Gennaio 31, 2022
Da Il Manifesto
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La prefettura di Parigi ha intimato lo sgombero della sala d’essai La Clef che un collettivo di cineasti e cinefili occupa e gestisce dal settembre 2019. Il giorno fissato per lasciare i locali è il primo febbraio. Il collettivo ha lanciato un appello a tutti i sostenitori a partecipare all’occupazione a partire dalle 6 del mattino. Perché questa storia è importante?
Ogni sala cinematografica del quartiere latino ha una storia. O meglio, ognuna di esse ha contribuito a «inventare Parigi» per riprendere l’espressione dello storico, editore e flaneur francese Eric Hazan, utilizzata anche come titolo di un libro fondamentale sull’evoluzione sociale, artistica e architettonica della città (L’invention de Paris, il n’y a pas de pas perdus, Seuil 2012). La Clef ha aperto nel lontano 1969. Nel 1981 (anno di svolta per molte sale francesi, che chiudono o vengono ricomprate dai comuni) la sala è venduta ad una banca. Negli anni novanta si specializza nel cinema subsahariano. Nel 2010 diventa una sala associativa ed entra a far parte del circuito delle sale parigine indipendenti. Al di là dei passaggi di mano, conserva un pubblico che le è fedele dal 69. Nel 2015 il proprietario, la Caisse d’épargne, decide di mettere in vendita i locali. L’assicurazione che il compratore si sarebbe impegnato a portare avanti l’attività si rivela rapidamente infondata, e così dal 2017 inizia una battaglia.

IL 20 SETTEMBRE 2019 la sala è infine occupata da un collettivo di cineasti e cinefili che si dà il nome di «La Clef Revival». Comincia allora uno dei più significativi esperimenti sociali e politici degli ultimi anni in ambito artistico. Il collettivo intraprende un lavoro di diffusione di film militanti, corti, lunghi, sperimentali ad ingresso con tariffa libera. Da luogo fragile, la Clef si trasforma in terreno di contrattacco. Qualcosa di molto simile era accaduto negli stessi mesi su internet, con la creazione di un gruppo internazionale di

Una delle ultime locandine de La Clef

cinefili riuniti sotto il nome di «La Loupe» (la lente d’ingrandimento). La Loupe, finché è durata, è stata una piattaforma di scambio di materiali, di film, di libri e soprattutto di idee prima di essere brutalmente estirpata dalla rete con il pretesto dei diritti d’autore.
A pochi mesi di distanza, anche la Clef ha ricevuto il suo decreto di sgombero con effetto immediato. In entrambi i casi, la legge nel suo applicarsi trasforma la realtà, la distorce e azzera la particolarità di queste esperienze – che poco hanno a che vedere con la proprietà fisica o intellettuale. Così il cineasta Nicolas Klotz descrive questo processo: «Queste espressioni sorde e cieche, fatte di “avvisi”, “autorizzazione”, “esecuzione”. Richieste da servizi amministrativi organizzati per escludere, eseguire, espellere non hanno nulla a che vedere con la posta in gioco in questo straordinario cantiere di cinema intrapreso da due anni dal collettivo La Clef Revival». E ancora: «Se queste energie collettive circolano nel caos della pandemia e riescono a produrre una moltitudine di progetti, dibattiti, incontri tutti innovativi, tutti fonte d’ispirazione, è perché questi giovani cercano di distruggere i divieti di un ordine dominante che si è appropriato di tutti i modi di produzione del cinema».

DAVANTI alla minaccia poliziesca e giuridica, davanti ai coprifuoco, alle limitazioni e ai divieti che la pandemia ha giustificato, la Clef Revival risponde con una fuga in un’altra direzione: moltiplicando le proiezioni, gli interventi in sala di cineasti, di filosofi, di militanti, spettatori. Il programma è esteso e reinventato giorno per giorno. La sala è aperta 24 ore su 24.
Con il loro lavoro, e con il luogo che hanno inventato insieme agli spettatori, gli occupanti hanno posto un problema politico che ci interroga tutti. C’è spazio oggi per costruire qualcosa che non sia regolato unicamente dalle leggi di mercato? Oppure nessuno spazio può sottrarsi alla sua valorizzazione commerciale? Siamo capaci di attribuire un valore ad un’esperienza, che non sia solo monetario? Sono queste domande che l’ingiunzione di sfratto vuole mettere fuori dalla porta.




Fonte: Ilmanifesto.it