Ottobre 21, 2021
Da COMIDAD
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Il giornalista Federico Rampini ha scoperto che la sua missione nella vita è di convincerci che bisogna a tutti i costi fermare la Cina. E, invece, di fermare l’Italia, che è molto più pericolosa, non se ne parla proprio. L’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi canta le lodi del Green Pass totalizzante, che dimostrerebbe che noi Italiani siamo i più bravi al mondo. Mentre altri promettono che a gennaio il Green Pass svanirà (ovviamente se faremo i buoni), Prodi invece dichiara senza pudore che lo si manterrà finché ce ne sarà bisogno, cioè da qui all’eternità. Prodi ha trovato anche il modo di fare il moralista inflessibile con coloro che il 15 ottobre, primo giorno del Green Pass sui luoghi di lavoro, si sono dati malati. Un classico del moralismo: celebrativi nei confronti della crudeltà, spietati verso le debolezze umane.
Durante il lockdown la digitalizzazione si era presentata col volto rassicurante dell’ancora di salvezza, dello strumento provvidenziale che consentiva di continuare a garantire i rapporti sociali, la produzione e i consumi. Il Green Pass ci svela invece il volto osceno del vampirismo digitale, della digitalizzazione forzata che prende in ostaggio i rapporti sociali, trasforma le persone in appendici biologiche di una app e pone l’identità digitale come viatico non solo della socialità ma anche della pura sopravvivenza.
I lockdown hanno messo fuori mercato migliaia di piccole aziende, e ci hanno raccontato che ciò era normale darwinismo sociale: nei momenti difficili i forti come Amazon sopravvivono, mentre i deboli bottegai e artigiani soccombono. Dato che si trattava di “selezione naturale”, non si dovevano versare lacrime sull’estinzione di imprese che vivevano di evasione fiscale e di inquinamento. Viva allora le multinazionali, che non hanno bisogno di evadere il fisco perché lo eludono legalmente con i paradisi fiscali e con le fondazioni “non profit”, e non inquinano col CO2 ma col litio.

Il denaro segue il denaro ed i flussi di capitali seguono i flussi di capitali, perciò esiste una tendenza intrinseca del capitale a concentrarsi in poche mani; ma ciò vale univocamente solo per la finanza, mentre nell’ambito industriale vi sono delle controtendenze. Ora, con l’istituzione del Green Pass, abbiamo ancora una volta l’evidenza che la concentrazione dei capitali industriali non è operata affatto dalla selezione di mercato nei momenti difficili, bensì con mezzi politici, con ostacoli pretestuosi alle attività economiche, con forzature narrative, con impalcature emergenzialiste che si rivelano strumenti dell’assistenzialismo per i più ricchi. Gli ostacoli frapposti artificiosamente alle attività produttive tradizionali, aprono spazio all’ingresso trionfale del capitale multinazionale, cioè del capitale più assistito dallo Stato.
L’Italia è oggi l’unico Paese al mondo ad adottare il Green Pass sui luoghi di lavoro, e ciò è in linea col fatto che anche la falsa emergenza pandemica è uno strumento di dominio lanciato in Europa dal “genio italiano” (sempre per citare Prodi), anzi, per essere più precisi, dal genio della Regione Lombardia. L’identità digitale obbligatoria si prospetta come il più grande business della storia, con risvolti militari ed anche finanziari, come la moneta elettronica. Riuscire ad essere la prima oligarchia che piega la propria popolazione a fare da cavia dell’identità digitale obbligatoria, non significa riscuotere la medaglietta o il diploma, ma mettersi in prima fila nella spartizione degli affari e delle quote dei Quantitative Easing della BCE.

Dal marzo dello scorso anno, l’Italia riesce a detenere lo scettro dell’emergenzialismo, che consente di mettere gli altri Paesi davanti al fatto compiuto e di dettargli le scadenze. In base ai soliti pregiudizi razzistici, nelle cancellerie europee ci si attarda a considerare gli Italiani come i soliti “furbetti” che non vogliono pagare i debiti. Non si comprende che col paravento autorazzistico della bistrattata Italietta frivola e pacioccona che vive all’ombra dell’imperialismo tedesco, l’oligarchia italiana sta cercando in realtà di ridefinire ed elevare il suo status all’interno della gerarchia imperialistica internazionale, ponendo l’Italia come il più importante laboratorio delle multinazionali del digitale. Partire ed arrivare primi nella corsa alla digitalizzazione non è questione di semplice prestigio, ma di diventare i principali referenti delle lobby d’affari del digitale. Per raggiungere lo scopo, il proprio popolo diventa il nemico da battere; e, pur dietro il velo delle cazzate, l’intento delle oligarchie appare evidente.
In tutti i conflitti imperialistici, anche in quelli ibridi e a bassa intensità come questo, il proprio popolo per le oligarchie rappresenta il primo bersaglio e svolge la funzione di cavia e di carne da macello. Le stesse opposizioni spontanee al Green Pass sono, per la potenza dei luoghi comuni, costrette inizialmente a muoversi in nome delle difesa della democrazia e della legalità costituzionale, cioè di cose che non sono mai esistite. Anche in Italia ci vorrà tempo per capire che lo scenario attuale non rientra semplicemente in un piano delle oligarchie mondialiste ma anche in uno scontro imperialistico tra di esse.

Ogni conflitto imperialistico comporta anche la guerra civile, ed un conflitto imperialistico a bassa intensità non esclude affatto la brutalità, tutt’altro; brutalità non solo contro le opposizioni, ma anche nei confronti dei servi, a cui non si risparmia nessuna umiliazione e non si concede più alcuna parvenza di dignità, come si è visto con Maurizio Landini e con quei professori universitari costretti per paura a firmare un puerile ed auto-squalificante appello contro Giorgio Agamben.




Fonte: Comidad.org