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La crisi la paghino i padroni… che la servitù volontaria la offriamo noi


Novembre 21, 2020
Da Parole Al Vento
219 visualizzazioni

da: Finimondo

Napoli, Roma, Torino, Milano, Firenze, Palermo, Ancona, Bologna, Livorno, Teramo, Trento… in tutto il paese aumentano le piazze da cui si alza forte l’urlo di protesta contro le misure restrittive decise dal governo: «tu ci chiudi, tu ci paghi». Il «tu» in questione è ovviamente lo Stato, reo di essersi rivelato inetto ed incapace di garantire la normalità quotidiana, dopo aver annunciato l’esistenza di una terribilissima pandemia ed aver proclamato un’emergenza sanitaria di proporzioni inusitate. Se le grandi fabbriche sono rimaste aperte, le piccole e medie imprese sono state costrette a chiudere. Per molti, i conti non tornano più. Ed in una società che ha fatto del lavoro (e del denaro che procura) l’unica ragione di vivere e che ha delegato allo Stato il compito di organizzare e controllare ogni aspetto ed ambito di questa sopravvivenza spacciata per vita, decretando impossibile e quindi irrealizzabile qualsiasi altro orizzonte oltre a quello istituzionale, cosa resta da fare ai suoi cittadini se non pretendere dallo Stato una forma di risarcimento quando li si costringe a non lavorare? Pretesa trasversale, per altro, giacché il lockdown ha bucato le tasche di tutti. Non solo gli sfruttatori…ops, scusate… gli imprenditori sono rimasti a corto di profitti, ma anche gli sfruttati… ehm… i dipendenti sono rimasti a secco di salari. Gli uni come gli altri pretendono quindi di essere soccorsi ed aiutati, chi a continuare a fare la bella vita e chi a tirare a campare. D’altronde è comprensibile, perché in fondo il Prodotto Interno Lordo è frutto non solo del ricco che produce e si trastulla, ma anche del povero che consuma e non si ribella. Investimenti & pace sociale. Oltre al «lavoro, guadagno, pago, pretendo» dell’onorevole commendatore, le autorità devono tener conto anche del «lavoro, consumo, obbedisco, pretendo» dell’onesto operaio. Che cosa pretendono entrambi? Ma denaro, ovviamente, chi sotto forma di contributi e chi sotto forma di reddito (universale? di emergenza? sicuramente di obbedienza).

Così, davanti a misure governative che mettono la libertà in quarantena e spalancano la porta ad un totalitarismo che solo il panico impedisce di vedere, milioni di donne e uomini non provano alcun desiderio di insorgere e farla finita con quest’ordine sociale mortifero che nega bellezza, dignità, passione ed autonomia all’esistenza umana. In passato si sfidava la morte pur di assaporare la libertà, oggi si è disposti a rinunciare ad ogni libertà pur di evitare anche solo un remoto rischio di morte. Dopo aver introiettato i valori e i modelli di questa società (autoritaria, mercantile e tecnologica) fino a farli diventare una seconda natura, al culmine dell’irritazione per non poter all’improvviso manifestare la propria partecipazione attiva al conformismo ambientale oggi si è capaci solo di formulare l’imbarazzante richiesta di venire pagati per continuare ad obbedire trascorrendo i propri giorni chiusi in casa davanti ad uno schermo, magari con una museruola sulla bocca ed un vaccino nel sangue.
Che a reggere il megafono di questa furiosa quanto triste identificazione con le demenziali istanze collettive del momento sia la mano destra o quella sinistra — fra i camerati che si mobilitano affinché gli sfruttatori possano continuare ad essere tali e i kompagni che si mobilitano affinché gli sfruttati possano continuare ad essere sfruttati — fa forse qualche differenza?

[5/11/20]




Fonte: Parolealvento.noblogs.org
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