nel piccolo borgo calabrese, ma non tutti condividevano i principi e le idealità di Lucano: dalle intercettazioni emergono spesso conflitti tra l’ex Sindaco e alcuni abitanti di Riace che sembravano interessati unicamente a «fare cassa» con i soldi dell’accoglienza. In alcuni momenti Lucano manifesta sfiducia anche nei confronti di alcuni suoi collaboratori, che gli paiono dediti più al proprio tornaconto personale che all’impresa politica complessiva. Su questo punto torneremo tra poco, perché – come vedremo – è quello che ha generato i maggiori equivoci.

L’accoglienza come volano di sviluppo: la questione del frantoio

Infine, a provocare questa situazione di «caos amministrativo» c’era, paradossalmente, lo stesso progetto politico di Lucano. Come sappiamo, l’ex Sindaco intendeva l’accoglienza non come semplice «aiuto» a persone venute da altri paesi, ma come strumento e volano di giustizia sociale, di inclusione, di eguaglianza e di sviluppo economico.

Non si trattava cioè di dare solo un posto letto e un pasto caldo ai migranti, cosa pur doverosa: era necessario anche costruire percorsi concreti di inserimento sociale, che valorizzassero saperi, competenze e capacità dei nuovi arrivati, e producessero ricchezza e sviluppo per tutti. Di qui le iniziative che hanno trasformato Riace in un modello conosciuto e studiato in tutto il mondo: le botteghe artigiane aperte dai richiedenti asilo, le borse lavoro, il turismo sostenibile, le imprese e le cooperative costituite insieme da migranti e cittadini «autoctoni», e così via.

Tra i progetti di punta, finiti poi nel mirino della Procura, c’era il famoso «frantoio». Lucano pensava di poter riattivare una delle più antiche e «tradizionali» attività economiche di Riace – la produzione di olio di oliva di alta qualità – valorizzando proprio la presenza dei richiedenti asilo. Voleva perciò acquistare un frantoio, e darlo in gestione a un gruppo di migranti e di cittadini riacesi: dimostrando così che accogliere persone venute da fuori poteva essere un arricchimento per tutti, anche per gli italiani.

Ma per avviare quell’attività servivano soldi. E Lucano pensò di trovarli attingendo ai fondi che lo Stato destinava all’accoglienza. Questo era non solo assolutamente legittimo, ma persino coerente con il concetto di «accoglienza integrata» che è uno dei pilastri del programma SAI (il sistema di accoglienza gestito dai Comuni, un tempo chiamato Sprar). L’ex Sindaco di Riace ha però avuto la «colpa» di non chiedere alle autorità centrali l’autorizzazione ad avviare il frantoio: così, ha cercato di ricavare – dai soldi che arrivavano via via per la gestione dei centri di accoglienza – un po’ di «economie», cioè di risparmi da destinare al suo progetto. E questo, come si diceva, ha contribuito a generare confusione, perché leggendo i bilanci non era chiaro il fatto che una parte delle risorse serviva a finanziare il frantoio.

Irregolarità amministrative o reati penali?

Non spetta a noi stabilire se questo sistematico utilizzo di fondi pubblici per il progetto del frantoio configurasse un reato penale, o una semplice irregolarità amministrativo-contabile. Quel che è certo, anche dalla lettura delle «carte» tanto osannate da Marco Travaglio, è che il Sindaco Lucano non aveva alcuna intenzione di arricchirsi: il frantoio faceva parte del suo ambizioso progetto politico, che intendeva trasformare Riace in un modello di sviluppo solidale e sostenibile.

E invece, per i giudici di Locri, Domenico Lucano non aveva finalità ideali: il frantoio gli serviva per fare soldi, per crearsi una ricchezza personale. A sua volta, la ricchezza personale gli serviva per garantirsi pacchetti di voti, per conquistare visibilità e potere politico. Che è una tesi abbastanza difficile da sostenere, visto che Lucano era ed è rimasto poverissimo, e ha rifiutato a più riprese la candidatura in tornate elettorali – nazionali ed europee – nelle quali sarebbe stato sicuramente eletto.

Per i magistrati, però, l’idea che Domenico Lucano sia un delinquente comune sembra quasi un articolo di fede: tutti i fatti che potrebbero smentirla sono sistematicamente omessi, oppure distorti al punto da diventare irriconoscibili. In questo senso la sentenza sembra davvero il frutto di una tesi precostituita. E l’esempio del frantoio è ancora una volta illuminante.

Quando i fatti sono piegati al servizio delle teorie: ancora sul frantoio

Per i magistrati, si diceva, il progetto del frantoio serviva per l’arricchimento personale di Domenico Lucano. A riprova di questa tesi, nella sentenza si cita un’intercettazione ambientale (pagg. 311 e ss.), nella quale l’ex Sindaco sembra fare due conti: spiega che il frantoio appena acquistato ha un buon valore immobiliare (attorno ai 700-800mila euro), e dichiara la sua volontà di ritirarsi dalla scena pubblica.

Per i giudici non ci sono dubbi: da questi stralci di conversazione emergerebbe chiaramente la finalità esclusivamente privata del frantoio, che servirebbe a garantire una rendita al primo cittadino di Riace dopo la fine del suo mandato. Questa lettura, però, è in aperto contrasto con quello che Lucano dice pochi minuti dopo, sempre nella stessa intercettazione:

«Tutto sommato a me conviene chiudere (…). Basta. Ho dato il mio contributo per vent’anni. Perché poi Chiara mi ha detto (…): “abbiamo pensato a un lavoro con noi sulla cooperazione internazionale” (…). A me basta che mi danno uno stipendio di 1.200 euro al mese, quello che prenderei anche a scuola (…). Tutto sommato se mi danno questo lavoro, a me piace (…). Sul mio conto corrente ho 700 o 800 euro, per pagare la rata della macchina (…). Non ho conti in banca da nessuna parte…».

Come mai un Sindaco che si sarebbe arricchito in modo fraudolento, fino ad accumulare un patrimonio di 800mila euro, dichiara poi – in una conversazione privata – di voler vivere con appena 1.200 euro al mese? E come mai nel corso del colloquio non aggiunge che, accanto a quel modesto stipendio, può vivere con la rendita del frantoio? La risposta potrebbe essere molto semplice: perché le 800mila euro del frantoio non sono una ricchezza personale, ma un patrimonio dell’associazione Città Futura, destinato a promuovere un’attività sociale. I giudici non la pensano così, benché tutti i fatti depongano chiaramente a favore di questa lettura.

In un’altra intercettazione (pagg. 405 e ss.), Lucano discute con la sua compagna e con un’amica sull’avvenire del progetto politico di Riace. L’ex Sindaco suggerisce di rivedere tutti gli assetti dell’associazione Città Futura, quella che dovrebbe gestire materialmente il frantoio: vuole allontanare il Presidente, di cui non si fida, e nominare un nuovo gruppo direttivo inserendovi persone di sua fiducia. Chiede perciò alle due donne la loro disponibilità a entrare negli organi dirigenti dell’associazione. Secondo i giudici, questo colloquio dimostrerebbe la volontà di Lucano di «appropriarsi» in forma privata del frantoio.

Ma basta seguire passo passo le intercettazioni per capire che questa lettura è forzata e implausibile. Lucano non si fida del Presidente dell’associazione, e vuole allontanarlo proprio perché sospetta che lui voglia appropriarsi del frantoio per fini privati. E ha ragione a non fidarsi: il Presidente, in un colloquio privato con sua moglie (pagg. 429-430), dice chiaramente che «sono soldi dello Stato, però se lui [Lucano, ndr.] la imposta come laboratorio per… per gli immigrati… mica quello è un frantoio per l’integrazione agli immigrati».

Queste parole sono in evidente polemica col Sindaco («però se lui la imposta…»): i giudici, però, ne distorcono il senso, e le usano per dimostrare che era lo stesso Lucano a volersi arricchire col frantoio. E tutta la sentenza è percorsa da questa convinzione incrollabile. Persino in un colloquio privato con il figlio (pag. 416), Lucano continua a dire che il frantoio serve per l’integrazione degli immigrati: ma questo colloquio, per i giudici, è la prova che Lucano mentiva a tutti, anche ai suoi familiari più stretti. Tutte le prove che potrebbero, se non proprio scagionare l’ex Sindaco, almeno dimostrare la sua assoluta buona fede, vengono distorte e usate contro di lui.

Un processo a tesi precostituita

Insomma, leggendo attentamente le «carte», si ha davvero l’impressione amara che il processo sia servito non ad accertare la verità, ma a far rientrare i fatti all’interno dei limiti angusti di una tesi precostituita.

Forse ha ragione Cataldo Intrieri, quando sul giornale Il Dubbio segnala che proprio la lunghezza della sentenza finisce per coprire l’inconsistenza delle sue conclusioni: «900 pagine sono tante e (…) chi scrive così tanto in fondo coltiva la speranza che nessuno se le legga tutte, e che la mole schiacciante svolga una funzione dissuasiva».

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Fonte: Infoaut.org